Dopo l'istanza, rimasta infruttuosa, dell'abate Garofalo di far celebrare il capitolo generale negli ultimi mesi del 1799 all'approssimarsi del solito tempo, stabilito dalle costituzioni per questa attesa celebrazione, lo zelotipo abate D'Amato presentò un lungo esposto al re, assumendosi, di propria iniziativa, l'autorità di proporre le norme che avrebbero dovuto guidare l'importante assise dei superiori della congregazione e le innovazioni da introdurre.
Innanzi tutto egli propose che nel capitolo generale si procedesse da parte di tutti i padri vocali all'elezione del procuratore della congregazione, e non già dal solo definitorio, come ora si praticava, mentre dall'abate generale e dal suo definitorio si sarebbe eletto il procuratore alle liti, anche questo residente in
Napoli. Inoltre:
- Che l'abate generale si eleggesse il suo segretario.
- Che non restassero confermati gli abati nel governo degli stessi monasteri, eccettuati quelli che, per vecchiaia o per altre gravissime indisposizioni, non potessero rimuoversi.
- Che l'abate generale e il suo definitorio, nella destinazione al governo dei monasteri e nella distribuzione dei superiori, avessero riguardo all'anzianità di governo e ai meriti delle persone.
- Che si surrogassero due monasteri di turno, al posto di quelli di Roma e di Capua.
- Che non si tenesse conto della aggregazione alle province, fatta il 7 maggio 1797, ma ciascuno ritornasse all'aggregazione alla quale venne ascritto quando fu ricevuto in monastero.
- Finalmente: fossero intervenuti al capitolo con voce attiva un priore per la provincia di Terra di Lavoro (ove mancava in quel momento un abate di governo) e uno per la provincia di Principato Citra, ove mancava abitualmente il sesto voto.
L'abate D'Amato terminava con queste parole: «Affinché però il tutto possa eseguirsi con ordine, pace e con concordia fraterna, il supplicante implora dalla vostra reale clemenza di volersi benignare di fare presedere nel medesimo capitolo generale vice regia un Messo dominico, tanto maggiormente per esser la congregazione verginiana di regio patronato» (RC VII, 170-74).
Naturalmente il D'Amato, pur di raggiungere i suoi meschini scopi, non si perita di prostituire la congregazione verginiana e di gettarle addosso fango e infamia. Il 20-23 maggio 1797 si era ottenuto che si celebrasse da allora in poi il capitolo generale senza il Messo dominico (RC VII, 110v). Ora l'abate D'Amato, arrogandosi il falso diritto di presentarsi come portavoce della congregazione verginiana, continua a cooperare attivamente per rendere la congregazione verginiana schiava del cesaropapismo napoletano.
Messo su questa via, osa con una seconda supplica al re di domandare un visitatore regio per la congregazione, facendo il nome del trappista padre Romualdo Pirelli.
Da parte sua il procuratore generale Eugenio Mauro si preoccupò del sesto voto per la provincia salernitana, con la creazione di un abate titolare, per supplire al voto del defunto abate Nicola Adinolfi.
Data l'esistenza di partiti, o per lo meno di correnti diverse, nel seno della congregazione, sembrava davvero che la cosa migliore fosse quella di un presidente estraneo alla congregazione. Di questa idea fu anche il procuratore generale, Eugenio Mauro, il quale domandò un Messo dominico, nella persona di Giovanni Battista Vecchioni.
La congregazione verginiana non vuole derogare a quanto ha praticato per gli ultimi capitoli generali, e perciò anche ora si moltiplicano le suppliche e i ricorsi.
