Dopo la scomparsa degli abati Girardi e Angelo Mancini, la provincia beneventana scarseggiava di abati che spiccassero per particolari doti di governo. Lo stesso ex abate generale Fulgenzio Stinca era morto a 64 anni il 28 giugno 1761. Tra i cinque abati della provincia non c'era perciò molto da scegliere.
Alberico Mellusi si era preparato al generalato, come tanti dei suoi predecessori, con l'ufficio di procuratore generale; ma, durante il suo triennio, erano stati ben pochi gli interventi della S. Sede nelle cose verginiane.
Egli era pervenuto alle dignità con l'esercizio di uffici amministrativi ed ora era di età ben matura, avendo circa 65 anni, con un attivo di 20 anni di abbaziato, dei quali ben 9 impiegati come definitore visitatore. Se a questo si unisce la carica esercitata di abate decano e quella di procuratore generale, oltre quella precedente di cellerario e di compagno del procuratore generale, ci rendiamo conto come, almeno in campo amministrativo, dovesse avere una lunga pratica.
Era stato benedetto il 17 aprile 1746 dall'abate Mancini, circa un mese dopo essere stato eletto abate di Sant'Agata di Puglia (18 marzo 1746). La funzione si era svolta nella chiesa verginiana di Altavilla Irpina, assistito dagli abati Letizia e Stinca, che in seguito sarebbero stati tutti e due generali della congregazione (RC V, 280).
L'elezione dell'abate Mellusi a generale si svolse senza sorprese: al primo scrutinio e con unanimità di voti.
Quando egli, il 6 giugno 1766, procedette a sua volta alla solenne benedizione abbaziale, nella cappella di Loreto, degli abati Giovanni Gualberto Pionati, Luigi de Iesu ed Enrico M. Pacifico, costoro dovettero premettere il giuramento di fedeltà.
Si era pensato di ridurre da 12 a 6 gli anni di preparazione alla professione per i fratelli; ma difatto non se ne parlò nel capitolo del 1766, perché - come si esprime il segretario del capitolo - la maggior parte dei verginiani era contraria a quella riduzione, se non altro perché le costituzioni erano ancora troppo fresche! Ciò nonostante, si vide arrivare la dispensa su questo punto, concessa dalla sacra congregazione il 4 luglio 1766, già munita di regio Exequatur, concesso il 23 dello stesso mese. Contro tale deroga dalle costituzioni reclamarono abati, priori e monaci coristi (B 174; RC VI, 46v).
Quest'atto è molto sintomatico per farci vedere il modo come intendeva governare la congregazione l'abate Mellusi, il che certamente non era adatto a guadagnargli gli animi di superiori e di sudditi. E la tempesta non tarderà a scoppiare.
Intanto un altro colpo alle costituzioni fu dato quando, il 29 aprile 1769, si ottenne un rescritto dalla S. Congr. dei Vescovi e Regolari, col quale si dichiarava che la carica di vice-maestro dei novizi, esercitata per 6 anni, era titolo sufficiente per il priorato.
Fin dall'inizio del suo generalato un pensiero tenne particolarmente assillato l'abate Mellusi: come risolvere la scarsezza di vocazioni per la provincia beneventana. Non si credette di meglio che ricorrere al cardinale protettore (B 174) e, per mezzo di lui, alla S. Sede, domandando di poter aggregare a quella provincia elementi di altre province monastiche, e questo per lo spazio di 9 anni, dal maggio 1766 all'aprile 1775. La S. Sede rimise l'affare alla coscienza e prudenza del cardinale protettore; ma questi, il 5 settembre 1766, credette bene di concedere la licenza solo per 6 anni (RC VI, 47v). Se ne fece il primo uso il 27 marzo 1768 quando, alla morte di Luigi De Nicolais, della provincia beneventana, fu eletto Giacomo Ferrara, della provincia napoletana (RC VI, 51).
Anche l'abate Mellusi, come il suo predecessore, volle occuparsi degli studi, inviando, nella dieta definitoriale del 10 maggio 1767, quelle norme riguardanti il loro ordinamento, che l'abate Iacuzio aveva promesso, ma che poi non aveva potuto redigere come desiderava (RC VI, 50v-51).
