1. Al momento in cui i padri capitolari fecero convergere tutti i loro voti sull'abate Raimondo Morales, perché succedesse al benemerito abate Aurisicchio nel governo della congregazione, il neoeletto contava 43 anni, essendo nato a Pozzuoli il 6 gennaio 1763.
A 17 anni vestiva l'abito verginiano e l'anno seguente, 25 aprile 1781, emetteva la sua professione solenne.
Suo fratello maggiore, Prospero Morales, cooperò a metterlo in luce, vedendo in lui delle ottime capacità e delle eccellenti doti di governo. Creato segretario generale nella dieta del 17 maggio 1800, già l'anno seguente, nella dieta straordinaria del 19 ottobre 1801, venne eletto abate titolare con diritto al voto, per la provincia di Salerno. Quattro mesi dopo, alla morte dell'abate Vitantonio Santamaria, fu eletto abate di Penta, con la qualifica di «soggetto degno per ogni titolo» (RC VII, 220). Il 2 luglio 1803 gli venne affidata interinalmente la procura generale in Napoli, incarico che divenne effettivo il 6 febbraio dell'anno seguente, quando si ebbe la secolarizzazione dell'abate Pastena.
Come già altre volte, l'ufficio di procuratore generale fu il trampolino per l'ascesa ultima ad abate generale.
La conferma governativa dell'elezione, avvenuta il 27 aprile, si ebbe alla distanza di soli cinque giorni, il 2 maggio. Poco dopo questa conferma governativa, si spargeva la notizia che il luogotenente Giuseppe Napoleone era stato nominato re delle Due Sicilie. Il nuovo abate generale dovette, perciò, prestare il giuramento di fedeltà, insieme col suo clero regolare e diocesano (B 217).
Come ci siamo potuti già accorgere, nei primi tempi del governo di Giuseppe Napoleone, l'organizzazione ecclesiastica era rimasta immutata a Napoli, e le stesse persone del cappellano maggiore e del suo consultore, Giambattista Vecchioni, erano rimaste ai loro rispettivi uffici, esercitando l'identico potere, come sotto il re Ferdinando.
Anche verso gli ordini religiosi da principio non vi fu alcuna novità. Anzi Montevergine poté beneficiare di una decisione regia, del 2 giugno 1806, riguardo alla riscossione delle decime del feudo di Cervarulo (B 308). E questo era tanto più importante, in quanto una circolare del 24 luglio seguente ci informa della tassa di 4000 ducati, imposta alla congregazione verso la corte regia (B 58).
Per quel che ci riguarda più da vicino, ebbe notevole ripercussione nella congregazione verginiana l'abolizione della feudalità, fatta dal re Giuseppe Napoleone, in quello stesso anno 1806. La feudalità, per quel che era ancora rimasto sino a quel momento, riguardava tuttora i tributi feudali sulle terre e le case, i fondi promiscui, non poca parte di giurisdizione, altre servitù da parte dei vassalli. La giurisdizione ritornò intera alla sovranità e fu dichiarata inseparabile da essa.
Il peggio successe l'anno seguente, e l'occasione la diede l'eremo dell'Incoronata di Sant'Angelo a Scala. In quell'eremo aveva trovato rifugio Michele Pezza, soprannominato Fra Diavolo, il famoso guerrigliero, che tanto filo da torcere diede ai francesi sia nel 1799 sia nel 1805-06, finché fu fatto prigioniero a Baronissi e impiccato a Napoli l'11 novembre 1806.
Quell'eremo fu subito soppresso. Non molto dopo, con decreto del 13 febbraio 1807, seguirono la stessa sorte della soppressione, fra gli altri, tutti i monasteri benedettini, compresi i verginiani. La ragione vera e propria di questa soppressione fu la sete per le ricchezze di quegli ordini religiosi. Difatti, già l'anno precedente, con decreto reale del 26 agosto era stata ordinata la redazione di un inventario esatto di quanto si conteneva in Montevergine e in Loreto, inventario che fu eseguito il 12 settembre (B 170).
Con lo stesso decreto del 13 febbraio Montevergine (come pure Cava e Montecassino), soppresso come casa religiosa, fu conservato come Stabilimento, direttamente per la custodia dell'archivio.
Nonostante il decreto di conservazione di Montevergine come Stabilimento, già il 15 febbraio si redasse un inventario particolare della sacrestia di Montevergine e si dovettero consegnare tutti gli argenti inventariati, non esclusi i calici del servizio divino (B 39). Si pose il sequestro al santuario e all'episcopio di Loreto.
