Gli stemmi · 06

Cherubino Salerno

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Terranova di San Martino Sannita · 15 maggio 1707 – 11 maggio 1710

Sigillo di Cherubino Salerno

Nonostante i tentativi fatti per abolire il turno delle province nell'elezione dell'abate generale, l'uso continuò ancora. Con questo sistema le elezioni divenivano, per lo più, un fatto compiuto prima ancora della convocazione del capitolo, dati i pochi nomi tra i quali doveva effettuarsi la scelta. Perciò nessuna meraviglia che anche questa volta, al primo scrutinio risultasse eletto il nuovo abate generale, nella persona di Cherubino Salerno, del Feudo di Montevergine.

È superfluo dire che la preparazione remota del nuovo abate generale era stata quella di tutti coloro che giungevano alla suprema carica della congregazione, specialmente se non erano giovanissimi: il passaggio successivo per il governo di priorati e abbazie. E questa volta il Salerno era passato dai luoghi più lontani e meno ambiti, come Massa e Bagnoli, a quelli della massima responsabilità, come l'ufficio di vicario della giurisdizione a Loreto, di definitore visitatore e, più ancora, di abate decano al santuario.

Le preferenze e le direzioni prese dai capitolari non potevano rimanere nascoste agli interessati, ed ecco perché i neoeletti giungevano già con un programma di massima da svolgere e con delle questioni da mettere subito all'ordine del giorno. Questa volta furono due i quesiti che l'abate Salerno propose ai capitolari, ma sui quali voleva una risposta scritta e ben ponderata, e perciò dava loro il tempo di un anno, sino al prossimo capitolo generale annuale. Si trattava innanzi tutto della questione se i priorati e le abbazie che vacassero durante l'anno si dovessero provvedere subito dei titolari oppure rimandare le rispettive elezioni al tempo del capitolo definitoriale che seguiva il capitolo generale. L'altro quesito aveva per oggetto l'eventuale ristampa delle costituzioni, non già nel modo come l'aveva eseguita l'abate generale Carlo Cutillo sedici anni prima, nel 1691, come semplice riproduzione del testo del 1599, ma aggiungendovi le dichiarazioni per i passi oscuri, riferendo i brani corrispondenti delle bolle e dei decreti pontifici, come pure inserendovi le disposizioni del cardinale Orsini. In questo modo si sarebbe dato nelle mani dei religiosi un testo veramente completo e utilissimo (RC IV, 250).

Per rispondere alla prima questione proposta, c'era bisogno di molta ponderazione. Alla fine, tutto ben considerato, si credette più utile continuare secondo la prassi seguita fino allora. Invece la seconda questione non trovò subito la sua soluzione, ma servì per far penetrare nell'animo dei verginiani il pensiero di una riforma delle costituzioni, cosa che maturerà fra alcuni decenni.

Intanto nel regno di Napoli si verificava il mutamento della dinastia, e si cambiava padrone. Nel luglio 1707, la città, più che aprire le porte ad un nemico vittorioso, accettava con gioia un nuovo signore. In questo modo, idealmente, la congiura di Macchia, dopo sette anni, raggiungeva il suo scopo senza colpo ferire. Senonché, non ebbero effetto le promesse del 1701, che il regno di Napoli non sarebbe stato una semplice provincia della corona imperiale, ma avrebbe avuto il suo proprio re nella persona di Carlo VI d'Austria. Anche questi, infatti, governò per mezzo di viceré che si avvicendarono in maniera molto più veloce di quelli della casa spagnuola.

Così Napoli per 27 anni conoscerà la dominazione austriaca, che farà vedere - se non all'inizio, certo in seguito - che la città non aveva punto guadagnato passando da un padrone all'altro.

I monaci di Montevergine, particolarmente gli abati generali, si mostrarono molto prudenti ed evitarono accuratamente tutto quello che li avrebbe potuti compromettere.

