Gli stemmi · 12

Michele Del Re

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Atripalda · 19 aprile 1739 – 15 aprile 1742
rieletto: 2 maggio 1751-5 maggio 1754

Sigillo di Michele Del Re

A rappresentare la provincia di Principato Ultra nel generalato, questa volta fu chiamato l'abate Michele Del Re. Come parecchi dei suoi immediati predecessori (facciamo i nomi degli abati De Angelis, Federici, Girardi, Gallucci e Pironti), egli era stato preparato alla suprema carica della congregazione con l'ufficio di procuratore generale presso la curia romana; e in questo ufficio era stato proprio il Del Re ad ottenere il breve pontificio del 14 marzo 1739 sugli altari privilegiati di S. Benedetto e S. Guglielmo in tutta la congregazione.

Più d'una volta per il passato si era dovuto ricorrere alla S. Sede a suo riguardo per domandare ora l'una ora l'altra dispensa: nel gennaio del 1705 si trattava della dispensa di un anno per poterlo ricevere in religione, perché il giovinetto contava allora solamente 14 anni (RC IV, 234); più tardi, nel 1719, era la dispensa di 9 mesi di pratica per poter esercitare l'ufficio di cellerario maggiore (B 215). L'abate Del Re effettivamente aveva seguito una carriera piuttosto veloce, in quanto, dopo un priorato di 3 anni in Lauro, il 24 aprile 1726 era eletto abate di Capua e, nello stesso anno, il 12 maggio, diveniva abate decano di Montevergine; quindi passava al Goleto, poi a Roma; gli veniva affidato il delicato ufficio di definitore visitatore, e finalmente era a Roma come procuratore generale presso la S. Sede.

Nel partire da Roma per il capitolo generale, l'abate Del Re riceveva una lettera del cardinale protettore Passeri, indirizzata a tutto il capitolo. Il porporato dichiarava innanzi tutto che, nei tre anni dacché gli era stato affidato l'ufficio di protettore della congregazione verginiana, non si era mai voluto ingerire nelle promozioni dei religiosi, lasciando piena libertà ai superiori, che conoscono bene i propri sudditi. Siccome però era sua ferma convinzione che il bene della congregazione poggiava su un saggio sistema di reclutamento dei soggetti e sugli studi, aveva creduto bene di far stendere un piano regolare in proposito, che egli aveva diligentemente corretto. Svelava poi che a questo egli era stato spinto da molteplici ricorsi pervenutigli sugli abusi negli studi. Pertanto, ad ovviare in avvenire agli stessi inconvenienti, ora sottoponeva al capitolo quel piano di studi, perché venisse approvato dall'eletto consesso, mentre egli poi si sarebbe presa cura di farlo munire di uno speciale breve pontificio.

Accennava inoltre che il procuratore generale, col quale egli aveva discusso a lungo a voce e alla cui prudenza e zelo si rimetteva interamente, poteva illustrare a voce altri punti che gli stavano a cuore, come tutto quello che si riferiva al governo del monastero di Roma (RC V, 168 sg.).

Non sappiamo con quale entusiasmo sia stato accolto questo intervento del cardinale protettore nelle cose verginiane, soprattutto in fatto di legislazione su un punto quanto mai delicato e importante, come quello degli studi e del regime dei monasteri della congregazione. Ma, pare, che per allora non si fosse favorevoli a novità in materia, reputandosi più che sufficienti i decreti del cardinale Orsini.

Invece una novità si ebbe l'anno seguente, quando venne proposta, nel capitolo dell'8 maggio 1740, l'introduzione del cappello nero nella congregazione, al posto del bianco, allora in uso, che si era introdotto nel 1565.

I padri si mostrarono tutti propensi al cambiamento; ma, per poterlo attuare, si dovette fare un esposto al cardinale protettore, il quale rescrisse favorevolmente il 6 ottobre 1740. In seguito a questa risposta, l'abate generale poté inviare una circolare (15 ottobre 1740) sulle modalità del cambiamento, che doveva aver inizio il 25 dicembre di quell'anno.