Intanto l'intendente Mazas, il 23 febbraio 1807, comunicava all'abate Morales che era volontà del ministro del culto che egli continuasse nell'esercizio della sua giurisdizione spirituale nei luoghi che prima costituivano la sua diocesi Nullius, fino a nuova «sovrana risoluzione».
In questo stato di cose, il 4 aprile 1807, il duca di Cassano scrisse al principe di Caposele, direttore dei demani, prospettandogli che si dovesse assegnare un certo numero di ex verginiani per la custodia del soppresso monastero di Montevergine (B 189).
Effettivamente, il 12 maggio 1807, fu emesso un altro decreto, col quale l'abate Morales era nominato direttore dello Stabilimento di Montevergine. Nello stesso tempo si dava ordine di procedere al dissequestro sia del locale del santuario sia dell'episcopio di Loreto, come pure di dare al Morales la consegna dei locali e di tutti gli oggetti che dovevano essere sotto la sua custodia come Ordinario e come direttore dello Stabilimento. Procedette alla consegna il direttore dei demani Francesco Beneventani, il 9 luglio per Loreto e il 13 dello stesso mese per Montevergine.
Lo stesso giorno 12 maggio era fissato l'elenco nominativo dei 25 individui addetti alla custodia delle due case. Ad essi, in forza del decreto del 13 febbraio (art. 9), oltre i 120 ducati annui, assegnati come pensione per ogni ex religioso benedettino, fu accordato un aumento di 30 ducati per ciascuno. Una somma di 2000 ducati fu messa a disposizione del direttore per le spese straordinarie e il mantenimento degli edifici.
In esecuzione di queste provvidenze economiche, con un decreto del 14 luglio 1807, furono assegnate le congrue rendite su beni immobili, canoni enfiteutici e capitali redimibili, per la somma totale di 5600 ducati annui. Abbiamo riferito più sopra che, il 23 febbraio 1807, l'intendente della provincia Mazas aveva notificato all'abate Morales la volontà del governo che continuasse nell'esercizio della sua giuri sdizione spirituale come l'aveva esercitata sino al 13 febbraio dello stesso anno. Proprio lo stesso giorno, 23 febbraio, il vescovo di Avellino aveva scritto al sommo pontefice, esponendogli che, in seguito alla soppressione del 13 febbraio, l'abate di Montevergine era reso incapace a continuare ad esercitare la sua giurisdizione spirituale sulle sue terre, e perciò le terre di Mercogliano, Valle e Ospedaletto, «già state una porzione della sua diocesi» e che non erano distanti più di due miglia dalla sua residenza, erano rimaste senza pastore».
Allora il cardinale Antonelli, il 16 marzo si era affrettato a comunicargli che «Nostro Signore approvava, ch'Ella, mossa da zelo e da carità verso quelle anime abbandonate, ne assuma lo spiritual governo, e gliene concede fino a nuova sua pontificia disposizione tutte le facoltà necessarie, competenti ad un Ordinario» (B 190).
Ma il De Rosa, appena fu a conoscenza della decisione del governo, presa quel 23 febbraio, si guardò bene dal mostrare o dal far uso o far munire di regio Exequatur la lettera dell'Antonelli. Perciò non esercitò mai la sua giurisdizione sulle terre dell'abbazia Nullius di Montevergine.
Inoltre l'abate Morales, il 28 maggio 1807, per mezzo dell'abate Giovanni Laurenti, aveva fatto sapere al papa che egli era rimasto alla cura pastorale dell'abbazia Nullius, e Pio VII si era compiaciuto della cosa con lettera del 19 giugno 1807.
Finché visse il vescovo De Rosa, il Morales poté continuare indisturbato nell'esercizio della sua giurisdizione. Le cose cambiarono quando, resasi vacante la sede vescovile il 14 maggio 1810, fu eletto vicario capitolare D. Felice De Conciliis. Costui però, già il 16 dicembre 1808, aveva fatto presente al re la lettera del cardinale Antonelli del 16 marzo 1807, e che perciò spettava al vescovo di Avellino la giurisdizione su Mercogliano, Valle e Ospedaletto, e che ora si doveva procedere alla provvista per la parrocchia di S. Pietro di Mercogliano. Ottenne un dispaccio favorevole da parte del ministro della Giustizia e del Culto, in data 31 dicembre 1808.
Ma l'8 gennaio 1809 l'abate Morales con un suo ricorso al re mise le cose in chiaro, aggiornando i documenti presentati dal De Conciliis.
