Gli stemmi · 11

Angelo M. Federici

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Pellezzano · 26 aprile 1733 – 22 aprile 1736

Sigillo di Angelo M. Federici

La mattina del 26 aprile, terza domenica dopo Pasqua, prima di darsi inizio al capitolo generale, l'abate generale Girardi, in forza della bolla di Clemente XII, del 10 settembre 1731, impartiva in Montevergine la benedizione abbaziale agli abati Angelo Maria Federici, Bernardo Siviglia e Matteo Orsi. Per questi ultimi due abati, c'era lo stretto obbligo della benedizione abbaziale, essendo di recente nomina e come tali sottoposti alla disposizione emanata da Benedetto XIII nel 1725; invece per l'abate Federici, che era abate già dal 6 aprile 1714, e che perciò, come abate di secondo ordine, aveva lo ius quaesitum di poter esercitare le mansioni di abate, senza bisogno di alcuna benedizione solenne, gli si rendeva necessaria questa stessa benedizione abbaziale, essendo preconizzato abate generale della congregazione. Di qui comprendiamo meglio come i capitolari si accordassero apertamente sul candidato alla suprema carica della congregazione.

La funzione ebbe luogo nella cappella del noviziato di Montevergine, senza nessuno sfarzo esterno, ma nell'intimità di un rito sacro, avvolto nell'alone dello spirito di famiglia. Si trattava semplicemente di eseguire quanto le prescrizioni pontificie ingiungevano secondo il diritto vigente (RC V, 91v).

All'unanimità e al primo scrutinio fu eletto abate generale Angelo M. Federici, di Pellezzano, dell'età di circa 60 anni e che recava con sé, oltre l'esperienza come lettore nella congregazione e come segretario generale, quella di superiore nei vari monasteri per lo spazio di 27 anni. Egli aveva emesso i voti religiosi il 2 febbraio 1695 e già il 10 maggio del 1699, alla distanza di soli quattro anni dalla professione religiosa, egli sosteneva, durante il capitolo generale, l'esame secondo i decreti del cardinale Orsini per essere approvato come lettore, difendendo egregiamente delle tesi teologiche alla presenza dei padri capitolari. Fu subito incaricato dell'insegnamento in Casamarciano (RC IV, 198), dove lo troviamo in quello stesso anno come insegnante di filosofia (RC IV, 197v).

Non ci meravigliamo, perciò, che uno dei primi problemi, affrontati in quel capitolo generale del 1733, sia stato quello degli studi nella congregazione e della formazione dei giovani.

Lo studio della teologia dogmatica era ormai tradizionale negli studentati verginiani; ora l'abate generale crede necessario che s'introduca anche quello della retorica, studio che doveva essere teorico e pratico con lezioni da tenersi due o tre volte alla settimana. Nel primo tempo si poteva chiamare qualche professore estraneo, per dare un indirizzo preciso e accurato alla nuova materia d'insegnamento. I monasteri che meglio si prestavano per questa disciplina furono giudicati quelli situati nelle grandi città, come Napoli, Aversa e Capua (RC V, 90).

Connessa con questo decreto c'era un'altra disposizione: nei professori, dove dovevano deputarsi due lettori, uno di essi doveva insegnare i sacri canoni morali, e questo lettore doveva godere tutti i privilegi, prerogative, emolumenti ed esenzioni, spettanti agli altri lettori, senza alcuna distinzione.

Ci si preoccupò ugualmente di fomentare la spiritualità nei monasteri, inculcando l'introduzione degli Esercizi spirituali per otto o dieci giorni, almeno una volta all'anno, come pure la pratica di devote funzioni, per edificazione del popolo (esposizione del Santissimo per tutta l'ottava del Corpus Domini, novene in onore della Madonna, di S. Guglielmo e di qualche santo di particolare devozione), specialmente nei monasteri piccoli «ove i religiosi - si diceva - non hanno tanta fatiga» (RC V, 90).

Sia la disposizione riguardante i lettori sia un decreto per i religiosi che avessero già professato in altra religione, e che potevano essere ricevuti a Montevergine solo se i due terzi dei votanti del capitolo generale fossero stati favorevoli, ebbero bisogno di una particolare approvazione da parte della S. Sede, che venne concessa il 4 settembre 1733 (B 186).

