L'abate Cessari dovette preparare la celebrazione del capitolo generale, che si tenne anche questa volta a Loreto. La convocatoria fu inviata ai capitolari fin dal 13 febbraio. Nell'elenco dei 12 padri non c'era altra variante che il nome di Guglielmo Avellino al posto di Benedetto Ape, morto il 6 luglio 1854.
Il capitolo si aprì puntualmente alla data fissata, 13 aprile 1856, terza domenica dopo Pasqua. Dando una scorsa alle schede di designazione dei candidati al generalato, nelle quali si fecero ben 8 nomi, si affaccia spontaneo il pensiero di un gran disorientamento e fa capolino il timore di un'altra elezione-fiume, sul tipo di quella avutasi sei anni prima, quando fu eletto abate generale Giuseppe Svizzeri. Invece, l'elezione si ebbe al primo scrutinio con 8 voti favorevoli e tre contrari.
Il nuovo abate generale, Giacomo Abignente, di Sarno, secondo il rito verginiano, intonò il Te Deum e prese subito possesso della sua carica. Ancora più giovane del suo predecessore, contava in quel momento 41 anni . Alla fine della seduta definitoriale, nella quale si era proceduto alla distribuzione delle famiglie monastiche in Montevergine, Loreto, Airola e Terranova, il nuovo abate generale col suo definitorio, in un avvertimento generale, volle rendere un doveroso omaggio di riconoscenza all'abate Cessari, esortando all'osservanza scrupolosa degli ordinamenti definitoriali, «emanati dal zelantissimo governo» che lo aveva preceduto. Egli stesso, del resto, promette di aggiungere altre disposizioni, affinché «tutti avessero una norma sempre più chiara per indirizzarsi al bene, all'incremento, ed al meglio della congregazione verginiana» (B 190). Quattro giorni dopo la sua elezione, il 17 aprile 1856, fu solennemente benedetto, nella cappella di Loreto, da Mons. Francesco Gallo, vescovo di Avellino (cf. Zigarelli, p. 302). Già il giorno dopo, 18 aprile, perveniva all'abate generale la comunicazione di una imminente visita del re Ferdinando II. Difatti, il 20 aprile, il re, la regina Maria Teresa, il principe ereditario Francesco II, e gli altri figli, provenienti da Caserta, giungevano al palazzo abbaziale di Loreto, accolti festosamente dalla comunità monastica; quindi proseguivano per il santuario (B 220: a. 1856). Come programma del suo governo, l'abate Abignente indirizzò ai suoi sudditi una lettera pastorale il 20 agosto 1856. Una delle prime cure, al santuario, fu quella di riparare i danni causati al campanile e alla basilica da un fulmine, cadutovi nella notte del 2 novembre dell'anno precedente, 1855: esso aveva danneggiato il campanile, lesionandolo nella parte superiore, guastato irrimediabilmente l'orologio che vi era sistemato, infranta la cornice del quadro della Madonna, fortunatamente senza recare danni all'Icone, sconvolti gli oggetti che pendevano dallo stesso quadro, fracassati alcuni confessionali della chiesa. Nel riparare il campanile, questo fu reso meno alto e slanciato sia per timore di altri danni a causa di fulmini sia, più ancora, per risparmiare spese e denaro nella misurata economia che si doveva seguire. Si approfittò di quest'occasione per munire il santuario e il cenobio di una rete di 23 parafulmini, fatti costruire dal meccanico Leonilda Redaelli, per un importo complessivo di circa 1000 ducati.
Si dovette provvedere pure alla costruzione di un nuovo orologio, di cui non si poteva fare a meno, e perciò si stipulò un contratto con un certo Bernard, che eseguì il lavoro in quello stesso 1856 . La spesa fu notevole, essendo risultata di 715 ducati.
Fra gli altri piccoli lavori eseguiti in questo tempo, vi fu pure l'erezione della fontana nell'atrio del santuario, al posto del pozzo. Dell'abate Abignente ci rimane soprattutto un artistico stemma in un sol blocco di marmo, per il quale si spesero ben 187 ducati (B 148 f. 242) mentre il suo ritratto si può osservare nel corridoio davanti all'appartamento abbaziale di Loreto ⁹¹.
Come se non bastassero le preoccupazioni, che provenivano dalla cura delle due case e dal priorato di Airola, l'abate generale dovette allora sostenere una vertenza con l'Arcivescovo di Benevento, a causa della giurisdizione che costui pretendeva sulla grancia verginiana di Pietrastornina.
Già nel maggio del 1828 il canonico Nicola Savino si era rivolto all'abate Morales, chiedendo direttive sul modo come si sarebbe dovuto comportare nel caso che, in atto di sacra visita, l'Arcivescovo di Benevento avesse voluto procedere alla visita canonica di quella grancia. Siccome ora la vertenza aveva assunto una forma più acuta, vi fu bisogno da parte di Montevergine di presentare una larga documentazione per dimostrare la validità degli antichi privilegi per cui le grancie, dipendenti da Montevergine, erano del tutto esenti dalla giurisdizione degli ordinari dei luoghi (B 296). Prima che terminasse il triennio di governo, la vertenza era felicemente e favorevolmente superata.
Purtroppo, anche l'abate Abignente non fu accuratissimo nell'osservanza delle ultime disposizioni canoniche riguardo all'accettazione delle nuove vocazioni, trascurando talvolta di domandare all'ordinario del luogo le necessarie informazioni. Perciò, nella estate del 1857 fu costretto a domandare alla S. Sede l'assoluzione per le censure in cui era involontariamente incorso. Contemporaneamente la S. Sede, in data 19 marzo 1857, stabiliva delle prescrizioni per la debita istruzione degli aspiranti alla vita religiosa e fissava la norma di far precedere la professione solenne da quella semplice.
Come Ordinario della diocesi, l'abate generale il 12 ottobre 1856 benedisse la nuova congrega del SS. Rosario in Valle di Avellino.
Intanto le condizioni politiche del Regno si andarono facendo sempre più gravi. Alla fine di giugno del 1857 c'era stata la fallita e miserevole spedizione di Carlo Pisacane, che per le sue conseguenze causò non pochi fastidi in tutto il Regno. Le ripercussioni in monastero furono molto più gravi di quello che si sarebbe aspettato. Le idee dei liberali e dei cosiddetti patrioti si facevano strada e cominciavano a costituirsi dei partiti borbonici e antiborbonici. Questi ultimi dapprima lavorarono in sordina, poi si fecero più arditi, manifestando sempre più apertamente le loro idee.
Vedremo tra poco le tristi conseguenze di questo stato di cose, che mise a gravissimo repentaglio l'esistenza stessa della congregazione, essendosi prodotto uno sbandamento totale nella comunità monastica. Lo stesso abate Abignente non rimarrà estraneo a questi dolorosi avvenimenti e le parti che egli prenderà allora non saranno certo una corona ideale al suo già così poco brillante governo abbaziale. Come abate generale, l'Abignente non seppe dominare la situazione interna del monastero, provocando con ciò un intervento straordinario della S. Sede perché sul seggio abbaziale di Montevergine potesse sedere un degno abate, che avesse governato con saggezza e rettitudine i monaci e i fedeli affidati alle sue cure. Con questo capitolo generale entriamo in un altro periodo criticissimo della storia di Montevergine, dove dominerà incontrastata una sola figura, quella di Guglielmo De Cesare.