Per curare meglio la puntualità agli atti comuni, il 16 giugno 1740 venne affidato a Luigi Minotti, di Napoli, «professore di orologi», di allestire un orologio grande sul campanile di Montevergine, di 3 palmi di altezza e 4 di larghezza, con due mostre da situarsi una nella chiesa e l'altra nel corridoio grande o dormitorio maggiore dei padri, per la spesa prevista di 30 ducati (B 167).

Ma il lavoro principale, che tenne assorbito l’abate Del Re in questo triennio del suo generalato, fu la continuazione della fabbrica di Loreto. Mentre nel triennio precedente essa era del tutto languita, ora si riprendeva energicamente. Basta riflettere che mentre l'abate generale De Angelis aveva speso per Loreto solo 700 ducati, durante il triennio dell'abate Del Re se ne spesero più di 5733.

Purtroppo, però, il Del Re, per questa fabbrica, dovette affrontare, fin dall'inizio del suo governo, una spinosa vertenza con Mercogliano e, poco dopo, anche con Ospedaletto.

Mercogliano, in un ricorso presentato tanto al Sacro Regio Consiglio quanto al tribunale di Napoli, tra i capi dei supposti gravami che diceva di subire da parte di Montevergine, enumerò pure la fabbrica di Loreto, in disprezzo dei privilegi, concessi al regno di Napoli dall'imperatore Carlo VI. Ma per allora non si poté impedire la ripresa dei lavori, perché i motivi addotti furono riconosciuti insussistenti e di nessun valore.

Messo a tacere Mercogliano, ecco insorgere Ospedaletto, alla fine di quello stesso 1739, con una supplica presentata alla Real Camera di S. Chiara, rappresentando che i verginiani edificavano un nuovo monastero, sotto il falso pretesto che l'antico era rovinato a causa del terremoto del 29 novembre 1732, mentre in quella circostanza era stato appena lesionato in piccola parte, e perciò si poteva riparare con una lieve spesa.

Si ripeteva poi la motivazione, che la costruzione era contro i privilegi compartiti al regno di Napoli dal passato governo austriaco. Di conseguenza, s'invocava l'opportuno intervento della giustizia contro tale abuso.

La Real Camera, senza discutere il caso, interpose il solito decreto, che non s'introducesse alcuna novità e che frattanto venisse consultato il re. L'udienza di Montefusco era incaricata dell'esecuzione del decreto; e questa senz'altro ordinò che si sospendessero i lavori della fabbrica di Loreto.

Non è superfluo sottolineare che Mercogliano si unì subito nell'azione con Ospedaletto per far fronte comune.

Per superare l’ostacolo si credette più spiccio porgere un ricorso immediato al re, per mezzo della segreteria del ministero ecclesiastico. Nel memoriale presentato al sovrano, si faceva notare innanzi tutto che il palazzo che stava per sorgere non era una nuova fondazione di ospizio, ma una semplice sostituzione al vecchio edificio, rimasto ormai inabitabile a causa del terremoto; che s'erigeva in sito di proprietà dell'abbazia e poco distante dall'antico. Non si ometteva l'enumerazione di tutti quei motivi per i quali si era venuti a quella deliberazione.

L'abate generale Del Re, assistito da buoni avvocati, personalmente presentò questo memoriale al segretario, marchese Brancone, informandolo pienamente dello stato delle cose. Il marchese sembrò persuadersi delle buone ragioni del monastero, e perciò si era sicuri dell'esito favorevole dell'incresciosa faccenda. Il più amaro disinganno venne pochi giorni dopo, quando usci un dispaccio, diretto all'udienza di Montefusco, col quale si ordinava che si fosse informata accuratamente sull'esposto presentato da Montevergine e sui reclami che erano giunti per parte di Ospedaletto e di Mercogliano, per poi farne relazione alla stessa segreteria del re.

