Gli stemmi · 07

Giovanni Battista Brancia

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Sorrento · 7 maggio 1713 – 3 maggio 1716

Sigillo di Giovanni Battista Brancia

Continua, come un gradito ritornello, nell'elezione degli abati generali, quell'uniformità di volere tra i padri capitolari, messa nella linea sicura del turno delle province.

A un abate vecchio, ma non decrepito, quale era stato Vitantonio Pastorale, succedeva, il 7 maggio 1713, Giovanni Battista Brancia, prospero e maturo, contando circa 56 anni.

Il neoeletto abate generale, come il suo lontano predecessore, Angelo Brancia, proveniva da una nobile famiglia di Sorrento, che ci teneva a decorarsi del titolo di patrizia. Ed ecco perché, mentre le benedizioni abbaziali degli ultimi abati generali erano passate come inosservate, circoscritte come furono all'ambiente verginiano, in quella parca esuberanza di gioia delle feste di famiglia, il Brancia, invece, volle dare all'avvenimento lo sfarzo di una grande solennità.

Egli ricevette il sacro rito il 29 giugno di quell'anno 1713, nella cattedrale di Nola, per le mani del vescovo della città, Mons. Francesco Maria Carafa, dei duchi di Montenegro. Questo generosissimo vescovo, desiderando di compiere la benedizione con ogni possibile pompa, volle tenerla nel giorno dei Ss. apostoli Pietro e Paolo, con grande concorso di popolo, con l'intervento di tutti i nobili della città e l'assistenza di tutto il capitolo cattedrale in forma e con la partecipazione di parecchi abati verginiani. Vi assistevano, infatti, Urbano De Martino, Basilio De Angelis, Gallo Gallucci, Lorenzo Gallucci e diversi priori e ufficiali maggiori della congregazione.

Terminata la funzione, il Vescovo invitò tutti questi verginiani a una lauta colazione nel suo palazzo.

Dopo vespro vennero tutti gli alunni del seminario cattedrale e uno di essi tenne un eruditissimo discorso in onore del festeggiato, mentre gli altri successivamente recitarono in modo elegante e grazioso molte e dottissime composizioni.

Terminato il trattenimento, l'abate generale, gli abati, i priori e gli ufficiali si portarono al monastero di Casamarciano, trasportativi sui cocchi dello stesso vescovo.

Già da questo solenne apparato per la benedizione abbaziale, ci rendiamo conto dello spirito che il nuovo abate generale vuole inculcare nella congregazione: mostrare decoro, maestà e, possibilmente, splendore.

Ce ne accorgiamo fin dal primo capitolo generale del 1713, quando viene proposto il dubbio se i padri capitolari debbono sedere al capitolo generale secondo l'ordine di professione o secondo quello della promozione alle dignità. La risposta si rimanda al prossimo capitolo generale, in modo che ognuno abbia tempo e modo di dare delle dilucidazioni ben fondate sul diritto costituzionale della congregazione (RC IV, 289).

Così, comprendiamo meglio la questione di precedenza che si agitò tra il lettore di teologia Paolino Sandulli e il procuratore alle liti Raffaele Caputo. Essa venne decisa dai definitori visitatori in atto di sacra vista, il 10 settembre di quell'anno, quando si emanò il decreto che determinò che i procuratori alle liti in Napoli si dovevano considerare, durante il loro ufficio, come assegnati e appartenenti alla famiglia monastica di Monteverginella. Perciò essi dovevano considerarsi sudditi del superiore di quel monastero, come tutti gli altri, salvi i diritti e le prerogative loro concesse dalle costituzioni e dalla lodevole consuetudine. Quanto alla precedenza, si diede ragione al procuratore alle liti, e gli si confermò la precedenza sui lettori di teologia, mentre il cellerario e, a maggior ragione, il vicario avevano la precedenza su di lui.

Subito dopo, viene un ordine dell'abate generale, che ci fa penetrare ancora più addentro in questo spirito di lustro esterno: si ingiunge che gli abati portino al capitolo la mozzetta «per maggior decoro della stessa celebrazione capitolare».

La prima grande questione interna che il nuovo abate generale era chiamato a risolvere si riferiva alla cessione di una badia da parte della provincia di Principato Ultra alla provincia di Principato Citra.

La questione giaceva in questi termini. Gli abati delle due province, il 21 luglio 1713, avevano sporto un memoriale al cardinale protettore, ricordando una convenzione, che c'era stata nel 1709 fra le due province, e che era stata confermata da un rescritto pontificio. Ora si domandava la rescissione di quella convenzione e l'annullamento di quel rescritto, perché, secondo loro, quella convenzione avrebbe inevitabilmente generato inquietudini e discordie fra le due province. Perciò, si voleva che in avvenire restasse in pieno vigore il breve di Clemente IX del 1º marzo 1669 e il decreto del card. Orsini, del 13 aprile 1704, confermato dal cardinale Imperiali il 24 aprile 1705.