Per quel che si riferisce all'osservanza degli obblighi principali della vita religiosa, vegliava attentamente anche il cardinale protettore Imperiali. Questi era stato deputato come protettore della congregazione verginiana il 15 maggio 1700, come abbiamo già fatto osservare altrove. Nei primi anni non si notò molto la sua presenza negli affari della congregazione, se si eccettuano alcune dispense che, secondo la prassi invalsa, la S. Sede rimetteva alla sua prudenza e coscienza; invece il 19 luglio 1707 credette bene di inviare una sua lettera sull'osservanza del voto di povertà. Allora l'abate generale si fece un dovere di notificarla, per la sollecita esecuzione, inviando ai superiori locali della congregazione una sua circolare, in cui metteva in rilievo la cura e la benevolenza del cardinale e l'importanza di eseguire fedelmente quanto veniva richiamato in vigore (B 174).

L'ordinario andamento della vita nella congregazione fu scosso il 16 ottobre 1707, quando si dovette convocare un breve capitolo generale straordinario per procedere all'elezione di un nuovo definitore visitatore, essendo morto Agostino Candido il 26 settembre precedente.

Eletto all'unanimità Isidoro De Angelis, che in seguito troveremo tra gli abati generali, la seduta si sciolse.

Scorrendo le disposizioni che vengono prese in questi capitoli generali, possiamo osservare che molto spesso l'esecuzione procede stentatamente e come inceppata nel suo sviluppo. Così, nel capitolo generale del 1705 vedemmo, fra le tasse che vi si erano stabilite, quella relativa alle suppellettili delle celle, per complessivi 307 ducati annui. Ora, nel capitolo del 1708 si sta ancora a discutere per determinare accuratamente in che cosa deve consistere quella suppellettile dei religiosi ad uso comune in ogni monastero. Si voleva che da una parte il religioso che si spostava da un monastero all'altro non si trovasse a disagio e, dall'altra, risplendesse dappertutto la povertà monastica, a cui si era riferito il cardinale protettore nella lettera di cui abbiamo ora fatto parola.

Tutto questo si spiega dal fatto che effettivamente i monasteri verginiani non navigavano nell'abbondanza. Particolarmente poi il monastero di Roma aveva dato sempre molte preoccupazioni a riguardo per la sua poca consistenza patrimoniale e, quindi. per l'onere che esso costituiva per gli altri monasteri del Regno.

Anche la questione delle due cariche di abate del governo di quel monastero e di procuratore generale presso la S. Sede, se dovevano essere in persone distinte o accumulate in una sola persona, oltre tutto, aveva dei riflessi anche economici. Ma vi erano anche altre considerazioni, che, di volta in volta, facevano pendere la bilancia verso una delle due soluzioni opposte.

Ora da quindici anni ci si trovava, in questa questione, nei termini in cui il 27 aprile 1692 l'aveva posta il cardinale Orsini, allora visitatore apostolico della congregazione: le due cariche erano state riunite in una sola persona. Nel 1707 era appunto abate di S. Agata e procuratore generale Vitantonio Pastorale. Egli allora inoltrò una supplica alla S. Congr. della Disciplina Regolare, nella quale innanzi tutto faceva notare che nel riferito decreto del 27 aprile 1692, emesso «per insinuazione» del cardinale Orsini, «per li motivi ivi espressi, che forse in fatto non havevano sossistenza, ma rappresentati a detto Em.o da qualche persona per ritrarne il proprio commodo, come si raccoglie dalla risposta fatta a questo capo dall'abbate di quel tempo»; e perciò egli, appellandosi alla lunga esperienza avuta, in quanto per quattro anni aveva dovuto esercitare le due cariche unite, riconosceva «che l'unione di queste cariche ha cagionato, e giornalmente cagiona gravi pregiudicii al comune della Religione, e del medesimo monasterio di S. Agata, e specialmente al divino culto, non potendo attendere con la dovuta esattezza all'uno et all'altro officio una sola persona, e specialmente alla recitazione dei divini officii di notte e di giorno, alli quali, quando non assiste il superiore, patiscono grave pregiudicio».