Nulla di nuovo nel ricorso dell'abate Ramiro Calenda. Anche lui, che si dice con un po' di esagerazione «il più anziano della religione», è agitato da lungo tempo dal dispiacere di non leggeri abusi, introdotti «dal maltalento di pochi», i quali, si sono insinuati «con destrezza ... e con infinita sagacità ed obbrobrio delle costituzioni e regole». Perciò dice che nella congregazione si sono introdotti e dominano gli «sconci, la confusione, il disordine, l'accanimento» dei partiti e tutto quello che può provenire dalla volontaria trascuratezza dell'esatta obbedienza alle leggi e costituzioni. Per queste ragioni, anche lui invoca un Messo dominico, che presieda alla dieta definitoriale, col potere di correggere gli abusi, provenienti dall'opposizione alle costituzioni e alle regole della congregazione. Giunge a dire che, senza di lui, si andrebbe «incontro ad un ammasso d'irregolarità e nullità».
Il re diede la facoltà di convocare il capitolo e assegnò come Messo dominico il vescovo di Nola, Mons. Monforte, con l'incarico di esaminare pure se nella congregazione vi erano quegli sconcerti e disordini, che meritassero le opportune provvidenze da parte della curia del re.
Venuto il vescovo di Nola per presiedere al capitolo, gli si presentò davanti l'abate Ramiro Calenda, esponendogli quel che gli sembrava necessario tener presente per eliminare gli abusi invalsi nella congregazione e per riportare il buon ordine.
Secondo lui il capitolo non doveva solo provvedere all'elezione dell'abate generale e alla destinazione degli abati e priori nei rispettivi monasteri, ma anche quello di correggere ed emendare gli abusi introdotti e provvedere opportunamente contro quanto potesse nuocere alla stessa congregazione. In breve egli proponeva:
- Si rimettessero gli studenti nei monasteri di Napoli e di Aversa.
- Si abolisse la divisione delle province per la scelta nelle elezioni, riducendo tutto ad un solo corpo, affinché si potesse avere la libertà di scegliere e dare stimolo agli individui di studiare e di vivere attaccati alla religione.
- Avendo inteso che molti capitolari non sarebbero venuti al capitolo, togliere questo inconveniente.
- Avendo constatato che i monasteri sono molto decaduti per le vicende sofferte e per i debiti contratti, «si potrebbe dal capitolo dar riparo, fissando il governo sessennale, perché colla frequente mutazione da un monastero all'altro ci corre dell'eccessiva spesa»: in questo modo, in pochi anni la congregazione si riavrebbe economicamente. Ad evitare poi «la rilasciatezza dei religiosi per sovvenire ai di loro bisogni, i quali nascono da debiti personali che contraggono, è troppo necessario stabilirsi il vestiario dei sacerdoti almeno ad annui docati venti», mentre per i fratelli professi 12 ducati.
- Finalmente, insistere sull'osservanza del coro e del culto divino, richiamando in vigore le pene stabilite nelle costituzioni per i negligenti in materia.
Tutte queste istanze furono tenute presenti nel capitolo, che si aprì regolarmente il 4 maggio 1800. Quattro abati erano assenti (Aurisicchio, Santamaria, Cotinelli e Maffei), ma ebbero almeno cura di costituire le loro legittime procure.
La prima questione preliminare da risolvere fu quella del numero dei votanti, determinato in 24 dalle costituzioni. Siccome infatti, mancava il sesto voto per la provincia di Salerno, per questo capitolo fu ammesso al voto l'abate titolare Donato Toppi, attuale segretario generale, il quale venne approvato a pieni voti e a scrutinio segreto.
Ugualmente furono annoverati, all'unanimità dei voti, come monasteri di turno, le abbazie di Penta e di Nocera.
Per l'aggregazione degli individui, fu confermata la disposizione del capitolo generale precedente con 22 voti favorevoli e 2 contrari.
Venuti poi alla discussione dei punti presentati dall'abate Calenda, «maturamente considerati, esaminati e discussi», furono rifiutati, giudicandosi meglio di attenersi alle costituzioni e alla antica prassi. Solo riguardo al vestiario per i religiosi, si stabilì di elevare la quota annuale da 13 a 15 ducati, come si praticava coi religiosi destinati al santuario (RC VII, 183v).
