In verità, il neo-eletto era uno degli abati di più recente nomina, in quanto, dopo un periodo di alcuni anni, in cui era stato priore in vari monasteri, era stato elevato alla dignità abbaziale solo il 27 maggio 1678 per il monastero di Candida, passando, poi, l’anno seguente, a quello di Casamarciano.
Nei primi anni di priorato, egli era stato prescelto tre volte tra i priori vocali, che dovevano partecipare ai capitoli generali a nome e come rappresentanti di tutti gli altri priori della congregazione; ma poi non si era più fatto il suo nome. Se si eccettua il governo abbaziale di un anno nell’importante monastero di Casamarciano, egli fino allora non aveva mai ricoperto alcuna di quelle dignità e uffici nella congregazione, che si possono giudicare come preambolo e preparazione prossima al generalato. Si penso, infatti, che non solo non aveva mai coperto la dignità di definitore visitatore, ma neppure quella di definitore capitolare, meno ancora quella di abate decano di Montevergine o di procuratore generale a Roma.
Anzi, riguardo alla sua persona, c’era stata un’alzata di scudi da parte degli abati e priori della provincia di Principato Ultra, il 10 maggio 1677, quando essi avevano energeticamente protestato che non potevano riconoscere il Faiella come priore della loro provincia; ma poi avevano dovuto rimangiarsi la protesta e con ciò avevano dovuto considerare il Faiella come priore della loro provincia. Dal seguito degli avvenimenti, dobbiamo supporre che la questione mossa nel 1677 era solo una questione relativa alla divisione dei paesi per l’affiliazione alle singole province, tanto più che contemporaneamente si estendeva anche ad altri paesi, come Montefusco, Cervinara, Sant’Agata dei Goti. Perciò, non si toccava per nulla il merito di Paolo Faiella, allora semplice priore.
Sia nel governo dei priorati sia, soprattutto, nell’anno in cui aveva tenuto il governo i Casamarciano, il Faiella si era dovuto imporre all’attenzione e all’ammirazione della congregazione, tanto da far convergere l’unanimità dei voti sulla sua persona.
Appena al governo della congregazione, già nel primo capitolo al quale presiedette, fece prendere delle importanti deliberazioni, che poi furono inviate alla S. Sede per l’opportuna conferma apostolica, che venne, dopo matura deliberazione, il 20 novembre dello stesso anno 1680.
Per questa approvazione, alla quale aveva cooperato attivamente il procuratore generale Matteo Galdieri, il papa Innocenzo XI emanò due brevi apostolici, che recano la stessa data del 20 novembre 1680.
Nel primo documento, il sommo pontefice, dopo aver fatto cenno all’opera che andava svolgendo il cardinale protettore nel dirigere la congregazione, passò alla conferma delle seguenti deliberazioni capitolare: 1° che i priori, a tenore del breve Poalo V, del 19 maggio 1611, fossero amovibili ad nutum del definitorio generale e che, amossi dall’ufficio, rimanevano capaci e abili ad essere eletti abati; 2° che potevano ugualmente essere promossi alla dignità abbaziale i monaci che per un novennio avessero lodevolmente insegnato filosofia o sacra teologia (derogando, in questo, alle costituzioni verginiane), purché nei candidati non facesse difetto la capacità di governo; 3° che i procuratori in Napoli, che avessero esercitato lodevolmente e diligentemente tale carica per un biennio, potevano essere assunti all’ufficio di priori, purché avessero le altre qualità richieste dalle costituzioni.
Il papa aggiunse ancora una determinazione, che cioè i professori di filosofia e sacra teologia non venissero amossi dal loro rispettivo insegnamento, durante il novennio, se non per inabilità o indegnità, a meno che non rinunziassero spontaneamente o non fossero nominati priori di qualche monastero (Reg. 6073. Pubblicato anche in foglio sciolto).
Nel secondo breve, il sommo pontefice modificò le disposizioni vigenti sul turno delle province per l’elezione dell’abate generale (secondo il breve di Clemente IX, del 1° marzo 1669) nel senso ce, in ordine a quest’elezione, i due corpi di province dovevano considerarsi come se fossero due sole province indivise. A rendere, poi, uguale il numero di capitolari dei due corpi di province, dei tre priori vocali, che si eleggevano, due dovevano appartenere alle province beneventana e di Terra di Lavoro, e uno alle altre due province. In tal modo, si sarebbero avuti 11 votanti per il gruppo delle province beneventana e di Terra di Lavoro, costituiti da 9 abati e 2 priori, e 11 votanti per l’altro gruppo, costituiti da 10 abati e un priore (Reg. 6072. Stampato anche in foglio sciolto).
Le innovazioni erano dettate dallo scopo di avere in avvenire abbondanza di monaci idonei, tra i quali scegliere gli abati e i priori della congregazione, e del desiderio di creare la perfetta uguaglianza tra le province monastiche.
