Potrebbe sembrare un inutile ritornello, dire che anche il capitolo generale del 1701 portò, al 1º scrutinio, all'elezione del nuovo abate generale, nella persona di Albenzio Cortone, e che tale elezione si svolse nella massima calma e con ordine perfetto. I due corpi di province continuavano ad alternarsi nel dare i loro candidati alle cariche supreme della congregazione secondo le costituzioni verginiane, approvate dalla S. Sede. Tutto ciò aveva un profondo significato: ci fa vedere come il fermento, sempre in atto nella congregazione, non giungeva a intaccare l'unanimità di pareri dei votanti quando si trattava delle elezioni nei capitoli generali. E questo era certamente un bene non lieve che non può non mettersi in evidenza.
Ci reca immenso piacere il constatare che il Cortone, appena avute in mano le redini del governo dell'intera congregazione, si prese subito cura del bene spirituale dei monasteri, inviando, il 24 maggio 1701, una circolare a tutti i superiori locali, ingiungendo che, a loro arbitrio, avessero eletto, nei rispettivi monasteri, un sacerdote idoneo, per l'ufficio di penitenziere maggiore, al quale egli concedeva la facoltà di assolvere i monaci da tutti i casi riservati all'abate generale secondo le costituzioni verginiane vigenti (B 293).
Non molto dopo, il 10 giugno 1701, dalla S. Congr. Dei Vescovi e Regolari, veniva rimesso all'abate Cortone una supplica del Goleto. Quest'abbazia si dibatteva ancora in serie difficoltà economiche, in quanto non si erano ancora del tutto riparati i danni, causati dal terremoto dell’8 settembre 1694, e, in più, si erano aggiunte altre spese per le malattie e infermità diffuse nella comunità monastica, per cui il monastero si trovava nella necessità di dover prendere dalla cassa comune la somma di 204 ducati, come già aveva dovuto praticare nel 1695. L'abate generale dà la sua licenza, a nome della S. Sede (23 giugno 1701). Trattandosi di un documento ufficiale particolarmente importante, egli non manca di aggiungere, accanto all'humilis abbas della congregazione verginiana, il titolo di Ordinario nello spirituale e di signore nel temporale nelle terre di Mercogliano, Ospedaletto, Feudo di Montevergine, casale di S. Guglielmo e altri luoghi Nullius (RC IV, 208).
Il governo dell'abate Cortone non passò del tutto scialbo: vi furono degli avvenimenti, dentro e fuori la congregazione, ai quali l’abate generale prese parte secondo il grado, che anche civilmente gli spettava nel Regno.
Cominciamo da questi ultimi.
Il 27 settembre 1700 era morto Innocenzo XII, mentre stava per entrare nel suo 86º anno di età, lasciando il più grato ricordo di sé. Poco più di un mese dopo, il 1º novembre, moriva anche Carlo III di Spagna, senza lasciare legittimi eredi per il suo trono. Finiva, così, la casa degli Asburgo di Spagna, e la corona passava sulla testa di Filippo V di Borbone, il quale continuò a mantenere il vicereame per la Sicilia e per Napoli.
Ad agitare gli animi dei napoletani, si faceva sempre più insistente la nostalgia di un vero regno. Napoli aspirava ad essere una capitale, e non già un semplice capoluogo di provincia. A soffiare nel fuoco del malcontento c'era l'imperatore Leopoldo d'Austria, che faceva ai partenopei le più estrose promesse, se fosse riuscito a far prevalere il suo disegno di soppiantare Filippo V a Napoli, facendovi sostituire suo figlio, l'arciduca Carlo. In questo, l'imperatore era sostenuto dall'Olanda, Inghilterra, Portogallo e dal duca di Savoia. La guerra per la successione divampò contemporaneamente in Spagna, in Germania e nell'Italia settentrionale. Qui l'armata imperiale ebbe delle luminose vittorie.