Terminata la trattazione delle questioni preliminari, si procedette all'elezione del nuovo abate generale: essa cadde su Eugenio Mauro, eletto all'unanimità, al primo scrutinio.
Il giorno seguente, 5 maggio, il vescovo inviò la relazione con gli atti originali alla corte regia. «Ammirai - egli dice - in esso capitolo la docilità di tutti li sudetti padri abati vocali, li quali si mostrarono tutti ubbidienti a quanto viene prescritto nelle loro costituzioni e dalle vostre sovrane risoluzioni a tal uopo antecedentemente emanate, e spero che con egual pace e quiete voglia riuscire la dieta generale, che dovrà tenersi dopo la vostra approvazione del capitolo generale già fatto» (RC VII, 179).
Il 9 maggio giunse l'approvazione degli atti e il permesso di poter convocare la dieta definitoriale, che ebbe luogo il 17 di quel mese, pure nel monastero di Alto Spirito in Napoli, con l'intervento dello stesso vescovo di Nola.
L'abate generale Mauro, nel presentare, lo stesso giorno 17 maggio, gli atti di questa dieta per l'approvazione regia, domandava la conferma del permesso, concesso il 3 settembre 1798, di poter convocare le diete definitoriali quando se ne fosse presentata la necessità, per provvedere ad abbazie e priorati vacanti. Quando, il 21 maggio, venne l'approvazione degli atti e la conferma del permesso desiderato, si appose la solita condizione, che cioè «tutti gli atti, che in tali diete si faranno, non debbano avere la loro esecuzione, se prima non abbiano meritata la sovrana approvazione e conferma» (RC VII, 198).
A questo punto ci viene fatto di osservare: dopo quei tuoni e quei lampi di tanti ricorsi, soprattutto degli abati D'Amato e Calenda e dei sei priori ed ex priori, tutto era ritornato come prima, e nessun cambiamento notevole si era verificato nell'andamento giuridico e legislativo della congregazione. Ogni innovazione sembrava pericolosa e tale da rompere quell'equilibrio già così difficile a conservarsi per tanti religiosi che consideravano le cariche come una conquista secondo il numero dei titoli, che ciascuno credeva di possedere ad usura e con preferenza sugli altri!
Il nuovo abate generale, Eugenio Mauro, contava in quel momento 64 anni di età e 25 di abbaziato. I suoi numerosi interventi negli affari della congregazione ci hanno dato spesso l'occasione di occuparci di lui e di studiare il suo carattere. Si mostrò ordinariamente come elemento di equilibrio nei dissensi dei verginiani e con la chiarezza della sua mente rese preziosi servizi alla congregazione.
I grandi avvenimenti, che andavano maturando in Francia e che dovevano avere immensa ripercussione in tutta l'Europa, non permettevano che un regime molto prudente e circospetto nella congregazione. Napoleone, ritornando dall'Egitto, risollevava rapidamente le sorti delle guerre, proprio mentre il re Ferdinando si apprestava, con opere di pace, a risollevare le miserie del Regno. Il 17 maggio 1800 si mosse l'esercito francese per una seconda campagna in Italia. Il 14 giugno si ebbe la celebre battaglia di Marengo contro i tedeschi. Napoli, sempre nemica della repubblica francese, si rimise sul piano di guerra guerreggiata. Fortunatamente la pace di Luneville tra l'Austria e la Francia, del 9 febbraio 1801, risparmiò per il momento una seconda invasione del Regno. Venne poi il trattato di pace, stipulato in Firenze, tra il regno di Napoli e la repubblica francese. Napoleone, divenuto primo console, rassodava sempre più la sua potenza.