Nello sviluppare la sua supplica l’abate Pastorale può con tutta ragione, sottolineare che egli è mosso dalla salute delle anime e dagli interessi della congregazione, mettendo da parte e posponendo ogni interesse personale. Chiede, perciò, che la S. Sede moderi il citato decreto del 1692 e faccia procedere all’elezione di un procuratore generale distinto dall'abate del monastero di S. Agata, mentre egli è disposto a rinunziare ad una delle due cariche «ad arbitrio della S. Obbedienza», ma insieme protesta solennemente «che né egli né qualunque altro potrà mai adempire alle parti d'ambedue le suddette cariche senza detrimento della propria coscienza e pregiudici della Religione, e del decoro e sblendore (!) dell'abito».

Il 26 settembre 1707 la sacra congregazione rimise la cosa all'arbitrio del cardinale protettore Imperiali. Questa volta, però, il cardinale non volle decidere personalmente. A sua volta, scrivendo all'abate generale l’8 ottobre, gli comunicava che avesse messo quella questione all'ordine del giorno, perché se ne trattasse nell'imminente capitolo straordinario del 16 ottobre, rimettendosi completamente alla decisione capitolare, anche se, per regolarità, avrebbero dovuto attendere la sua espressa conferma.

Risolta la prima questione della separazione delle due cari-che, il procuratore generale inoltrò una seconda supplica alla

S. Congr. della Disciplina Regolare, perché si potesse procedere legittimamente all'elezione dell'abate di S. Agata. Rifacendosi ad un decreto della stessa sacra congregazione, del 20 aprile 1705, col quale si era ordinato che, per l'avvenire, le dignità e i superiori della congregazione si eleggessero in quella stessa provincia dove vacavano, inoltrava domanda che, per questa volta, si permettesse che l'elezione dell'abate di S. Agata si potesse fare promiscuamente tanto dalla provincia di Terra di Lavoro quanto da quella beneventana, con la condizione che vi fosse l'assenso dei padri vocali della provincia di Terra di Lavoro, alla quale di diritto spetterebbe questa nuova abbazia. Qualora poi l'elezione cadesse su un soggetto della provincia beneventana, questa, nella prima vacanza, dovesse restituirla alla provincia di Terra di Lavoro; frattanto, in luogo dell'abbazia, la provincia di Benevento dovrebbe cedere a quella di Terra di Lavoro uno dei suoi tre priorati, sino a quando non si avrà la restituzione dell'abbazia.

Tutto questo, poteva assicurare il procuratore generale, era desiderato da tutta la congregazione e dagli stessi padri vocali di Terra di Lavoro.

Questa pratica così complessa e questo scambio di abbazie e priorati fra le province monastiche della congregazione ci fanno comprendere l'animo del tempo e il modo come veniva concepita allora la giustizia distributiva, applicata alle dignità e cariche tra i verginiani.

Comunque, l'abate procuratore generale, nel terminare la sua supplica, poteva soggiungere che il tutto mirava a dare come superiore in quell'abbazia, che era insieme anche luogo di giovani professi e studenti, uno che fosse «affezionato alla regolare osservanza e di tanta bontà e talento necessari per abbate e superiore del detto monistero di S. Agata».

Naturalmente anche questa volta la sacra congregazione, il 27 marzo 1708, rimise ogni cosa all'arbitrio del cardinale protettore Imperiali, non senza aver prima riferito l'affare al sommo pontefice, prima di spedire tale rescritto. Effettivamente, il segretario di quella sacra Congregazione, l’11 aprile 1708, presentò la sua relazione al papa Clemente XI, e questi approvò il rescritto preparato. Perciò il 19 aprile 1708 il cardinale Imperiali diede il suo assenso nei termini voluti dal procuratore generale, insistendo però che vi fosse stato l'assenso dei padri vocali della provincia di Terra di Lavoro. Ma il decreto definitivo del cardinale si ebbe solo l'anno seguente, il 26 marzo 1709 (RC IV, 257), e, così, finalmente nel capitolo generale del 23 aprile di quell'anno si poté procedere alla desiderata elezione. Vitantonio Pastorale rimase confermato nella dignità di procuratore generale, mentre come abate del monastero di S. Agata fu eletto Basilio De Angelis, di Napoli, e perciò della provincia monastica di Terra di Lavoro (RC IV, 264).