La condizione in cui si trovava la congregazione al momento: del capitolo generale del 1733 non era delle più floride, e ik nuovo abate doveva affrontare non pochi problemi particolarmente gravi e delicati. Uno di questi gravissimi problemi riguardava Loreto.

Come già abbiamo accennato, il terremoto del 29 novembre 1732 aveva talmente rovinato le fabbriche dell'infermeria di Montevergine, che si presentò ovvia la domanda: risarcire i gravi danni oppure ricostruire l'edificio altrove?

Nel capitolo generale si discusse ampiamente l'affare e si convenne a voce da parte di tutti i capitolari che l'edificio fosse ricostruito altrove, prima di tutto perché il luogo in cui sorgeva era particolarmente sensibile alle scosse telluriche, in quanto, a memoria d'uomo, già tre volte era stato rovinato dal terremoto; si aggiungeva poi una grave ragione d'igiene: l'edificio era troppo vicino agli orti che vi si coltivavano nei dintorni e, perciò, l'aria che vi si respirava non era molto sana; non si ometteva il fatto che il luogo era soggetto alle alluvioni, soprattutto autunnali. Infine, c'era la questione economica: per il conveniente risarcimento dei danni del vecchio Loreto, sarebbero occorsi non meno di 4000 ducati, a giudizio di due architetti, interpellati in proposito.

Non contento di queste conclusioni orali, a cui si era giunti nelle discussioni capitolari, l'abate Federici, prima di cominciare i lavori, volle avere tra le mani un documento originale al tutto irrefutabile e chiaro. Perciò, il 10 luglio di quell'anno, inviò ai singoli superiori locali della congregazione una lettera circolare, riproponendo espressamente la stessa questione della ricostruzione di Loreto «per maggior sua cautela e indennità presso i posteri» (RC V, 92).

I pareri espressi non smentirono quelli manifestati nel capitolo generale: tutti furono d'accordo nel volere un nuovo Loreto, più bello e più comodo del precedente.

Anche sul nome dell'architetto, presentato dal Federici, cioè su Domenico Antonio Vaccaro, furono ugualmente tutti d'accordo, perché costui era stimato dai verginiani il primo architetto di Napoli.

Non era, invece, facile un'unanimità di pareri quanto al luogo in cui sarebbe dovuto sorgere questo nuovo e grande fabbricato. Da alcuni venne proposto un campo detto il Priorato, sotto la chiesa del Carmine; da altri la selva alli Barbatelli; molti propendevano per la località Croce di Vesta. Quando questa località fu riconosciuta la più adatta dal Vaccaro, anche gli altri padri, che prima avevano espresso altre preferenze, vi si adattarono facilmente, essendosi fatto notare che ivi c'era aria perfetta, una conveniente distanza dall'abitato e la relativa lontananza dalla montagna per cui avrebbe risentito di meno della rigidità del clima di questa.

Il Vaccaro esegui sollecitamente i disegni, formò un modello di legno, in modo che ognuno poteva rendersi esatto conto di come sarebbe venuta la fabbrica.

Si diede subito inizio ai lavori preparatori e, durante il primo anno amministrativo, dal 1º maggio 1733 al 30 aprile 1734, si spesero ben 1306 ducati.

Mentre proseguivano questi lavori si venne a toccare la suscettibilità del Vaccaro. L'occasione fu data dalla visita a Montevergine di «un personaggio di riguardo», non meglio specificato, il quale, osservando il modello di legno, avanzò delle critiche sul palazzo che stava per sorgere, critiche che si diffusero rapidamente non solo negli ambienti del santuario, ma anche in tutto il resto della congregazione.

Nel progetto originale del Vaccaro si contemplava la costruzione di un maschio o castello al centro del fabbricato, il che, a giudizio di costoro, avrebbe creato un grave inconveniente, quello cioè di oscurare le parti vicine dell'edificio.