In questo ambiente, non c'è da meravigliarsi che le benemerenze, tenute in maggior considerazione nella reggia, fossero quelle che si riferivano direttamente o indirettamente alla milizia e all'esercito. Ne usufruì largamente il padre Patrizio Roselli. Con un dispaccio del 2 marzo 1803 il presidente Vecchioni notificava all'abate generale il conferimento della dignità di abate titolare per quel padre. Vi si faceva notare «con somma edificazione l'edificante maniera colla quale il P. D. Patrizio Roselli, monaco verginiano, abbia dissimpegnato e dissimpegna tuttora i sagri uffici del suo ministero negli incarichi avuti negli ospedali militari ed in altri siti reali, istruendo il popolo nei giorni festivi con prediche istruttive, soddisfacendo la sagramentale confessione e tutt'altro che particolarmente viene dettagliato da mentovati relatori».
Frattanto il Roselli doveva continuare «nelle sue lodevoli incombenze».
Una seconda lettera del Vecchioni, in data 13 aprile 1803, comunicava all'abate generale che «alla prima vacanza di un qualche abate della ... provincia della Puglia, entri ipso iure l'abate Roselli ad acquistare il voto nel capitolo, onde in ciascuna delle quattro provincie si trovino ugualmente sei votanti, consistenti in cinque abati di governo ed un solo abate titolare; e ciò senza pregiudizio di quei dritti che la Maestà Sua riserbò al P. D. Carlo Capochiano in occasione di doversi provvedere le badie di governo in quella provincia » (RC VII, 236).
Aquistano ora maggior valore anche altri documenti che rispecchiano lo stato di mobilitazione del Regno e le provvidenze a riguardo. Con dispaccio regio del 9 giugno 1800 si ingiungeva all'abate generale di accogliere gratis nel probandato di Casamarciano il figlio del capitano di reggimento reale, Giovanni Stehly (B 221).
Il 23 dello stesso mese, un altro dispaccio, comunicato all'abate generale, mostrava il compiacimento del re per i ducati, dati da Montevergine per il completamento dei «reggimenti di cavalleria», e insieme si riferivano le somme date da altri enti religiosi, come i camaldolesi dell'Incoronata e gli abitanti di Altavilla, Apollosa, Grottaminarda, Bonito e altri paesi (B 58).
Già il 1° febbraio 1800 l'abate generale Fiorilli aveva dovuto inviare una circolare per la decima e altri oneri fiscali, che gravavano sulla congregazione. Ora l'abate Mauro comunicava ai singoli superiori locali, con lettera del 26 luglio 1800, la quota che spettava a ciascuno di loro per coprire le spese dovute sostenere nel passato capitolo generale, il che aveva importato complessivamente la somma di 208 ducati (B 58).
Un altro onere forzoso, di 1000 ducati, fu imposto alla congregazione il 18 ottobre 1800, quando dovette partecipare alla compra di un'azione relativa ai fondi rustici dei monasteri soppressi (B 58). Di qui si spiega perché Montevergine sia stato costretto, il 12 marzo 1801, a contrarre un nuovo mutuo di 1500 ducati; il 18 aprile è la volta di un altro mutuo di 200 ducati. Di gran lunga più gravoso fu il mutuo di 6000 ducati, contratto con gli esecutori testamentari del marchese Mazzocchi e che venne a porre un onere annuo di 250 ducati d'interessi su quel capitale (B 48). Altri mutui ad interesse sono registrati il 27 giugno (B 48), tanto più che, tre giorni dopo, il 30 giugno, la congregazione dovette versare 2000 ducati per i bisogni urgenti dello stato (B 58).
Queste sovvenzioni da parte di Montevergine erano tanto più obbligatorie in quanto la congregazione, dichiarata di diritto patronale regio, era ormai considerata come di proprietà della real corona, come si fa notare espressamente in un documento regio del 17 dicembre 1801 (B 217). Da questo stato di cose ne veniva un aggravio sempre maggiore di debiti a carico della congregazione. Tra i vecchi e i nuovi debiti Montevergine si vedeva del tutto oppresso. Così, per fare ancora qualche esempio in questo triennio del governo dell'abate Mauro, troviamo un debito di 2000 ducati a favore di Giovanna Cacciuottolo, risalente al 31 agosto 1779 (B 56). Invece era di data recente, e precisamente del 26 gennaio 1802, la somma di 443 ducati, che il monastero prese in prestito da D. Gaetano Acquares, all’interesse dell’8 % (B 48).