Continua ancora qualche elezione di abati titolari. Questa volta si trattava del lettore Onorio Caputo, di Napoli. La supplica, rivolta al papa, fu trasmessa alla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, che emise il suo indulto il 22 luglio 1768. Appena avutosi il regio Exequatur, il 16 gennaio 1769, il documento pontificio fu subito accettato dal definitorio della congregazione, tanto più che si trattava di una persona meritevolissima e che occupava in quel momento l'ufficio di segretario generale. Senonché, la dignità di abate titolare comportava delle spese notevoli «per provvedere alla decenza della propria sostentazione, secondo il tenore dell'enunciato rescritto», mentre il Caputo non poteva «fidarsi sulle deboli forze della propria inferma salute per procacciarsi colle letterarie fatiche tutto il bisognevole a tale effetto». Perciò egli, il 16 maggio dello stesso anno, rinunziava spontaneamente a quella dignità, rinunzia che veniva accettata dal definitorio il giorno seguente.
In realtà, si trattava di una rinunzia interessata, perché il Caputo una settimana dopo, il 24 maggio, veniva eletto abate del Goleto (RC VI, 57).
L'agire e le disposizioni prese dall'abate Mellusi, come pure le deroghe alle costituzioni eccitarono gli animi nella congregazione. Si diede allora l'inaudito esempio che, rimesse le note delle famiglie, dalla dieta definitoriale per i monasteri di Marigliano e di Casamarciano, i rispettivi superiori, che erano l'abate Iacuzio e l'abate Vincenzo Moscati, osarono cassare dall'elenco due religiosi, ivi assegnati di famiglia. Anzi l'abate Iacuzio si permise d'impedire il passaggio degli studenti insieme col lettore Ramiro Calenda, dal suo monastero a quello di Montevergine, come era stato determinato dalla stessa dieta definitoriale.
Quando poi il Calenda si portò in Napoli, senza le debite licenze, senz'altro fu messo in carcere.
Le due parti ricorsero subito al re: l'abate generale e il definitorio, implorando la sovrana protezione per ridurre all'obbedienza i due abati di Marigliano e di Casamarciano; costoro, in quanto si dolsero del dispotismo assunto dalla dieta nelle disposizioni prese e per aver eletto in un monastero della provincia beneventana un religioso di altra provincia, contro le costituzioni.
Ai due abati fecero coro Gaetano Moscati, abate di Airola, che domandò che venisse rimosso dal suo monastero il cellerario Carlo Graziano, destinatovi dalla dieta del 1767. Naturalmente vi si unì pure Ramiro Calenda, il quale accusò di oppressione l'abate generale e il suo definitorio, per averlo mutato di residenza e per averlo fatto arrestare senza processo, mentre era venuto in Napoli per difendere le sue ragioni.
Dopo maturo esame, il 10 dicembre 1768, il re deliberava: 1° l'abate di Marigliano lasci subito partire gli studenti per il monastero di Montevergine, al quale erano stati destinati dalla dieta definitoriale, e riceva il padre Vincenzo Ripetti, da lui cassato dalla lista; l'abate di Casamarciano riceva subito il fratello Vitaliano da Capua, anche lui cassato. Questi religiosi cassati siano trattati dai due abati con tutta carità, per renderne poi conto al re «e per così purgare la disobbedienza pratticata». Ciò fatto, i due abati si portino alla casa generalizia di Loreto, residenza ordinaria dell'abate generale e dei suoi definitori, e chiedano scusa «del loro trasporto». D'altra parte, i superiori generali li accolgano benignamente e, dopo averli ammoniti a riparare lo scandalo dato alla congregazione, li rimandino, perché possano ritornare al governo dei loro monasteri. Quindi il re richiama solennemente che è sua volontà che si osservino in avvenire accuratamente le costituzioni e che, in caso di disobbedienza, l'abate generale e il suo definitorio usino della propria autorità nel castigare i disobbedienti, secondo il tenore delle stesse costituzioni. 2° Per quel che si riferiva al cellerario Carlo Graziano, il re non vedeva nel suo operato alcuna mancanza, e quindi nessun motivo da cambiarlo di residenza. Rimanesse perciò nel suo monastero di Airola sino al prossimo capitolo generale. Qualora poi sopravvenissero nuovi e giusti motivi di far qualche mutazione, si riportasse ogni cosa all'abate generale e al suo definitorio, i quali daranno le provvidenze opportune a tenore delle costituzioni della congregazione. 3° Riguardo al padre Ramiro Calenda: contro di lui vi erano sufficienti prove della sua cattiva condotta. Perciò l'abate generale e il suo definitorio lo dovevano mandare come semplice religioso a Montevergine, avendo già compiuto i nove anni come lettore. Ivi avrebbe fatto 15 giorni di esercizi spirituali e poi vi avrebbe dimorato senza poterne uscire, sino a quando non gli fosse stata data altra stanza nel prossimo capitolo generale. Le sue lagnanze riguardo alla carcerazione erano inconsistenti, perché a suo riguardo si era applicato quanto era stato determinato nella dieta definitoriale del 1767, tanto più che non si era presentato neppure all'abate locale.