Inoltre, il capitolo generale aveva determinato più accuratamente i confini della provincia beneventana in questo modo: comincia includendo la terra di Arpaia, prosegue con Rotondi, Paolisi, Cervinara, San Martino sino a Pietrastornina ed estendendosi sino a Tufo, includendo Prata, ma lasciando Montefredane, e termina alla via Regia; dalla via Regua prosegue sino al fiume Calore o in Renula, e da questo gira per le terre di Apice, Paduli, San Giorgio la Molara incluso, e per tutte le altre regioni, paesi e castelli, siti nel loro distretto. Dall’altra parte, ricominciando da Arpaia, continua verso Sant’Agata dei Goti, Montesarchio, la valle di Vitulano sino alla provincia del contado del Molise, che, a sua volta, s’intende inclusa nella stessa provincia monastica, insieme con le città, terre e castelli dell’Abbruzzo e con Roma e le altre città, terre e castelli della Romagna.
Questi brevi pontifici vennero comunicati ufficialmente dal cardinale Casanate all’abate generale il 23 novembre 1680 (B186).
Ma, nel frattempo, l’abate generale si era già dovuto occupare di uno dei soliti affari di vertenze giurisdizionali. Questa volta si trattava delle curie di Troia e Bovino, le quelli, come al solito in simile materia, non tenendo conto dei privilegi di esenzione della congregazione verginiana, non si peritavano di trarre in giudizio e di molestare il monastero di S. Maria delle Grazie di Sant'Agata di Puglia, diocesi di Bovino, e la grancia di S. Bartolomeo in Troia. Dietro ricorso di Montevergine, il protonotario apostolico Urbano Sacchetti, il 7 novembre 1680, spedi un'inibitoria al vescovo di Troia e al promotore fiscale della sua curia con l'espressa proibizione di ingerirsi negli affari riguardanti le persone della congregazione verginiana. Naturalmente, qualora avessero dei diritti da far valere contro tale congregazione, ricorressero pure a Roma, presso la S. Sede (Reg. 6070).
Erano questi i primi e più diretti contatti col papa Innocenzo XI, dopo quelli presi con le sacre congregazioni romane durante il suo pontificato, per la concessione di numerose dispense a religiosi verginiani e a laici della diocesi Nullius di Montevergine.
Una volta bisognò ricorrere alla S. Sede per un fatto abbastanza grave, riguardante un religioso verginiano.
Nonostante fosse così facile e frequente l’ottenere dispense pontificie in ordine alla professione religiosa e agli ordini sacri, pure D. Sebastiano Capobianco, di Aversa, il quale aveva emesso i voti religiosi il 7 maggio 1675, si era fatto ordinare diacono prima di completare il biennio degli interstizi prescritti dalle costituzioni verginiane, e stabiliti tra un ordine maggiore e l'altro. Quel che è peggio, aveva esercitato l'Ordine ricevuto, cadendo nell'irregolarità. Si dovette, perciò, ricorrere alla S. Penitenzieria apostolica, che intervenne salutarmente il 21 giugno 1681 per mezzo di Nicola Albergati-Ludovisi, card. vescovo di Sabina (Reg. 6074).
L'abate generale Faiella ebbe anche a cuore di incrementare il culto verso S. Guglielmo. Egli, infatti, ottenne, il 19 aprile 1681, un decreto da parte della S. Congregazione dei Riti, col quale si concedeva ai verginiani di poter celebrare l'ufficio votivo di S. Guglielmo, sotto il rito di semidoppio, ogni mercoledì non impedito da altro ufficio doppio o semidoppio ed eccetto il tempo di Avvento, Quaresima, Quattro Tempora e vigilie (B 291).
L'essere stato il Faiella abate di Casamarciano, gli fece vedere da vicino le necessità di questo monastero.
Dopo aver a lungo pensato al modo come poter sostenere lo stato economico di quella casa, in cui si doveva sostentare un discreto numero di studenti, fu emessa la deliberazione di affidarne il governo, per 10 anni, all'abate Marcantonio Canonico. In questo senso fece domandare la debita facoltà alla S. Sede, che il 27 marzo 1681 rimise la concessione al cardinale protettore. Questi, riconosciuta l'utilità della supplica, diede il suo assenso il 19 aprile 1681, di modo che, nel capitolo generale del 1681, si poté investire il Canonico del governo di quell'abbazia per il successivo decennio (RC III, 335 sgg.).
Certo, la scelta era veramente felice, in quanto quest’ abate, che contava allora circa settant'anni e che era abate da 22 anni, aveva retto i più importanti monasteri della congregazione ed era stato anche abate decano di Montevergine. Senonché egli se ne moriva in questo monastero di Casamarciano già al terzo anno di governo, nel novembre 1683 (RC IV, 22), e allora gli succedeva dapprima, per alcuni mesi, l'abate Albenzio Cortone, e poi, per parecchi anni, Simeone Cioffi.
Durante il generalato del Faiella è degna di essere ricordata la conclusione della lunga lite che il monastero aveva sostenuto col principe di Venosa per il casale di Calvi.