Il 22 agosto 1802, l'abate Mauro coi suoi definitori invia una circolare a tutti gli abati e priori della congregazione, notificando che nella lotteria della Casa Santa dell'Annunziata furono assegnati alla congregazione verginiana 10 biglietti forzosi, pe un importo di 30 ducati, che debbono essere distribuiti per i singoli monasteri. Si approfitta dell'occasione per accennare ad altri debiti collettivi della congregazione e, perciò, si esortano i monasteri morosi a versare sollecitamente le loro rispettive quote (B 58).
Per tutto il suo generalato fu una vera necessità per l'abate Mauro il prendere denaro a mutuo. Infatti, il 7 febbraio 1803 troviamo ancora la somma di 700 ducati, che il monastero dovette prendere dal convento di S. Maria del Pane di Mergellina (B 48)
In questa materia si volle mostrare molto generoso l'ex abate generale Fiorilli. Egli, per i bisogni di Montevergine Maggiore e di Loreto, aveva prestato una volta 900 ducati e un'altra volta altri 400 ducati. Ora, il 17 gennaio 1803, rinunziava al rimborso dei 900 ducati, mentre sugli altri 400 ducati si accontentava dell'interesse annuo che il nuovo abate generale col suo definitorio gli avessero fissato. Quest'interesse fu determinato nella somma di 24 ducati annui (B 48).
Fortunatamente non mancò qualche pingue donazione, che però risultava del tutto inadeguata alle esigenze del momento. Ci riferiamo a D. Giustiniano Spagnolo, che il 29 agosto 1801 donò al monastero un capitale di 4000 ducati, già messo a interesse a 120 ducati annui (B 48).
Anche se non vistoso, merita di essere particolarmente ricordato un legato pio di 313 ducati, lasciato il 3 agosto 1800 dal cardinale Giuseppe Capece-Zurlo, con l'onere di una messa cantata durante la sua vita, nella cappella di S. Giuseppe al santuario, il 19 marzo (B 272).
Il cardinale era nato in Napoli il 3 gennaio 1711 da nobile famiglia. Entrato nella congregazione dei teatini, dimostrò sempre grande attaccamento alla vita religiosa e profondo interesse per gli studi. Dapprima fu nominato vescovo di Calvi, poi, nel 1782, cardinale e quindi, il 16 dicembre dello stesso anno, arcivescovo di Napoli. Nei fatti di Napoli del 1798-99, si rivelò anche uomo di azione, nonostante la sua decrepita età. Quando, infatti, il vascello di Nelson, il Vanguard, si tratteneva al largo del golfo di Napoli a causa dei venti contrari e di una spaventosa tempesta, il cardinale si recò dal re, che aveva preso posto sulla nave, pronto per fuggire a Palermo, supplicandolo a nome suo e come rappresentante dei magistrati, baroni e popolo, che non abbandonasse la città. Il re lo ricevette, ma rimase irremovibile nella sua decisione di partire. Il cardinale rimase sul posto, continuando ad occuparsi dei bisogni del popolo, anche durante la Repubblica Partenopea, mettendosi al di fuori e al di sopra di ogni questione strettamente dinastica e politica.
Quest'atteggiamento e l'immancabile scontro col cardinale Fabrizio Ruffo, il vero restauratore della monarchia nel Regno nel 1799, ebbero come conseguenza l'esilio del cardinale Capece-Zurlo nel monastero di Loreto di Montevergine.
Il cardinale, accolto e trattato con profondo rispetto, diede ai verginiani l'edificante esempio di una pietà sentita e di una carità ardente per tutti. Morì nel palazzo abbaziale il 31 dicembre 1801.