Se si eccettua una parentesi per gli anni 1725-30, in cui, per ragioni particolari, prima l'abate Gallo Gallucci e poi l'abate Ramiro Girardi esercitarono di nuovo le due cariche riunite, dobbiamo dire che la soluzione presa per opera dell'abate Vitantonio Pastorale rimase definitiva fino a quando gli avvenimenti straordinari del 1789 faranno abolire la procura generale a Roma.

Dando ora uno sguardo al governo dell'abate generale, noi vediamo che, durante il suo triennio, l'abate Salerno dovette correre ai ripari per una grave questione di coscienza. La congregazione verginiana si era venuta a trovare gravata di un gran numero di messe perpetue, per le quali non si percepiva più il congruo emolumento, e perciò si erano tralasciate di celebrare. Si credette bene di inoltrare una supplica alla S. Sede per la condonazione di quegli oneri e la riduzione di essi per l'avvenire.

Quanto alla condonazione degli obblighi tralasciati, la S. Sede diede incarico al nunzio di Napoli di informarsi e poi decidere in merito. Questi, il 14 marzo 1710, in forza dell'autorità apostolica comunicatagli, obbligò la congregazione alla celebrazione di 190 messe all'anno in perpetuo, mentre come penitenza salutare ingiunse la recita in coro, per tre anni, dell'ufficio dei defunti, ogni giorno, eccetto le feste di I e II classe; inoltre, il primo giorno feriale di ogni mese, oltre l'ufficio divino, si doveva recitare l'ufficio della Madonna e quello dei defunti (Reg. 6143 e B 288: a. 1707-24).

Questo decreto venne promulgato solo il 15 maggio 1710 dal nuovo abate generale Pastorale con una sua particolare dichiarazione (RC IV, 276).

Da allora si ebbe una cura più attenta nella redazione dei registri delle sante messe, segnando accuratamente gli oneri soddisfatti (B 274: a. 1711-1714).

L'abate generale doveva tenere gli occhi alle necessità più gravi dei singoli monasteri ne poteva trascurare lo stato delle grancie. Per questo aspetto dei suoi doveri, constatando che la semplice presenza di un fratello nella grancia di Altavilla Irpina si rendeva poco utile a quella casa, ottenne dalla S. Sede che vi potesse dimorare anche un padre.

Ma la pupilla degli occhi di ogni abate generale era necessariamente il santuario. E qui l'abate Salerno volle lasciare un particolare ricordo del suo governo col far ornare di pregiati marmi (alabastro, ermetite ecc.) le pareti della cappella della Madonna e chiudendo con artistiche balaustre le antiche cappelle del Santissimo, della Schiodazione, di S. Benedettto, S. Rosalia e S. Guglielmo.

Durante il suo governo generalizio l'abate Salerno dovette usare una somma prudenza nelle relazioni con le due supreme autorità, ecclesiastica e civile, che entrarono presto in lotta fra loro. Le cose erano andate in questo modo.