Il cardinale Imperiali, che era ancora protettore della congregazione verginiana, il 17 agosto 1713, scrisse all'abate generale, notificandogli quel memoriale e domandando che della questione si trattasse nel definitorio della congregazione, dopo aver sentite le due parti, e poi gli si comunicasse il parere da loro espresso.

Per eseguire quest'ordine l'abate Brancia, il 17 settembre 1713, inviò una circolare agli abati delle due province di Principato Ultra e Citra, perché ognuno esponesse le sue ragioni nel termine utile di 9 giorni dalla notifica di quella circolare.

Raccolte le risposte, l'abate generale poteva comunicare al cardinale Imperiali che l'abate Pastorale e gli altri abati di Principato Citra erano per la validità della cessione della badia, mentre gli abati di Principato Ultra erano per l'abolizione, mossi questi ultimi dagli «sconcerti, turbolenze ed inquietitudini (!)», che infallibilmente si avrebbero, se si sostenesse quella cessione. Difatti i sudditi di quella provincia di Principato Ultra appresero quella cessione con sommo dispiacere, quando fu stipulata quella convenzione, particolarmente poi quelli che erano prossimi ad essere promossi.

Tutto sommato, il definitorio, rendendosi conto dei malumori serpeggianti nella congregazione, a causa di quella convenzione, era propenso all'abolizione del rescritto del 1709 e all'osservanza delle deliberazioni generali precedenti (B 186: a. 1709-13).

Così, rimase la sperequazione delle abbazie nelle due province di Principato Ultra e Citra.

Si dovette ricorrere a Roma anche per un'altra questione, su cui già decine e decine di volte era intervenuta la S. Sede. La grancia di S. Leonardo di Montefusco si lamentava che, nonostante i privilegi di esenzione, di cui godeva la congregazione verginiana in tutte le sue case, veniva molestata dai canonici della chiesa collegiata di Montefusco per la corresponsione delle decime, recando fastidi ai coloni del Cobante, di San Giovanni a Marcopio e di Pietradefusi, dipendenti da Montevergine. La S. Sede accolse subito l'istanza e, il 4 agosto 1713, Nicola Spinola, arcivescovo di Tebe e uditore generale della Camera apostolica, spedì ai canonici di Montefusco uno dei soliti monitòri, per ricordar loro lo stato giuridico della congregazione verginiana.

Quei canonici di S. Giovanni de Balio Militum credevano di poter difendere validamente le loro ragioni, e la causa andò in S. Romana Rota, dove si moltiplicarono i memoriali dall'una e dall'altra parte. Anzi, nel dicembre del 1713, i canonici fecero affiggere i cedoloni contro i coloni che non avessero deposto certe somme di denaro che essi pretendevano.

Da parte di Montevergine furono giudicati inconsistenti tali cedoloni, perché molti di quei coloni erano sudditi dell'abbazia e perciò fuori della giurisdizione di Montefusco. La stessa procedura fu giudicata irregolare, essendovi mancato il giudizio formale di petitorio.

Le cose presero una piega molto larga e andarono, anche questa volta, per le lunghe. Più tardi, però, il 13 giugno 1716, come conclusione della vertenza per il Cobante, furono rimossi 14 termini col marchio di quei canonici (B 307).

Una grande benemerenza si procacciò l'abate generale Brancia, promovendo l’ordinamento dell'archivio di Montevergine. Egli ebbe la felice idea di far redigere dal padre Gaetano Giannuzzi, di Fontanarosa, un buon regesto delle scritture che vi si conservavano, distribuite in mazzi a secondo un certo ordine topografico. Questi documenti, dal marzo 1701, erano stati trasportati provvisoriamente a Loreto e si dovevano trovare ancora lì, perché negli anni 1714-1716, in cui si esegui quel meritorio lavoro, il Giannuzzi copriva a Loreto l'ufficio di cancelliere della curia abbaziale (cf. Distribuzione, II, 108 sgg.).

Ne vennero fuori due grossi volumi manoscritti, nei quali il Giannuzzi, seguendo un ordinamento topografico-cronologico, ci presenta un breve sommario di ciascun documento secondo una distribuzione per mazzi di pergamene o di documenti.

Questo lavoro è degno di ogni encomio, soprattutto perché nel secondo volume vengono trascritte integralmente non poche pergamene fra le più importanti dell'archivio. Anche oggi questi due volumi costituiscono una buona fonte di consultazione, particolarmente per quei documenti che in seguito sono scomparsi dall'archivio.

Occupandosi del culto divino, l'abate generale Brancia ebbe cura di far risolvere dalla S. Congregazione dei Riti alcuni interessanti quesiti liturgici sui primi vespri di S. Guglielmo, la festa della dedicazione della chiesa di Montevergine, le feste dei santi di cui si conservavano le reliquie insigni al santuario, da osservarsi anche nella casa di Loreto, l'ufficio di S. Modestino ecc..