Ma se il cardinale Capece-Zurlo dovette soffrire nella restaurazione borbonica del 1799, ebbe ugualmente a soffrirne – e questo ancora più immeritatamente - lo stesso cardinale Ruffo. Questi, infatti, che era incline alla moderazione e alla clemenza, nella presa di Napoli credette bene di patteggiare coi difensori dei forti della città una capitolazione, onorevole per gli uni e per gli altri. Senonché, il re, la regina Maria Carolina e l'ammiraglio Nelson non vollero rispettare la capitolazione, per aggiungere in tal modo una loro spietata repressione alle sanguinose violenze del passato. Il cardinale Ruffo allora, nel novembre del 1799, lasciò volentieri Napoli per dirigersi a Venezia per il conclave.
Così, il ritorno di Ferdinando sul trono di Napoli fu reso tristo dalle vendette, dalle delazioni e dal sangue, versato largamente.
L'abate generale era costretto, mese per mese, a inviare alla reggia le relazioni sul comportamento delle singole famiglie religiose della congregazione.
Questo non impediva alla reggia, specialmente alla curia del cappellano maggiore, di interessarsi della disciplina del clero, particolarmente dei religiosi. Si volle porre un ostacolo al vagabondaggio dei religiosi per Napoli e si inculcò l'esatta osservanza delle costituzioni dei rispettivi Ordini (B 217). A queste disposizioni regie del 1° maggio 1802, fece eco una circolare dell'abate Mauro del 9 febbraio 1803 (B 213).
Al clima di diffidenza venutosi a creare, allo sforzo, dettato e imposto dalla carità cristiana, di coprire e scusare quei religiosi che si erano potuti compromettere durante la Repubblica Partenopea, alle gravi difficoltà economiche, in cui si dibatteva la congregazione, si aggiunse anche una grave disgrazia avvenuta al santuario il 18 agosto 1801.
Ecco come accadde il doloroso avvenimento. Nonostante tutte le difficoltà economiche del santuario, l'abate Mauro, fin dal primo momento, in cui era stato elevato alla dignità di abate generale, si era accinto a un inderogabile lavoro di restauro delle fabbriche, rifacendo la copertura del professorio, rassodando le fondamenta della foresteria, che minacciava rovina, consolidandone i pilastri, chiudendo gli archi a destra di chi entra nel piazzale interno e rifacendo anche qui la copertura dei tetti.
Con giubilo grandissimo si vedevano eseguiti questi lavori, quando il 18 agosto 1801, si sviluppò improvvisamente un furioso incendio nel corridoio del Crocifisso, che per poco non distrusse interamente tutto il santuario e il cenobio.
Ce lo descrive minuziosamente un testimone oculare. Esso fu provocato da una carbonella accesa, fatta cadere inavvertitamente dagli operai, che, in una stanza del professorio, attendevano a cucinarsi la minestra, tenendo alla finestra una rudimentale fornacella. In quel momento la comunità monastica si trovava all'ospizio (vecchio) per il desinare e, perciò, non poté accorgersi dell'incipiente incendio se non quando questo aveva già preso notevoli proporzioni.
Al suono lugubre delle campane a martello, si scossero le popolazioni, giacenti ai piedi della montagna. Più di duemila persone - ci informa il cronista, forse esagerando inconsapevolmente la cifra, sotto l'emozione dello scampato pericolo – corsero a dare valido aiuto ai monaci, sprezzando i pericoli e nulla curando le proprie vite.
Fu una lotta accanita di dodici ore contro il fuoco divoratore. Si perdette tutta la copertura del corridoio grande, ma almeno si poté salvare il resto del santuario. Rimasero in piedi le sole mura, e anche queste in parte bruciate e in parte demolite. Ne soffrirono pure tutte le parti del cenobio adiacenti al corridoio, essendosi dovuto tagliate dove si temeva la comunicazione del fuoco.
Dopo questa disgrazia, l'abate generale rivolse un caldo appello alla generosità dei verginiani, perché tutti cooperassero alle spese, per poter coprire urgentemente il corridoio distrutto, altrimenti, al sopravvenire dell'inverno, il santuario non avrebbe resistito alle intemperie e alla neve, soggiacendo alla fatale rovina, ora risparmiata dall'incendio.