Alla morte di Leopoldo I era salito al trono imperiale Giuseppe I (1705-1711). Ora, dopo la vittoria del principe Eugenio presso Torino (7 settembre 1706), i francesi furono obbligati ad evacuare tutta l'Italia settentrionale. In quell'occasione, fu violata anche la neutralità dei territori pontifici. Quando poi L'esercito imperiale ricevette l'ordine di occupare Napoli, il papa dovette necessariamente permettere il richiesto passaggio attraverso lo stato pontificio. Ma quando si verificarono ulteriori abusi da parte degli imperiali, allora Clemente X, il 27 luglio 1707, lanciava la grande scomunica su coloro che avevano imposto al clero le tasse di guerra. Da parte dell'impero si rispose sospendendo tutti gli invii di denaro da Milano e da Napoli verso Roma, e fu introdotto il Placet imperiale per le bolle pontificie.

Le cose si aggravarono ulteriormente quando le truppe imperiali, nel maggio 1708, occuparono la città di Comacchio. Nell'ottobre dello stesso anno scoppiò addirittura la guerra fra il papa e l'imperatore; ma la difesa e la preparazione del primo era del tutto inadeguata al grande conflitto, per cui si fu costretti a una pace provvisoria il 15 gennaio del 1709, alla quale fece seguito la pace definitiva nell'autunno dello stesso anno.

Ma le conseguenze di questo stato di cose durarono ancora in seguito. Ecco perché il 17 gennaio 1710 troviamo un'ingiunzione della S. Sede di opporsi ad un ordine, che stava per uscire dalla corte di Napoli: era uno dei tanti episodi di quelle relazioni, che continuavano a rimanere tese fra le due parti (B 215).

Di questo stato generale di cose se ne ebbe il riverbero nella congregazione verginiana. Così, fin dall'inizio, il nuovo governo di Napoli si venne a trovare in rottura con la S. Sede, e perciò si resero difficili le relazioni tra Montevergine e Roma (cf. B 215: 15 giugno - 9 luglio 1708). L'abbazia si trovò ugualmente impegnata nel dover promulgare da parte sua le censure ecclesiastiche, che la S. Sede aveva fulminato come conseguenza della lotta del potere civile contro quello ecclesiastico (B 215: a. 1708, 6 luglio - 15 sett.).

Solo in questo sfondo burrascoso si può apprezzare convenientemente la prudenza dovuta usare dall'abate Salerno per non peggiorare la situazione di Montevergine in un momento, in cui già a stento si poteva tenere un certo equilibrio, data l'insofferenza dei vassalli, date le liti agitate nei tribunali civili di Napoli, e -diciamolo pure - dato lo spirito maligno che qua e là faceva capolino in parecchi religiosi, insofferenti di freno e di disciplina.

Dopo il suo generalato, l'abate Salerno resse ancora per un decennio il monastero di Airola, finché ivi si addormento nel bacio del Signore il 19 settembre 1720.

Un contemporaneo, che scriveva quando egli era ancora in vita, non esita a sottolineare in lui una innocenza e probità da potersi additare come esempio.

Alla sua morte contava 65 anni, dei quali 50 ne aveva vissuto in religione. Nel Necrologio verginiano, scritto cinque anni dopo la sua morte, ci viene tramandato di lui questo grato ricordo: «È noto a tutti noi qual sodezza di costumi e qual perfezione di spirito died'egli a divisare in tutto il corso di sua vita, anche tra le prime degnità della Religione, di cui fu degnissimo generale. Innocenza ben regolata nel trattare, umiltà non mai interrotta, uniformità a divini voleri, osservanza delle nostre costituzioni, ancorché menome, fervore di azione, e rigidezza sempre assidua di penitenza erano i bei pregi di sua anima, ammaestrata secondo il cuor di Dio, e con meriti così riguardevoli, che son argomenti di bontà non mediocre. Morì qual visse in divota agonia, e il grande Iddio incontanente si compiacque rendere illustre la di lui morte col mezzo delle molte grazie dispensate a fedeli, accorsi ai funerali» (f. 4v).

Così, nella galleria degli abati generali di Montevergine, passava anche l'abate Salerno lasciando dietro di sé il profumo delle sue virtù, mentre, nell'ex cappella della Madonna, a Montevergine, si ammirano ancora i lavori da lui fatti eseguire e si ripete il suo nome in benedizione.