La nobiltà napoletana, incoraggiata da questi successi, inviò degli emissari all'imperatore, perché costituisse di Napoli un regno indipendente, facendo incoronare suo figlio Carlo. Con questa prospettiva essi avrebbero dato tutti gli aiuti per scacciarne gli spagnoli. Avendo l'imperatore Leopoldo accettato tutte le richieste dei napoletani, il 21 settembre 1701 scoppiò una congiura, capitanata da Iacopo Gambacorta, principe della Macchia. Senonché, l'alzata di scudi non incontrò il favore popolare, in quanto la maggioranza della popolazione rimase insensibile all'appello della rivolta. Della confusione sorta, purtroppo, ne approfittarono i malviventi, che invasero e saccheggiarono numerose case. Dopo tre giorni di disordini, il viceré Luigi de la Cerda, duca di Medinacoeli riprese il sopravvento. Quando poi, l'anno seguente, il duca fu sostituito da Juan Manuel Fernandez, duca di Escalona e marchese di Villena, pesò su Napoli un vero e proprio terrore. Il nuovo viceré, uomo di carattere triste, si rese tristemente celebre per le decapitazioni e gli aggravi di pene su quanti caddero infelicemente nelle mani della sua sommaria giustizia.
A rischiarare il cielo di Napoli intervenne una solenne visita del re Filippo V, giovane dalle maniere affabili e dal cuore generoso. Egli comprese benissimo che solo la sua presenza e la clemenza avrebbero potuto riconquistare gli animi dei napoletani, e vi riuscì.
Una squadra di otto vascelli francesi lo condusse a Napoli, nella primavera del 1702. Alle cinque del pomeriggio del 16 aprile 1702, la squadra navale entrava in porto, mentre tuonavano i cannoni delle navi e dei castelli, e centinaia di campane della città suonavano a distesa.
Un testimone oculare scrisse in quella circostanza: «Il re sbarcò davanti al Palazzo e si recò immediatamente alla Cappella per ascoltare un Te Deum di ringraziamento; subito dopo, ricevette le autorità e la nobiltà per la cerimonia del baciamento ed infine apparve sul balcone e si mostrò alla folla.
I napoletani furono affascinati dalla vista del loro sovrano. Sua Maestà risplendeva non tanto per i suoi ornamenti, quanto per la grazia del corpo e dell'animo. Il re era allora nel pieno rigoglio della sua giovinezza, avendo appena diciannove anni e tre mesi ed i suoi lineamenti non potevano essere meglio tracciati. Il suo aspetto, gentile e maestoso insieme, attirava a prima vista il rispetto e l'amore di tutti e specialmente quando ci si accorse che egli era ornato di doti eroiche e di virtù...».
L’entrata solenne fu rimandata al 30 maggio.
Alla festa, al ricevimento e alla solenne sfilata non mancava il Cortone sia in qualità di abate generale della congregazione verginiana sia come signore feudale delle sue terre, anche se l'amministrazione e il dominio diretto era tenuto dall'ospedale dell'Annunziata di Napoli.
Ci piace perciò seguire il Cortone in quella luminosa giornata. Il re Filippo raggiunse dapprima un padiglione cosparso di gigli, innalzato sulla strada di Poggio Reale; il cappello era sormontato da una grande piuma bianca, sulla quale splendeva un magnifico diamante e con esso la celebre perla detta la Pellegrina. All'arrivo del sindaco, il corteo a cavallo si mise in marcia tra una doppia fila di soldati spagnoli, francesi e italiani. Davanti alla porta Capuana era stato innalzato un arco di trionfo, dove il cardinale Cantelmo, circondato da tutto il clero, attendeva il re. Questi, sceso da cavallo, s'inginocchiò, baciò la croce e poi rimontò a cavallo. «Alla Porta Capuana il re fu accolto dagli eletti, poi il corteo penetrò nella città attraverso la via dei Tribunali parata con ricche stoffe. In testa al corteo marciavano quindici capitani di giustizia vestiti di nero; erano seguiti da quattro trombettieri della città in abiti di damasco d'oro, dal maestro delle cerimonie, da sedici capitani dei quartieri, da centocinquanta baroni scortati dai loro valletti e dalla moltitudine dei funzionari. Poi veniva la Casa del Re; il tesoriere che gettava manciate di monete d'oro con la effigie di Filippo V, le guardie svizzere, l'arcivescovo sotto il baldacchino ed il baldacchino reale seguito dal clero e da dieci compagnie della cavalleria napoletana».