Le offerte inviate dopo il primo appello assommarono a 1535 ducati.
Le mura del corridoio del Crocifisso furono portate a maggior altezza e consolidate; fu reso più luminoso dalla creazione di finestroni più numerosi e più ampi di quelli che aveva precedentemente. Furono creati due archi «dei quali uno apre l'ingresso al corridoio laterale, l'altro rimpetto al primo serve di entrata ad una bella stanza di ricreazione» (B 83).
Si approfittò dell'occasione per migliorare anche le stanze dei religiosi, la cui soffitta fu alzata di un palmo, e si resero ugualmnte abitabili le stanze situate «rimpetto a quelle dei monaci, le quali sono state finora un inutile ricettacolo di umido e di fradiciume».
In seguito si estesero i lavori al corridoio della Loggia, che aveva ugualmente bisogno di urgenti restauri, del resto già iniziati. Questi ne modificarono completamente la struttura: «Furono abbattute le stanze che riguardavano la montagna e, nel mezzo dell'antico piccolo corridoio, fu tirato per lungo un muro la cui estremità va a terminare dove era prima l'antico finestrone. Con questa divisione restarono ingrandite le stanze da una metà del corridoio antico e l'altra metà unita alla larghezza delle stanze abbattute forma un nuovo corridoio, il qual non cede all'altro per magnificenza e per lume» (loc. cit .; NV 92).
Quanto alla copertura, questa nell'inverno del 1801 era stata riparata provvisoriamente in modo da reggere alle nevi copiose cadute nell'invernata; ma ora si trovava indebolita e in una nuova invernata sarebbe crollata, esponendo a certa rovina gli edifici inferiori.
Ad un secondo appello dell'abate Mauro, le offerte furono eccessivamente esigue, raggiungendo appena 93 ducati, mentre la spesa totale per tutti i lavori eseguiti sino a quel momento ammontava a 3354 ducati.
Non vogliamo omettere un altro lavoro realizzato dall'abate generale Mauro, la costruzione di certi candelieri, di cui si procedette all'apprezzo il 28 gennaio 1803 (B 167).
È stato detto: «Uno dei buoni effetti, forse l'unico e senza dubbio il migliore, della rivoluzione francese, si fu l'abbandono per parte dello Stato della sovranità civile sugli affari religiosi, cioè la tolleranza politica, adottata più o meno in tutti gli stati europei ». Questo, però, non si verificò subito, ma solo gradatamente e con maggiore o minore celerità, secondo i diversi stati.
In questo nuovo ambiente che si andava creando, noi comprendiamo come il 26 luglio 1802 troviamo una sanatoria della S. Penitenzieria apostolica riguardo all'abilitazione ai voti nei capitoli generali (B 175). Sino a quel momento - e ormai da tempo - lo stato si era arrogato il diritto assoluto di legiferare in materia. Con ciò tramontava finalmente anche nella congregazione quel gruppo di zelanti realisti, che aveva creato tanti disturbi al retto andamento delle cose nei monasteri verginiani e nei capitoli generali.
L'abate Mauro alla fine del suo generalato passò prima al governo di Casamarciano e poi a quello di Marigliano, dove si trovava al momento della soppressione del 1807. In seguito a questa soppressione, egli si ritirò in sua casa in Palma Campania, dove cessò di vivere il 13 febbraio 1816.
La congregazione verginiana gli fu riconoscente per l'opera fattiva del suo governo, e il monastero di Montevergine, in particolare, poté beneficiare del suo zelo, soprattutto nel riparare danni alle fabbriche e nel cercare di rimediare alle gravi perdite subìte dal santuario e dai monasteri della congregazione nello sfortunato 1799.
Eugenio Mauro apriva la serie degli abati generali del nuovo secolo sotto un cielo, dove brillava quella stella napoleonica, che doveva fra poco sconvolgere verginiana.