Intanto il vigile procuratore generale, un anno prima che scadesse il generalato dell'abate Salerno, volle preparare nel modo migliore la posizione giuridica della provincia monastica a cui toccava dare il successore sul seggio abbaziale di Monte-vergine.

Ora, secondo il decreto della S. Cong. dei Vescovi e Regolari, del 14 aprile 1705, il nuovo abate generale doveva scegliersi tra gli abati della provincia di Principato Citra, che però constava di soli 4 abati. Per aver un maggior numero di candidati al generalato, si accordarono fra loro gli abati della provincia di Principato Citra con quelli di Principato Ultra (che contava sei abbazie), perché, capitando in quell'anno, che ancora rimaneva prima del capitolo generale, una vacanza abbaziale, avessero permesso che venisse eletto uno della loro provincia, in modo da raggiungere il numero di 5 abati, e frattando avrebbero ceduto uno dei loro tre priorati.

Il papa rimise il libello supplice alla S. Congr. dei Vescovi e Regolari, attesa la relazione favorevole che ne aveva fatto il cardinale protettore Imperiali. Questa sacra congregazione, il 7 giugno 1709, rimise la decisione alla volontà dello stesso cardinale protettore quanto alla cessione dell'abbazia e del priorato, e questi, il 17 luglio 1709, diede il suo assenso a quella convenzione in questi termini: la provincia di Principato Ultra ceda alla provincia di Principato Citra l'abbazia che per prima sarà vacante, alla condizione che l'abbazia ceduta venga restituita e ritorni alla provincia di Principato Ultra, quando nell'altra provincia si erigerà una nuova abbazia; e che frattanto la provincia di Principato Citra ceda all'altra provincia uno dei suoi priorati (B 186: a. 1709-13).

Ma tutte queste complesse pratiche si resero superflue, perché nella provincia di Principato Citra c'era la persona dello stesso procuratore generale, che spiccava in modo da far convergere facilmente sulla sua persona tutti i voti dei capitolari.

Nonostante la sua età, egli era ancora abbastanza vigoroso da tener ben in mano con assoluta padronanza le redini della congregazione.

Il sigillo dell'abate Salerno, entro una cornice cordonata, presenta in senso orario la scritta: "D.CHERUBINUS.SALERNO.AB.GENLIS.CONGR.M.V.".

Nella parte alta troviamo il galero che, trattandosi di un Abate Ordinario Nullius con giurisdizione episcopale, presenta sei fiocchi per lato, disposti in file 1, 2, 3.

Nella parte centrale del sigillo, entro uno scudo accartocciato, e visibile sul trimonzio un leone rampante che regge con le zampe anteriori un oggetto non identificato, forse un calice, e una biscia ondeggiante.

Sovrastano queste figure tre stelle a sei punte, una barra e lo stemma della Congregazione di Montevergine con le lettere M. V. ai lati.

Analizzando lo stemma nei suoi vari elementi, possiamo dire che il monte a tre cime, detto anche trimonzio o monte all'italiana, e una figura frequentissima nell'araldica nostrana. In ambito religioso assume tre significati principali: puo raffigurare il Calvario, cioe il colle della Crocifissione, e rimandare al sacrificio di Cristo; puo indicare i tre voti monastici di poverta, obbedienza e castita; e richiama inoltre l'elevazione spirituale, cioe la stabilita della fede, incarnata dalla roccia, e il distacco dalle cose terrene.

Il leone rampante, che sembrerebbe tenere un calice, e il re degli animali araldici ed e simbolo per eccellenza di forza, coraggio, comando e magnanimita.

La biscia, o serpente, puo indicare il peccato dominato: se posta sotto o vicino al leone, rappresenta il male e le tentazioni che vengono calpestate, dominate o respinte dalla forza della fede.

Le tre stelle poste in alto si associano alla Vergine Maria come Stella Maris, Stella del Mattino.

Fonti visive

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