Le critiche, proferite in assenza dell'abate generale Federici, e a lui subito riferite, lasciarono dapprima indifferente l'accorto prelato, tutto fiducioso com'era nel valore artistico del Vaccaro. Senonché, a forza di sentirsele ripetere, un po' alla volta suscitarono in lui un caso di coscienza. Essendo egli un semplice amministratore dei beni della congregazione, e non un padrone assoluto, non poteva disporre a suo arbitrio del denaro che proveniva dai singoli monasteri. Perciò, per tranquillizzare la sua coscienza, credette bene di tenerne informato lo stesso architetto, facendolo nel modo più gentile possibile, pur rimettendosi alla decisione finale del medesimo. «In conclusione - gli diceva - la lode, se l'opra riesce bene, e la colpa, se riesce male, intendo addossarla tutta all'architetto». E allora pregava il Vaccaro «a prendersi l'incomodo di maturamente considerare» quanto gli aveva esposto, «essendo un punto dell'ultima premura, e poi darmi li suoi oracoli, dai quali unicamente dipenderò».

Il Vaccaro nella sua sollecita risposta rifiuta energicamente tutte le critiche mossegli e insiste sul suo progetto integrale, assicurando l'abate generale «a stare di buon animo e certissimo che il tutto riuscirà di applauso comune quando si vedrà alla luce un'opera di tanta considerazione».

Chiaritasi la situazione con l'architetto, i lavori continuarono con ritmo sempre più intenso. I 3 luglio 1735 si procedette alla benedizione solenne della prima pietra con l'assistenza del clero di Mercogliano e di Valle, presenti i definitori della congregazione, gli abati Saverio Resta e Michele Del Re e il vicario della giurisdizione, Giovanni Luigi D'Auria. Assisteva inoltre il governatore Angiolo Barbati con la partecipazione di numeroso popolo anche dei paesi vicini. Non mancò una «triplice scarica di quantità di mortaletti», per i quali si spesero 3 ducati e un tarì. Altri 3 ducati furono messi nella fabbrica insieme con la prima pietra. Questa prima pietra fu benedetta in onore di Maria Santissima, di S. Giuseppe e di S. Guglielmo.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1735, sul portone centrale, dei tre situati nel lato di mezzogiorno, l'abate Federici volle porre un iscrizione lapidaria latina, a perpetuo ricordo del nuovo edificio che si stava costruendo.

Per l'acqua occorrente alla fabbrica, fin dall'inizio dei lavori se ne deviò una parte di quella che andava a Loreto vecchio e che passava sotto S. Modestino, a non molta distanza dall'erigendo palazzo. Ma la quantità sottratta non poteva risolvere definitivamente il problema dell'acqua necessaria per l'avvenire di un edificio sì vasto, tanto più che non si voleva privare il vecchio Loreto di tutta l'acqua, essendo essa necessaria a coloro che in seguito vi si sarebbero recati ad abitare, prendendo il fabbricato a censo o in fitto. Si pensò allora di portare al palazzo di Loreto l'acqua che nasce nelle selve, allora possedute dal monastero, sopra il Demanio di Ospedaletto, e precisamente l’acqua di Ponticello o acqua di Fiore.

La decisione del monastero fu appresa con dispiacere dagli abitanti di Ospedaletto, particolarmente da chi si vedeva direttamente colpito, un certo Angelo De Leonardis, il quale, proprio con quell'acqua, da circa 40 anni, con facili accorgimenti, aveva alimentato un suo mulino.

Mescolando vere e false accuse ed esagerando altre notizie, il De Leonardis, sostenuto dal comune, presentò un lungo esposto al re contro il monastero a causa di quell'acqua. Su tale esposto, accolto sostanzialmente dal tribunale di Montefusco, venne fuori una prima sentenza di aperta e severa condanna del monastero.

Si dovette ricorrere al tribunale di Napoli, perché la causa venisse allestita con onestà e serietà di prove. Dalle informazioni, prese direttamente dal ministro, si poté agevolmente constatare l'infondatezza dei calunniosi addebiti, che si erano spòrti contro il monastero. Dimostrato ciò, si voleva procedere alla controffensiva, querelando il De Leonardis per diffamazione, quando si giunse ad un accordo, prima col comune di Ospedaletto e poi con lo stesso De Leonardis.