Fu eseguito un accuratissimo sopralluogo, e si riscontrò l'esattezza della relazione dei verginiani. Ma il sovrano, come al solito, prima di emettere la sua decisione, richiese il parere del cappellano maggiore, che allora si trovava a Roma, e perciò ivi furono inviati i memoriali delle due parti, insieme con la relazione dell'udienza di Montefusco.

Intanto il re diede ordine a voce all'architetto cav. Michelangelo Di Blasio di portarsi anch'egli sul luogo e di osservare se veramente l'antico ospizio aveva patito danni dal terremoto nella misura che avevano dichiarato i verginiani, e se il nuovo edificio poteva recar pregiudizi ai due paesi querelanti.

Il giudizio dell'architetto fu quanto mai favorevole ai padri. Da parte sua, poi, il cappellano maggiore, nel suo voto, sottolineò che il palazzo di Loreto non era una nuova fondazione né mancò di riferire che i verginiani avevano intenzione di dare a censo o vendere o riservare ai propri coloni il vecchio Loreto.

Eppure, nonostante tutto questo, i due paesi continuarono a fremere e a far giungere al re replicate suppliche, presentando le cose in questi termini: qualora i verginiani avessero portato a termine la nuova fabbrica, avrebbero conservato il vecchio Loreto in grave loro pregiudizio, perché ivi avrebbero costituito osterie, alloggi ecc., facendo con ciò concorrenza agli abitanti di Mercogliano e di Ospedaletto.

Il re fu costretto ad ingiungere alla Real Camera che, intese le parti e considerati i loro ricorsi, le informazioni e le relazioni fornite - che egli ora le trasmetteva -, avesse riferito quel che era di giustizia.

La Real Camera diede la sua consulta seguendo i principi della giustizia e dell'equità. Dopo aver enunciato lo stato della controversia ed espressi i ricorsi delle due parti ed epilogate le relazioni dell'udienza di Montefusco e del cappellano maggiore, fece comprendere chiaramente che le opposizioni dei due paesi erano astiose, irragionevoli e senza alcun fondamento. Restringendo le accuse a tre capi, dava le opportune risposte: 1º all'obiezione che la nuova fabbrica apportava carestia di calce, pietre e legna a tutti i paesi d'intorno, rispondeva che l'asserita carestia era tutta falsa, perché la legna si tagliava nei boschi del monastero, e lo stesso Sacro Regio Consiglio, nel dicembre del 1739, aveva emesso un decreto, col quale si permetteva ai padri di tagliare il legname occorrente per la costruzione della nuova fabbrica; 2º si obiettava che il nuovo edificio impediva il corso delle acque, che scendevano dai monti al tempo delle piogge, e perciò quelle acque inondavano le campagne con notevole danno dei poveri contadini, e a questo si rispondeva: essendo la montagna di Montevergine vastissima e circondata ancora da varie pianure, pareva del tutto inverosimile che una sola casa, sia stata pure grandissima, potesse impedire le acque e far sì che inondassero i campi; 3º finalmente si insisteva dicendo che, terminata la nuova fabbrica, i verginiani si sarebbero avvalsi del vecchio fabbricato per impiantarvi osterie, alloggi, botteghe ecc. e con ciò si sarebbero ridotti gli abitanti dei due paesi all'ultima miseria, perché verrebbe tolto loro il grande lucro che ricavavano dagli innumerevoli pellegrini che si recavano al santuario, e anche per questo c'era la risposta conveniente: qualora i padri volessero far uso della vecchia casa, non vi era ragione che valesse ad impedirlo. Comunque, anche questo era falso, dopo le loro reiterate assicurazioni sugli usi futuri di quelle fabbriche.

Perciò la Real Camera aveva concluso che il re poteva ordinare che venisse tolto ogni impedimento al proseguimento dei lavori.