La tesi sostenuta dal monastero partiva dalla donazione del casale, fatta a Montevergine dal re Ladislao e dalla regina Giovanna, il 20 giugno 1352 (Regesto, IV, pp. 472 sg.). Quando si trattò di prenderne possesso, il monastero ne fu impedito da Nicolò Griffo, il quale pretendeva che il casale spettasse a lui come legittimo successore di Francesco Manfredi, che lo aveva tenuto per ultimo. Col Griffo si addivenne ad una convenzione l’8 settembre 1363 in questi termini: egli recedeva dalla lite e, così, il monastero poteva prendere possesso del casale, ma contemporaneamente Montevergine concedeva quello stesso casale al Griffo in enfiteusi perpetua dietro la corresponsione annua di 4 once d’oro. Inoltro il Griffo s’impegnava, per sé stesso e per i suoi successori, a non alienare quel casale senza previo consenso del monastero. Nella effettiva vendita, il monastero si riservava il diritto di preferenza in quella compra, col beneficio di versare una quarta di meno del giusto prezzo, oltre tutti gli altri diritti che, in caso di alienazione, spettavano per consuetudine sui beni enfiteutici e simili, come ad esempio i laudemi. Se poi il casale veniva comprato da altri, il monastero aveva ugualmente il diritto di quarta parte del prezzo convenuto.
Ora, effettivamente il casale era stato venduto dagli eredi del Griffo a Federico Tomacelli il 20 ottobre 1572; dal Tomacelli, a sua volta, esso era stato venduto a Fabrizio Gesualdo, principe di Venosa, il 1º settembre 1589. Siccome in queste due vendite non si era richiesto il consenso del monastero e non si era corrisposta la quartaria, sin dal mese di settembre del 1590 Montevergine aveva mosso lite, nel tribunale del S. Consiglio di Napoli, richiedendo la devoluzione del casale a tutto beneficio dell'abbazia.
Mentre durava questa prima istanza, Montevergine, il 27 gennaio 1593, avanzò una seconda istanza, nel senso che, qualora non potesse effettuarsi la devoluzione del casale in potere del monastero, dovesse almeno costringersi il possessore del casale - e quindi il principe di Venosa - a pagare al monastero le due quartarie corrispondenti alle due alienazioni precedenti insieme con gli interessi decorsi.
Intanto, per non recar pregiudizio alle due cause intentate, fin dal 25 settembre 1590, Montevergine aveva cessato di esigere le 4 once di censo annuo, in modo che, nella peggiore ipotesi che tutte e due le cause fossero perdute, l'abbazia rimaneva sempre in credito presso il principe, sino al presente 1682, per 92 annate, nella somma di 2208 ducati, oltre gli interessi relativi, somma che già superava il valore effettivo del casale. Naturalmente, contro la tesi del monastero, la parte avversa adduceva ragioni e pretesti, che rendevano complessa la vertenza e difficile la soluzione.
Perciò, ad evitare ulteriori spese, le due parti, il 9 novembre 1682, si accordarono nel senso che il principe di Venosa s'impegnò a pagare al monastero, entro quattro mesi, i 2208 ducati richiesti, e si obbligò a corrispondere fedelmente, da allora in poi, i 24 ducati annui, riconoscendo il dominio diretto del monastero e tutte le antiche condizioni, messe nella prima concessione enfiteutica. Qualora poi dovesse ritardare il pagamento di quei 2208 ducati, il principe si obbligava a corrispondere su di essi un interesse annuo del 4 e mezzo per cento (B 309).
Il principe fu fedele al pagamento, anche se dovette passare più del biennio stabilito. Noi, infatti, troviamo, il 5 giugno 1685, che il monastero lascia una ricevuta di 2000 ducati, rimessigli dal Banco della Pietà, di Napoli, per conto del Sacro Monte della Misericordia, della stessa città, e si fa espressamente osservare che tale somma spettava al monastero in forza della convenzione del 9 novembre 1682, stipulata col principe di Venosa (B 113).
Durante il generalato del Faiella, il 29 maggio 1681, venne al santuario in solenne visita il viceré di Napoli, Ferdinando Gioacchino Faxardo, marchese di Los Velez, accompagnato da ministri, nobili e dalla sua sfarzosa corte, in numero di oltre 400 persone. In questa occasione il viceré volle lasciare un grato ricordo di sé, donando un servizio completo di sei candelieri di rame dorato, rivestiti di coralli rossi, una croce col Crocifisso, di un sol pezzo di corallo, delle ampolline e le carte - gloria, anch'esse ornate di coralli (B 61).
Il ricevimento fu quale lo richiedevano le circostanze di persone e di tempo. Più di settanta padri verginiani gli si fecero incontro processionalmente sino alla porta del monastero. Le quattrocento persone, tutte si confessarono e comunicarono e, dopo aver ascoltato cinque messe all'altare della Madonna, furono ospitate nella foresteria per la colazione.
Le due notti le passarono a Loreto, rimanendo soddisfattissimi del santuario e dell’accoglienza avuta.
L'abate Faiella, dopo il suo generalato, continuò ancora per molti anni a servire la congregazione nei vari monasteri, finché si spense nel bacio del Signore nel mese di ottobre del 1697.
Il suo governo come capo della congregazione può essere sintetizzato in questa espressione: si mantenne all'altezza dei suoi tempi cercando di stringere con tutti quei legami di pace che, soli, permettono una vita tranquilla nel chiostro.