Col comune si stabilì che l'acqua di Ponticello si doveva dividere in tre parti uguali, due delle quali dovevano andare, con un acquedotto, a Loreto, a piena disposizione dei padri, e la terza parte restasse a beneficio di Ospedaletto per poterne formare una fontana pubblica.

Si aggiungeva poi la clausola che, qualora tutte le acque delle sorgenti, esistenti in Ospedaletto e dintorni, venissero a mancare, allora, durante il tempo di siffatta mancanza assoluta di acqua, il comune poteva servirsi di tutta la sorgente suddetta.

Della convenzione fu steso atto pubblico il 26 marzo 1736, per mezzo del notaio Mattia Oliviero, di Ospedaletto. Allora l'abbazia volle dare anche un'elemosina di 30 ducati per il nuovo cimitero del paese.

Per la convenzione col De Leonardis, dapprima si credette bene di vincere ogni resistenza di costui col dargli 60 ducati (di cui 20 liberi e 40 vincolati a certe compre); ma, all'ultimo momento, egli non volle più acconsentire e perciò si ricusò di sottoscrivere il contratto. Si dovette attendere sino al giugno di quel 1736, quando si diedero al De Leonardis 70 ducati; ma in quel momento all'abate Federici era già succeduto nel generalato Isidoro De Angelis.

Senonché, terminate le opposizioni aperte, incominciarono quelle subdole a danno del monastero. Infatti, appena si diede inizio all'acquedotto, si ebbe qualche disgustosa rappresaglia da parte di alcuni lazzaroni di Ospedaletto, istigati dal De Leonardis, che si era messo a tacere, ma che masticava amaro per quella faccenda dell'acqua. Costoro, di notte tempo, causarono dei danni alle fabbriche dei condotti.

Ma ben presto anche queste opposizioni cessarono. Siccome, poi, nel frattempo sorse una grave vertenza del monastero del Goleto col principe di Sant'Angelo dei Lombardi, a causa del feudo di quel monastero, in questa lite si senti economicamente impegnata tutta la congregazione, per cui negli anni seguenti si dovettero sospendere i lavori della fabbrica di Loreto.

Allora l'abate Federici, pur essendo passato al governo del monastero dell'Annunziata di Casamarciano, temendo che potesse interrompersi anche l'acquedotto, con ulteriori contese nella ripresa dei lavori, s'impegnò a continuare e a completare l'opera a sue spese.

Altre difficoltà erano effettivamente pullulate, in quanto ora Nicola Masiello, di Ospedaletto, e Pietr'Antonio Buccino, di Mercogliano, si opponevano recisamente acché l'acquedotto passasse per i loro rispettivi territori. Per vincere le difficoltà col Buccino, ma insieme per poter sfruttare una sua cava di pietre, in una sua selva dette le Pretole, gli fu donato un pezzo di selva, di circa un terzo di giornata, nelle pertinenze di Mercogliano. Ugualmente al Masiello venne assegnato un terzo di moggio di una selva, confinante con un suo territorio.

I lavori dell'acquedotto poterono terminare solo nell'aprile del 1737, importando la spesa complessiva di 1400 ducati.

L'abate generale Federici come ebbe a cuore di iniziare il nuovo Loreto, così cercò in tutti i modi che anche il monastero del Goleto potesse riaversi dai gravi danni, che aveva subito nello stesso terremoto del 1732. La chiesa dovette rifabbricarsi di pianta. Per ottenere contributi sempre più efficaci da parte di tutti i religiosi della congregazione, il 31 maggio 1735 inviò una circolare, esortando superiori e sudditi a voler contribuire con delle somme dei loro rispettivi depositi. L'appello non andò a vuoto, e la nota dei contribuenti ci fa vedere che la devozione verso S. Guglielmo non era punto affievolita nei verginiani.

La particolare devozione dell'abate Federici verso S. Guglielmo ebbe anche altre specifiche manifestazioni. Precedentemente, quando egli era stato abate di Monteverginella (1714-16 e 1719.22), istituì in quella chiesa verginiana la festa di San Guglielmo «con magnifica pompa e scelta musica»; al Goleto come superiore (1716-19) aveva speso notevoli somme per abbellire quel sacro luogo.