Purtroppo, gli intrighi prevalsero, per cui ne venne fuori un dispaccio del re, nel quale, a danno del monastero, si ingiungeva che prima si fosse demolita o venduta o censuata la vecchia fabbrica e, solo dopo, si fosse ricorso per le opportune provvidenze in ordine alla nuova costruzione.

Un siffatto dispaccio recò somma meraviglia nella congregazione verginiana. Essi allora ricorsero di nuovo al re, per supplicarlo che desse il permesso di poter prima terminare la nuova fabbrica e poi eseguire la sua sovrana determinazione sul vecchio Loreto, perché, una volta alienato il precedente edificio, dove dovevano alloggiare i padri?

Non si ottenne nulla. La risposta fu secca e recisa: si eseguisse quanto era stato ordinato.

Si sporse allora un'altra supplica: che il re si fosse degnato almeno di permettere di portare a termine una parte del palazzo, in modo da renderlo adatto per abitazione di un ristretto numero di monaci; ma anche questo tentativo riuscì vano. Anzi ne venne fuori un severo rescritto: che i verginiani non fossero ulteriormente ascoltati, se non avessero presentato un valido documento o della vendita o della censuazione o della demolizione del vecchio Loreto.

Cominciarono le pratiche per trovare chi volesse prendere in affitto o a censo quel locale, impetrando dalla S. Sede le necessarie facoltà. Intanto si tentò di addivenire coi due paesi ad un accordo amichevole, ma queste pratiche si protrassero alcuni anni.

Per rendersi conto delle esose condizioni, pretese da questi paesi, basta leggere un documento ufficiale del 12 agosto 1746: i padri verginiani, a loro proprie spese, dovevano demolire tutte le fabbriche nel vecchio ospizio, detto Loreto, per qualunque uso fatte, nessuna eccettuata, di modo che non doveva rimanere in piedi neppure la minima parte delle fabbriche; il materiale servibile (pietre, legname, ferro ecc.) sarebbe stato trasportato dai monaci nel luogo Croce di Vesta, per servirsene nel nuovo edificio, mentre il resto doveva essere disperso completamente. Intanto, finché alla Croce di Vesta non si fosse completata tanta fabbrica da poter servire per ospizio e infermeria dei religiosi e per abitazione dell'abate generale con la sua famiglia monastica, i religiosi potevano continuare ad abitare nel vecchio fabbricato.

Quindi, ottenuta dal re la licenza e li permesso di poter riprendere la fabbrica, nello spazio di un anno dovevano costruire e portare a termine ventidue stanze con la cappella e le officine. Passato poi un altro anno, i religiosi dovevano tutti trasferirsi nel nuovo edificio.

Si aggiunga ancora, che i verginiani, qualora venissero meno a queste condizioni o non costruissero, nel primo anno, quel numero specificato di stanze o non vi si portassero ad abitare nel secondo anno, immediatamente dopo il suddetto secondo anno s'intendeva rinunciato e donato dai padri anche il nuovo ospizio con tutte le fabbriche che si trovassero fatte nel luogo Croce di Vesta. In tal caso, i due paesi se ne sarebbero impossessati per demolirle a loro piacere o per farne qualunque altro uso.

Trascorsi poi i due anni, i verginiani dovevano demolire ed arare tutto l'ospizio vecchio nello spazio di sei mesi, ad eccezione del solo muro esteriore che confina con la via pubblica e quello di cinta degli orti, che dovevano essere alti non più di quattro metri per custodia di quel locale. Era fatta poi espressa proibizione ai verginiani di poter erigere in futuro qualunque edificio o fabbrica in quel luogo lo Reto.

Infine, ad evitare ogni scappatoia, si soggiungeva che, nel caso che il vecchio Loreto non fosse stato demolito dagli stessi verginiani nel tempo stabilito, potevano demolirlo i due paesi, di propria autorità. Per togliere poi ogni indugio in quest'opera di demolizione, si aggiungeva espressamente: i padri non potranno completare il rimanente del nuovo ospizio, se prima non sarà demolito l'ospizio antico.