A questo punto non si mancò di dare un avviso anche allo abate generale. Siccome, infatti, egli, dopo aver fatto presente al re quell'arresto, non aveva atteso ciò che il re avesse stimato di determinare su quel punto, qualora in seguito su qualche affare stimasse bene di presentare delle istanze al sovrano, non ardisse passare all'esecuzione, senza attendere quello che effettivamente il sovrano potesse determinare. Per questa volta il re usava clemenza nei suoi riguardi.
4°. Per quel che si riferisce all'elezione degli abati nelle abbazie, si osservi quanto viene prescritto nelle costituzioni. In particolare, per la provincia beneventana sia in vigore la deroga ottenuta dalla S. Sede e munita di regio Exequatur. 5°. Per i luoghi di studio, nelle diete si assegnino gli studenti nei soliti studentati.
Infine si richiama l'attenzione che, nella formazione delle rispettive note delle famiglie dei monasteri, si osservino le prescrizioni della Regola, senza introdurre novità, per non creare sconcerti e disordini.
Pur provando un certo dispiacere che un siffatto insegnamento sia venuto dalla real Camera, non possiamo non ammirare in esso una grande ponderazione e una sapiente compenetrazione delle costituzioni monastiche in genere e verginiane in specie.
Ma il documento ora riferito ci apre la porta e c'introduce in quel cesaropapismo napoletano, che di qui innanzi incomincerà a penetrare sempre più nell'istituzione ecclesiastica, in modo da paralizzare man mano ogni iniziativa degli istituti religiosi, facendo tutto dipendere dal cenno della real Camera,
Cominciano pure a moltiplicarsi i ricorsi diretti al re e gli interventi di costui, per mezzo dei suoi ministri, in tutti gli affari, generali e particolari, della congregazione verginiana. Ad un certo momento l'abate generale diventerà un semplice trasmettitore degli ordini regi.
Ma per ora non siamo ancora giunti a tanto, specialmente perché il re stesso ha richiamato l'attenzione dei religiosi e dei superiori all'osservanza delle regole e delle costituzioni, e a regolarsi in conformità di esse, senza bisogno di ricorso alla sua suprema autorità.
Ciò nonostante, sarà dietro ordine regio che, il 3 settembre1766, si ingiunge al padre Girolamo D'Onofrio lo sfratto dalla provincia di Terra di Lavoro (B 221).
Un punto della riferita risoluzione regia diede occasione a non pochi turbamenti nella congregazione verginiana. Il re aveva detto: «Ai luoghi di studi ... si mandino per abati soggetti sperimentati nella dottrina e nel governo, per vantaggio e utilità della gioventù, con ossevarsi ancora circa questo punto le costituzioni».