Volendo poi diffondere una conoscenza più accurata sul Santo, animò con fervoroso zelo, l'abate Angelo M. Mancini da Benevento, allora superiore in Sant'Agata di Roma, a scrivere una breve vita di S. Guglielmo e una chiara e succinta esposizione sulla miracolosa immagine della Madonna di Montevergine. Quest'opera vide la luce in Roma nel 1734, nella sua prima edizione, sotto il nome anagrammatico di D. Innico Maria Galomani. Nella seconda edizione, del 1763, apparve il vero nome dell'autore, Angelo M. Mancini.

Non ancora contento, l'abate Federici fece comporre dallo stesso benemerito abate Mancini il testo per la messa e l'ufficio proprio di S. Guglielmo, che venne approvato dalla S. Congr. dei Riti il 14 maggio 1735.

Il generalato dell'abate Federici, già resosi importante per quanto abbiamo riferito sin qui, divenne ancora più notevole per il fatto che si poté giungere in quel tempo all'affrancazione dei famosi 387 ducati annui, che Montevergine doveva corrispondere all'Annunziata di Napoli e che costituivano uno dei pomi di discordia più gravi nelle relazioni tra la congregazione e l'ospedale.

Per comprendere nel giusto valore questa affrancazione, bisogna rifarsi un po' indietro, toccando, sia pure per sommi capi, la lunghissima controversia fra le due istituzioni.

Fin dall'inizio, in cui la commenda della congregazione verginiana passò dal cardinale Ludovico d'Aragona all'ospedale dell'Annunziata, nel 1515, Montevergine, reputandosi ingannato, cominciò ad agitarsi contro l'ospedale e poi introdusse apertamente la causa nei tribunali della S. Sede. Si fecero molti atti dall'una e dall'altra parte, specialmente sotto il pontificato di Paolo IV e di Pio V. Ad appianare le divergenze fra le due parti, venne costituita una commissione di tre cardinali (Saraceno, Araceli e Sforza), come commissari deputati dal sommo pontefice. Finalmente il papa, il 26 febbraio 1566, determinò quelle differenze, assegnando la forma di vivere dei verginiani e fissando per i governatori dell'Annunziata il modo come trattare quei religiosi quanto al vitto e alle altre loro necessità.

Volendo i governatori del tempo dare esecuzione alla bolla pontificia, mediante l'interposizione dell'arcivescovo di Sorrento, Giulio Pavesi, addivennero ad una convenzione coi verginiani, in virtù della quale furono rilasciate e assegnate alla congregazione di Montevergine tutte le entrate e i beni che l'abbazia possedeva, i suoi priorati e le grancie: si tratta della celebre Concordia del 20 novembre 1567, ratificata poi il 13 dicembre dello stesso anno.

Ad evitare la profanazione del Goleto, Montevergine si obbligò verso l'ospedale a corrispondere la somma di 387 ducati annui, che continuò a pagare fedelmente sino al 1606. In quest'anno, la signora Aldonza Di Francesco, baronessa di Fiumara di Muro, istituì erede universale dei suoi beni l'ospedale, però con un legato pio per Monteverginella, in 84 ducati annui, per la celebrazione di sante messe. Montevergine allora cedette all'Annunziata quegli 84 ducati annui, ritenendosi l'onere delle messe, in modo che da allora l'onere dei 387 ducati annui scalò a 303.

Intanto, il 9 settembre 1631 l'ospedale cedette e assegnò al suo Banco quei 387 ducati annui e il corrispettivo capitale nominale di 7740 ducati, computati in ragione del 5 %. Perciò da parte di Montevergine si continuò il pagamento dei 303 ducati annui, versati ora al Banco dell'Annunziata.

Il 31 maggio 1700, nella convenzione tra Montevergine e l'Annunziata riguardo al Piazzale dei Tigli al santuario, l'Annunziata si obbligò a corrispondere all'abbazia ogni anno 22 ducati, per certi diritti che Montevergine cedeva all'ospedale, e anche questi ducati furono devoluti al Banco dell'Annunziata, per cui da allora Montevergine rimase debitore verso il Banco nella somma di 281 ducati annui.