Effettuatasi questa demolizione, i due paesi restituivano, cedevano e rinunziavano a favore dei verginiani, senza alcuna riserva, quel luogo o suolo «chiamato lo Reto, perfettamente raso e rasato d'ogni edificio, e demolito».

Allora soltanto, finalmente, sarebbe stato possibile portare a termine interamente il palazzo abbaziale di Loreto.

Intanto il 6 febbraio 1740 moriva Clemente XII e seguiva il più lungo conclave del secolo XVIII, durato più di sei mesi (anzi il più lungo conclave dal Grande Scisma in poi), alla fine del quale, il 17 agosto 1740, riusciva eletto il cardinale Prospero Lambertini, che assumeva il nome di Benedetto XIV.

Il cardinale Passeri non perdette tempo. Sottopose sollecitamente al sommo pontefice le nuove costituzioni, che egli aveva fatto preparare per la congregazione verginiana, e ne ottenne subito il breve di approvazione, datato il 17 febbraio 1741.

Nella dedica al cardinale Passeri gli si vuole mostrare tutta la riconoscenza della congregazione per quest'opera: con essa l’illustre porporato aggiungeva nuovi titoli di benemerenza a quelli che si era procacciati precedentemente. Si ricorda la lettera da lui inviata al capitolo generale del 1739; più ancora si mette in rilievo la pazienza e modestia da lui dimostrate nelle riunioni tenute in Vaticano su queste nuove costituzioni, la soavità, discrezione e scienza con cui le aveva esaminate, l'impegno nel farle approvare dal papa Benedetto XIV, non senza averle fatte prima vagliare e approvare dalla S. Congr. dei Vescovi e Regolari.

Da parte sua il sommo pontefice, nel breve di approvazione del 17 febbraio 1741, dopo aver ricordato la cura della S. Sede nell'approvazione delle costituzioni dei singoli ordini religiosi e nel mutare, secondo il variare dei tempi, alcuni punti e statuti, fa l'applicazione di questo principio alla congregazione verginiana. In essa, finora si osservavano ancora le costituzioni approvate da Clemente VIII l’8 marzo 1599. Intanto, nel frattempo, i romani pontefici avevano aggiunto delle sanzioni nuove a quelle disposizioni, erano intervenuti altri decreti - generali e particolari -, nei capitoli generali della stessa congregazione erano stati emanati non pochi ordini per cui erano state mutate, variate o corrette le disposizioni precedenti. Perciò, per maggior utilità e progresso della congregazione, si era creduto bene di aggiungere delle nuove costituzioni, da osservarsi per l'avvenire, rimanendo ferme le antiche dichiarazioni, aggiunte alla Regola, in tutto quello che non si opponeva apertamente al nuovo testo.

Il papa rende poi noto che, appena ricevuto il testo delle nuove costituzioni, lo aveva rimesso alla S. Congr. dei Vescovi e Regolari, perché lo esaminassero. I membri di questa congregazione l'avevano riconosciuto utile, proficuo e opportuno per accrescere sempre più la regolare osservanza. Siccome poi gli stessi verginiani, per dare a tali costituzioni più forza e perché vengano osservate più esattamente, desiderano su di esse una particolare approvazione apostolica, egli volentieri le approva e ne comanda l'osservanza.

Nello stesso tempo, nella pubblicazione del testo, l'abate Angelo M. Mancini, che in quel momento copriva l'ufficio di procuratore generale e che si può chiamare autore di quelle costituzioni, allegava ad esse un copioso commento col quale mostrava le fonti a cui aveva attinto nella redazione del testo, e dava degli sguardi storici sulla congregazione.