Con relazione al culto, il Brancia ci lasciò un ricordo ancora più grato del suo generalato, ottenendo dal papa Clemente XI, proprio nell'ultimo mese del suo governo, il 2 aprile 1716, una indulgenza plenaria perpetua per tutti i fedeli, che avessero visitato il santuario di Montevergine, confessati e comunicati, da potersi lucrare da ciascuno una sola volta all'anno, ma applicabile anche ai defunti. Era un passo avanti nella linea di quella indulgenza plenaria, ottenuta per un settennio per l'interposizione del canonico Howard nel 1713.

I contemporanei sottolineano la grande carità e umanità con la quale egli esercitò il suo governo come abate generale, come pure mettono in rilievo il suo amore nel sedare, il più possibile, le vertenze e le controversie che affliggevano la congregazione.

Alla sua morte, avvenuta il 1º marzo 1726 nel monastero di S. Giovanni di Arienzo, all'età di circa 70 anni, fu sinceramente compianto da tutti (NV 8v).

Il suo generalato, iniziato in uno sfarzo veramente settecentesco, si mantenne per tutto il triennio all'altezza del decoro e di quella dignità che meritarono i giusti riconoscimenti dei contemporanei e dei posteri.

L’immagine del sigillo esposta, presenta elementi tipici dell’araldica ecclesiastica e nobiliare. La dignità abbaziale è sottolineata dal galero con cordoni e fiocchi (nappe), disposti secondo la consueta configurazione di sei per lato per un abate ordinario, ordinati su tre file secondo lo schema 1, 2, 3. Lungo il bordo corre la legenda: BRANCIA … C. M. V. D. JOANNIS BAPTISTA (Brancia … Congregationis Montis Virginis Dom Joannis Baptista).

Nello specchio del sigillo compare invece uno scudo partito (diviso verticalmente in due sezioni) e semitroncato. Nella metà sinistra dello scudo (destra araldica) sono raffigurati i simboli della Congregazione Verginiana di Montevergine: una croce patriarcale che sormonta tre monti stilizzati (comuni anche ad altre congregazioni benedettine), i quali, pur non essendo identificabili con il massiccio del Partenio, lo richiamano in quanto sede del santuario fondato da san Guglielmo da Vercelli. Ai lati della croce compaiono generalmente le lettere «M» e «V» (Mons Virginis), che in queste impronte risultano integrate nella composizione.

Nella metà destra dello scudo (sinistra araldica), semitroncata, la parte superiore reca lo stemma della famiglia Brancia, costituito da una branca di leone (ossia una zampa di leone), solitamente d'oro, nascente dal fianco dello scudo su campo azzurro. Si tratta di un'arma parlante, poiché l'elemento figurativo richiama direttamente il cognome della nobile famiglia napoletana.

Nella porzione inferiore, invece, si presenta inquartato in decusse (o in croce di Sant'Andrea), accantonato da quattro rose rosse (ossia negli spazi compresi tra i bracci della croce), elemento che allude a un legame di parentela a seguito di un’unione matrimoniale con un'altra nobile famiglia napoletana, i Correale.

Prima dell’esposizione del nostro sigillo non risultavano ufficialmente matrimoni diretti primari tra i rami principali delle due casate che ne avevano unito i cognomi e le armi araldiche, sebbene i due lignaggi fossero profondamente legati. Entrambe le famiglie condividevano forti legami territoriali e sociali: radici e patriziato: i Brancia e i Correale ebbero entrambi origini amalfitane per poi stabilirsi a Napoli e, soprattutto, a Sorrento dove furono ascritti al Patriziato locale del Seggio di Porta.

Allo stesso modo anche la famiglia Correale (in antiquo Curiali), originaria di Scala dove si rivengono le prime notizie nel 1274, si diramò in Napoli dove fu ascritta al Patriziato del Seggio di Porto, a Sorrento nel XIII secolo dove fu aggregata al Seggio di Porta e a Salerno ove godette di nobiltà nel Seggio di Portaretese. A Sorrento, in particolare, la famiglia Correale ha lasciato un’impronta profonda e duratura nella storia e nella cultura cittadina. Testimonianza concreta di questa eredità è la fondazione del Museo Correale di Terranova, istituito in seguito alle disposizioni testamentarie di Alfredo Correale, Conte di Terranova, e del fratello Pompeo. La nascita del museo si inserisce nel più ampio contesto culturale europeo della seconda metà dell’Ottocento, quando, sull’esempio dei grandi collezionisti privati, andavano diffondendosi istituzioni museali destinate a conservare e rendere accessibili al pubblico raccolte d’arte, testimonianze storiche e patrimoni familiari di particolare valore.

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