Fallito il Banco dell'Annunziata, i creditori strumentari di quell'istituzione pretesero essere soddisfatti dei loro crediti. Per non litigare più oltre addivennero ad una transazione, in virtù della quale la Casa Santa, l'ospedale e il Banco cedettero e assegnarono ai creditori anche quei 387 ducati annui che Montevergine doveva inizialmente all'Annunziata col corrispettivo capitale nominale di 7740 ducati, il che si verificò nel 1716-1717.

Ottenuta quest'assegnazione, da parte dei deputati dei creditori suddetti si impetrò e ottenne da Benedetto XIII il beneplacito apostolico il 4 gennaio 1725 e l’assenso regio il 31 marzo 1729.

Avendo i deputati suddetti deliberato di affrancare quell'annualità di 387 ducati, dovuta da Montevergine, si pretese da Montevergine che l'affrancazione si dovesse fare alla ragione del 5 %, conforme era stata ceduta e assegnata dalla Casa santa e ospedale a beneficio del Banco, secondo lo strumento del 9 settembre 1631; inoltre si dovevano ritenere gli 84 ducati del legato della baronessa Aldonza per la celebrazione delle messe, e ugualmente i 22 ducati di cui si è parlato.

Viceversa i deputati suddetti pretendevano che l'affrancazione fosse eseguita alla ragione del 3 e mezzo per cento, come di censo enfiteutico; inoltre non volevano tener conto né degli 84 ducati del legato della baronessa né degli altri 22 ducati.

Ora, il 12 maggio 1734, le due parti si accordano nel fare affrancazione di 303 ducati alla ragione del 3,75%, importante la somma di 8080 ducati, restando gli altri ducati 84 (per raggiungere la somma 387 ducati annui) a peso e carico di Monte-vergine per le messe della baronessa, mentre i restanti 22 ducati annui Montevergine doveva esigerli e ricuperarli direttamente dall'ospedale.

In tal modo Montevergine, versando la somma di 8080 ducati affranca quei 303 ducati con uno strumento che venne ratificato dai deputati del ceto dei creditori della Casa santa il 18 maggio 1734.

In questo modo possiamo dire che il generalato dell'abate Federici aprì un'epoca nuova per Montevergine con la costruzione del palazzo abbaziale di Loreto, con la soluzione di spinosi problemi riguardanti la congregazione e con l'impulso dato alla formazione dei giovani e ai loro studi.

Terminato il suo generalato, il Federici continuò ancora per 16 anni a reggere i vari monasteri della congregazione e a dare la sua opera fattiva per il bene dell'abbazia. Chiuse gli occhi a questo mondo il 15 gennaio 1752, all'età di 78 anni, nel monastero di Penta, «compianto da tutti, ed assai più dal popolo di quel paese, per la perdita di un huomo di tanta virtù e d'una eroica carità verso i poveri».

Il sigillo, impresso a secco, presenta forma circolare. Lungo il bordo cordonato corre un'iscrizione identificativa del titolare, della quale si legge chiaramente: «D. ANGELVS. M. FEDERICI. ABBAS. GE (…)».

L’arme, di foggia settecentesca, è sormontata dal cappello prelatizio o galero, dal quale pendono due cordoni, disposti ai lati dello scudo e terminanti ciascuno con sei nappe.

Lo stemma è partito: nel fianco destro araldico è raffigurato l'emblema della Congregazione di Montevergine; nel fianco sinistro araldico compare invece l'arme personale del titolare, con una fede di due mani destre nude, poste in fascia e congiunte, con gli avambracci uscenti dai lembi dello scudo. Al di sopra sono raffigurate tre stelle, disposte a V rovesciata.

La fede, rappresentata dalle due mani destre congiunte, è tradizionalmente associata ai concetti di alleanza, fedeltà, concordia e reciproca fiducia. Nel caso dell'arme di Angelo Maria Federici, la presenza di questa figura potrebbe inoltre costituire un'arma parlante, con un possibile richiamo al cognome Federici.

Anche le tre stelle, in un contesto ecclesiastico possono richiamare la luce divina o assumere un significato mariano, in riferimento alla Vergine Maria, invocata nella tradizione come Stella Maris. La disposizione delle stelle e il loro rapporto con la figura della fede possono suggerire una lettura devozionale dell'insieme.

Fonti visive

Gallery