Appena promulgate queste nuove costituzioni, particolarmente per le innovazioni che si introducevano quanto ai requisiti e meriti per il conseguimento delle dignità e degli uffici, si suscitò un immenso vespaio, si perdette completamente la pace e la serenità: tutti si scossero.

Incominciarono immantinente le polemiche. Innanzi tutto si attaccò lo stesso breve pontificio del 17 febbraio 1741, e si esponevano in lungo e in largo le ragioni per la sua nullità.

Così, per questo intempestivo e autocratico intervento del cardinale Passeri negli affari della congregazione, lo stesso triennio dell'abate Del Re venne offuscato gravemente, anche se egli stesso si trovò coinvolto negli avvenimenti, dei quali non può essere incolpato.

La tempesta scoppierà furibonda nel prossimo generalato e la S. Sede dovrà intervenire direttamente, cosa che darà un andamento diverso al corso finora pacifico nella congregazione verginiana.

MICHELE DEL RE

rieletto (2 maggio 1751 - 5 maggio 1754)

Anche questa volta, come nel tempo immediatamente precedente al suo primo triennio di generalato, l'abate Del Re aveva esercitato negli ultimi tre anni l'ufficio di procuratore generale. In questa palestra del generalato si poteva agevolmente allargare lo sguardo su tutta la congregazione, seguendone passo passo tutti gli affari più importanti e ascoltando l'eco dei singoli monasteri del Regno.

Per la rielezione dell'abate Del Re, avvenuta il 2 maggio 1751, ritornava quell'unanimità di voti, che era divenuta tradizionale nella congregazione verginiana e che era stata turbata nelle ultime due elezioni.

Come il suo predecessore, il neoeletto abate generale prestò sollecitamente il giuramento prescritto nelle mani del vescovo di Avellino, l'11 maggio (RC V, 349).

Quanto agli atti del suo governo, il nuovo abate generale, fin dal primo capitolo, oltre alla conferma, in genere, di tutti gli ordini impartiti dai suoi immediati predecessori, volle richiamare l'attenzione dei religiosi sulla proibizione dei giuochi non consentanei alla vita monastica e sulla corresponsione delle tasse, imposte ai singoli monasteri. Ma, su quest'ultimo punto, non mancheranno in seguito delle rimostranze (B 58: 1° dic. 1752).

Dopo le grandi spese, erogate dall'abate Letizia per Loreto, ormai quest'edificio non solo era funzionale in tutte le sue parti, ma non richiedeva immediatamente notevoli somme di denaro. Perciò, durante il suo triennio, l'abate Del Re si poté limitare a quello che richiedeva una vigile manutenzione ordinaria. Ebbe intanto cura di emettere un decreto per la determinazione accurata della clausura, facendo apporre due lapidi marmoree, di cui una presso la grande scalea della portineria e l'altra vicino al portone dell'orto (B 170 e RC V, 349).

Ma se per Loreto non si richiedevano più grandi spese, queste invece erano più o meno urgenti per altri monasteri della congregazione, sempre per i danni dei terremoti. In questo senso, il monastero di Terranova si vide costretto a domandare alla S. Sede la facoltà di poter contrarre un mutuo di 300 ducati per completare le fabbriche di quella casa, assolutamente indispensabili per la piccola famiglia monastica. La concessione fu rimessa alla prudenza dell'abate generale (25 giugno 1751), il quale, il 12 luglio, dava il suo rescritto affermativo secondo le condizioni espresse dalla sacra congregazione (RC V, 351). In condizioni un po' più gravi, sotto il punto di vista economico, si trovava in questo momento il monastero di S. Agata di Roma, perché doveva ancora estinguere un debito contratto fin dal 1727, quando si era dovuto ricostruire dalle fondamenta quell'abbazia, e già allora si era ottenuta dalla S. Sede la licenza di poter devolvere a quello scopo lo spoglio dei religiosi defunti spoglio che, a tenore delle costituzioni, doveva devolversi a beneficio del monastero in cui il religioso decedeva. Il debito iniziale era veramente rilevante, perché ascendeva alla somma di 32.000 ducati.