Nell'intervallo tra il fastoso approdo del re, il 16 aprile 1702, e la sua solenne e ufficiale entrata in città, il 30 maggio 1702, ebbe luogo, il 7 maggio, il capitolo generale annuale della congregazione verginiana. L'abate Cortone ottenne dal capitolo la facoltà di poter fare qualche donativo al re (RC IV, 216): questo, oltre a corrispondere alla prassi del tempo, era una vera e propria necessità per la guerra che il re era costretto a sostenere. Infatti, anche la città di Napoli, in quella stessa circostanza, di comune accordo tra clero, nobiltà ed eletti del popolo, votò un dono al re di tremila ducati e l'erezione di una statua equestre di bronzo, statua che, più tardi, doveva essere ridotta in pezzi!
Naturalmente il dono dell'abate generale dei verginiani era molto più modesto, tanto più che, proprio allora, si cercava di giungere alla conclusione di un'altra delle numerose vertenze, sostenute dalla congregazione. Si trattava questa volta della lunga e spinosa questione dei servizi dei vassalli. Quando si stipulò la Concordia con l'Annunziata, nel 1567, questi servizi rimasero riservati all'abbazia, ma costituirono poi una spina che sanguinò continuamente nelle vive carni di Montevergine. Conclusasi, il 31 maggio 1700, la vertenza per il piazzale dei Tigli, i governatori dell'Annunziata si obbligarono espressamente di non intromettersi, né in giudizio né fuori, nella causa dei servizi personali.
Venuto meno l'appoggio esterno a Mercogliano, Mugnano, Ospedaletto e Quadrelle, questi paesi si videro nella stretta necessità di addivenire ad un accordo con l'abbazia. Nello strumento, rogato il 12 aprile 1703 dal notaio Matteo Grimaldi, si stabiliva che tutti i vassalli fossero obbligati a servire con la metà del salario, mentre i loro paesi si obbligavano alla corresponsione complessiva di 132 ducati annui.
Una grande benemerenza, che potrebbe passare inosservata, si acquistò il Cortone, col far iniziare un accurato registro per le professioni dei novizi della congregazione, con atti ufficiali, redatti dai maestri dei novizi (B 226: a. 1703-1767).
Purtroppo, l'abate generale non terminò il suo triennio di generalato, perché se ne moriva alla fine del 1703, dopo due anni e otto mesi dalla sua elezione.
L'avvenimento più notevole del suo governo fu la composizione amichevole coi vassalli dell'abbazia riguardo ai servizi da prestarsi da costoro. Per le altre vertenze, non si giunse alla conclusione, ma si fecero degli utili passi avanti. In tutto il resto egli rimase assorbito dall'amministrazione ordinaria della congregazione, senza intraprendere nulla che fissasse più indelebilmente il suo nome nel ricordo dei posteri.
Alla sua prematura morte, subentrò nel governo interinale della congregazione l'abate decano Gallo Gallucci. Egli ottenne, il 26 febbraio 1704, un rescritto pontificio per l'apertura di un secondo noviziato a Casamarciano.
Il motivo della richiesta era dettato dal fatto che nel monastero di Montevergine, luogo di strettissima osservanza, oltre alla rigidità del clima, si osservava una dieta di perpetua quaresima con la ben nota proibizione della carne, uova e latticini. Di qui proveniva che con difficoltà si trovavano soggetti di natura e complessione così robusta e valida da sostenere quelle continuate privazioni. E perciò - soggiungeva la supplica - la congregazione scarseggia assai di religiosi « e in particolare di soggetti buoni, di maniera che col solo Noviziato di Montevergine non si può provedere alle necessità delli altri monasterii » (B 227; RC IV, 231v-232).
Già il 4 aprile si otteneva un altro rescritto pontificio, per cui si potevano ricevere 5 novizi in questo secondo noviziato (RC IV, 233v).
Nella congregazione si respirava e il cuore si allargava a speranze migliori.