L'esortazione quanto alla scelta degli abati per i monasteri di studentato non era una deroga alle costituzioni, che anzi venivano espressamente richiamate in vigore, ma solo una ragione di convenienza perché gli studenti potessero riportarne maggior profitto. Ma alcuni cavillosi abati del settecento, fra quelli che erano stati lettori, cominciarono a pretendere l'esclusiva in quelle abbazie. Sorgono trattazioni e dissertazioni a questo riguardo con argomenti appariscenti. Così, già nel 1768, troviamo le prime esposizioni in questo senso (B 174). Cinque anni dopo, nel 1773, la controversia era più viva che mai. Vi dovette intervenire una lettera del ministro degli Affari Ecclesiastici di Napoli con l'immancabile regio Exequatur; si aggiunse una supplica al re da parte di alcuni abati verginiani. L'abate Caputo dovette esporre diffusamente il suo parere, che egli fece con una trattazione limpida e convincente, nello spirito e nella lettera delle costituzioni (B 174 e 217: 25 sett. 1773).
Una nota di cronaca venne a portare una tinta di novità alla rigida austerità del chiostro verginiano del santuario. La principessa di Avellino insieme con le sue tre figlie mostrò il vivo desiderio non solo di visitare il santuario, ma di estendere la sua visita anche al cenobio in tutte le sue parti, quindi anche per quel che si riferiva alla clausura. Si dovette presentare una supplica alla S. Sede per il necessario permesso, e questo venne il 15 aprile 1768. Pochi giorni dopo, il 26 aprile era datato il regio Exequatur (B 215). Così tutto era a posto per l'annunziata visita.
L'inizio del governo diretto del re Ferdinando IV segnò l'accrescimento di potere del ministro Tanucci. In realtà si poteva dire che era costui a governare allora in Napoli a nome del re, turbando la vita ecclesiastica con la sua ingiusta ingerenza in essa. Dietro l'esempio del Portogallo, della Francia e della Spagna, che avevano già espulsi i gesuiti dai loro paesi e dai loro possedimenti oltremarini, anche il Tanucci ottenne dal re Ferdinando, nell'ottobre 1767, un decreto di espulsione di questi religiosi da tutto il Regno, decreto che venne mandato in esecuzione nel mese seguente con quello stile appreso dalle soppressioni eseguite negli altri paesi.
Nell'archivio di Montevergine noi troviamo un accenno a una profezia del beato Giusto sulla soppressione della Compagnia di Gesù, ma che non trova sufficiente e attendibile documentazione. Sappiamo, invece, che gli ordini del re furono comunicati all'abate generale con l'ingiunzione che questi gesuiti espulsi non potevano entrare nelle altre istituzioni religiose del Regno (B 217).
Quando, perciò, in seguito capiterà qualche caso di ex gesuita, entrato fra i verginiani, appena si viene a sapere che il postulante era appartenuto all'Ordine proscritto, si è costretti a dimetterlo subito dalla congregazione.
Pochi mesi dopo l'espulsione dei gesuiti dal Regno si ebbe il matrimonio del re con l'arciduchessa Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d'Austria. Il 12 maggio 1768 ebbe luogo a Portella il primo incontro tra il re e la sua giovane sposa. Ai grandi festeggiamenti, che seguirono nella capitale il 22 di quel mese, non poteva mancare, tra i grandi baroni del regno, l'abate generale Mellusi, che fece anche lui ala e scorta alla coppia reale.
Nonostante qualche barlume, dovuto a circostanze esterne alla congregazione, tutto compreso, il triennio dell'abate Mellusi non solo fu scialbo dal punto di vista dell'attività svolta, ma si rese inviso alla maggioranza dei verginiani per le ferite inferte al corpo delle costituzioni e per i turbamenti che di lì provennero non solo tra gli abati, ma anche tra le file dei semplici religiosi.
Passato al governo del monastero di Casamarciano e poi di quello di Arienzo, si spense all'età di 74 anni, mentre si trovava nel cenobio di Napoli, senza molti rimpianti, pur leggendosi nell'indulgente Necrologio (f. 66) che egli fu «esemplarissimo nel costume, ed umilissimo in tutte le sue azioni, com'anche rigoroso osservante della nostra Regola».
Non basta essere buon religioso e neppure buon superiore di un singolo monastero per essere ugualmente un capace e attivo abate generale di una congregazione religiosa.