Ora, dopo circa 25 anni, di quel debito rimaneva ancora qualche residuo, ma che non dava più eccessive preoccupazioni. Perciò l'abate generale domandava alla S. Sede che d'ora in poi lo spoglio dei religiosi fosse applicato non solo per l'estinzione definitiva di quel debito, ma anche per riparare e ornare il monastero e la chiesa di Montevergine Maggiore, per completare ulteriormente la casa di Loreto, per ricostruire altri monasteri, che non avevano modo di poterlo fare con le proprie rendite, e che perciò avevano bisogno dell'aiuto fraterno delle altre case della congregazione. In una parola, si domandava che quegli spogli potessero servire per gli scopi più vari, secondo i bisogni del momento. La S. Sede, come al solito, non ebbe alcuna difficoltà da opporre e diede il suo rescritto favorevole il 15 dicembre 1752, rimettendo però, in definitiva, la concessione alla coscienza e alla volontà dello stesso abate generale e del suo definitorio. Questi emettevano il necessario decreto il 12 gennaio 1753 (RC V, 365 e B 167).

L'abate Del Re, nel suo primo generalato, ebbe un occhio tutto particolare per Loreto, perché era quel palazzo abbaziale che aveva allora urgentissimo bisogno della sua attiva assistenza; ora volge uno sguardo di particolare predilezione e preferenza al santuario.

Nel 1753 fece costruire un nuovo organo per Montevergine, dandone l'incarico a Ciriaco Meola, di Fontanarosa, per l'importo complessivo di 350 ducati: denaro che si finì di pagare il 14 dicembre di quell'anno (B 123); se ne indorò il prospetto, in seguito, per opera di. Aniello Garzillo, con l'impiego di 10.000 fogli d'oro, che vennero a costare 50 ducati (B 124: 9 luglio 1771).

L'organo fu giudicato dai contemporanei (Brevilogio, p. 43) uno dei più rari e armoniosi organi del Regno, «il quale ivi coll'alta grandiosa Orchesta (!) di dorati intagli, fa che al fine maestevolmente sen termini in quel fondo sì splendido la Nave istessa» della chiesa.

Un altro lavoro di ornamento del santuario, eseguito in questo triennio, fu la creazione di un nuovo baldacchino d'argento per l'esposizione del Santissimo. Nel capitolo di comunità, dove si trattò dell'argomento, fu deciso di eliminare il precedente baldacchino, perché inadatto e troppo piccolo, e di formarne un altro più grande e più ricco, fondendo a questo scopo il precedente e aggiungendovi altri argenti del santuario, come lampade, ex voti, ecc.

Naturalmente per poter procedere a questa fusione, si dovette domandare la licenza alla S. Sede, che acconsentì il 28 settembre 1753.

Un ultimo importante lavoro eseguito al santuario nel 1753-54 fu la decorazione a stucchi sia nella navata principale che nelle due secondarie, eseguita da Giuseppe Scarola, di Napoli, lavoro che assorbì la somma di 1950 ducati.

L'Annuvola e, dietro di lui, altri scrittori di cose verginiane, attribuiscono al governo dell'abate Del Re il primo grande rivestimento in pietra calcare della facciata orientale del santuario, per il quale lavoro avrebbe speso più di 80.000 ducati. Ma, gli anacronismi in cui cadono nel presentarci tale notizia e, più ancora, la chiara testimonianza del registro dei conti di amministrazione ci hanno fatto collocare la notizia al governo dell'abate Mancini, in un periodo in cui l'abate Del Re (1743-1745) era superiore nel monastero di Casamarciano. Naturalmente, anche la spesa esorbitante di 80.000 ducati si è dovuta notevolmente ridurre alla luce dei contratti e delle ricevute, esistenti in archivio.

Dati questi molteplici lavori al santuario e nei monasteri della congregazione, l'abate Del Re dovette limitare il più possibile le spese per altri scopi. Il 3 marzo 1752 impetrò la facoltà di delegare il procuratore generale, per la visita al monastero di Roma, proprio per questo motivo economico: evitare le spese di viaggio per lui e per i visitatori, «ritrovandosi ... il primo monastero di essa congregazione, chiamato Montevergine del Monte, molto aggravato da spese grossissime e necessariissime, non men per l'urgenti riparazioni occorse al medesimo monastero, che per la nuova fabbrica della casa di Loreto, abitazione del generale e sua famiglia, che nuovamente s'è di pianta edificata » (RC V, 356).

Uguale dispensa si ottenne il 23 febbraio 1753 per la visita che si sarebbe dovuta eseguire sino al maggio di quell'anno. E anche questa volta il motivo impellente era, oltre la lontananza, la spesa del viaggio. Gli stessi motivi, come un necessario ritornello, ricorrono per l'anno 1753-54, espressi con le stesse parole, solo che vi si accenna anche ai lavori dell'organo nuovo e degli stucchi della chiesa.

In questa fervida attività, il triennio di generalato, per l'abate Del Re, trascorse più presto di quello che avrebbe desiderato per poter attuare tutti i progetti che, da uomo pratico ed esperto, aveva accarezzato per il rinnovamento artistico del santuario.

Egli passò a reggere il monastero di Penta, ma finì la sua vita nel monastero di Napoli, dove si era portato per curarsi di una sua infermità, Era il 18 aprile 1758, ed aveva l'età di 67 anni.

Per il suo amore nell'arricchire gli edifici sacri della congregazione, veniva chiamato «padre delle chiese». Il padre Paolino Procaccini fa di lui un meritato lusinghiero elogio sia per lo zelo dimostrato nell'onore di Dio e di Maria Santissima sia per l'amore verso il prossimo, sia, più ancora, per quelle pratiche ascetiche che mostravano in lui il religioso convinto e praticante, fedele in tutto agli impegni della professione religiosa (NV 46v-47).

Il sigillo dell’abate Michele Del Re si presenta in forma ovale con un bordo cordonato lungo il quale corre l’iscrizione identificativa del titolare: <<D. MICHELE DEL RE AB. GEN. M. V.>>, seguita da un secondo bordo liscio.

Nello specchio del sigillo campeggia uno scudo a racemi sormontato esternamente dalle insegne della dignità abbaziale e vescovile ossia il galero, o cappello prelatizio, dal quale pendono due cordoni, ciascuno terminante con sei nappe.

Lo scudo si presenta partito ovvero diviso verticalmente in due sezioni che accostano le insegne della Congregazione Verginiana di Montevergine all’arma personale dell’abate.

Nella partizione destra araldica, sinistra di chi guarda, troviamo l’emblema di Montevergine, la croce patriarcale a due bracci con un cerchio che racchiude il braccio superiore, sormontato da una corona. Alla base della croce un monte a tre cime, elemento già presente in altre congregazioni verginiane, ma che, come riportato nel ‘600 dall’abate Giordano, nel nostro caso potrebbe essere un chiaro riferimento alla conformazione del massiccio del Partenio, su cui sorge l’abbazia. Ai lati della croce compaiono le iniziali «M. V.» (Mons Virginis).

Nella partizione sinistra araldica, destra di chi guarda, compare l’arma personale dell’abate Del Re. Si tratta di un’arma parlante ossia uno stemma che contiene delle figure che, per il loro nome o per la loro immagine, richiamano più o meno direttamente il nome del titolare. L’abate Del Re per rappresentarsi sceglie infatti una corona e uno scettro posto in palo, la prima rappresenta la sovranità, il secondo l’autorità e il comando, entrambi chiaro riferimento al suo cognome.

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