Ad assicurare ancor meglio la posizione dell'Ordinario di Montevergine, nonostante la soppressione della congregazione verginiana, venne inoltrata al re una lunga supplica per dimostrare che gli edifici di Montevergine e di Loreto non si potevano considerare soppressi e che speravano dalla giustizia del re la protezione, perché il palazzo di Loreto non venisse trasformato in Collegio Provinciale, come si voleva eseguire dal Consiglio Provinciale di Avellino.
Le ragioni presentate dall'abate Morales si poggiavano innanzi tutto sulla legge del 13 febbraio 1807, dove all'articolo 5 si era decretato che «le biblioteche, gli archivi, e tutti i depositi esistenti nelle Badie di Montecassino, della Cava e di Montevergine vi sarebber conservati ed accresciuti mercé le disposizioni particolari, che si riserbava Sua Maestà di dare. In conseguenza esser eccettuate dalle disposizioni dell'Art. 1 le case di abitazione con le loro adiacenze, ed una villa per ciascuna delle dette badie, ed i mobili, che vi esistevano per uso di quelli, che vi sarebbero destinati».
Di qui scaturiva chiaramente la conseguenza che i locali del santuario e monastero di Montevergine e quelli dell'episcopio di Loreto, dove si conservava il rinomato archivio e dove erano stati destinati a risiedere e abitare i 24 individui, sotto la direzione del Morales, doveva continuare a godere i favori delle leggi vigenti.
Eppure, nonostante le chiare parole dell'articolo citato, gli esecutori locali della legge napoleonica, interpretando a rovescio le sue prescrizioni, reputarono quei locali compresi nel numero dei monasteri da sopprimersi. Perciò, in un primo momento sequestrarono quei locali e ne sigillarono gli oggetti e lo stesso archivio.
I religiosi furono costretti ad uscire da quelle case e ne sarebbero stati cacciati anche con la violenza, se, in conseguenza delle loro giuste lagnanze presentate al re, non si fosse ottenuto il dissequestro dei locali e degli oggetti che vi appartenevano.
In seguito, i due locali furono esentati anche «dal comun peso di fondiaria».
Intanto, come abbiamo accennato, per eludere queste disposizioni regie, si andava ventilando il progetto di formare in Loreto, «ov'è l'Archivio celebre di Montevergine», un Collegio Provinciale: progetto che con impegno, nel 1809, si cercò di promuovere nella prima seduta del Consiglio Provinciale di Avellino Principato Ultra. Anzi non si ebbe ritegno di proporlo al re, il quale però, rigettandolo come contrario alle disposizioni già date, si benignò di ordinare «che lo Stabilimento di Montevergine restasse nello stato, in cui attualmente si ritrovava».
Ma il Consiglio Provinciale voleva ad ogni costo spuntarla, e perciò, nel 1810, il Morales fece ricorso al re per ottenerne protezione e perché venissero sventate le mene così lesive dei diritti ancora rimasti ai verginiani.
Il Morales poi sottolineava che «due furono ... i nobili oggetti, che degnamente occuparono e mossero l'alto real pensiere all'erezione dello Stabilimento di Montevergine, la conservazione del suo celebre santuario e la custodia del suo prezioso rinomato archivio». Si faceva poi notare espressamente che il santuario di Montevergine non poteva- sussistere senza Loreto, che ne è l'unico sostegno. Essendo, infatti, la rendita di dotazione di Montevergine in gran parte in grani, da riscuotersi in lontani e distinti paesi, non può essere raccolta che in Loreto, qui riporsi nei magazzini per il sostentamento degli individui dello Stabilimento.
Né si taceva che il santuario era situato su un'alta montagna, dove, per la rigidità del clima i religiosi non potevano vivere continuamente sia per il freddo sia per la dieta quaresimale del luogo. Particolarmente in caso di vecchiaia e di malattia avevano bisogno di un locale più opportuno, e questo era Loreto.
2. Con un tratto di penna il re Giuseppe Napoleone aveva distrutta la congregazione verginiana, la quale, nonostante gli immancabili difetti dei suoi religiosi, serviva mirabilmente, nei disegni della divina Provvidenza, per officiare tante chiese, per tener vivo nei popoli lo spirito di fedele osservanza alle leggi di Dio, per elevare gli animi agli ideali della vita futura.
I religiosi, tornati quasi tutti alle loro famiglie, dovettero darsi ad un tenore di vita, tanto diverso da quello imposto dalla Regola professata in monastero. Sciolti dal voto di obbedienza e di povertà, dovettero immergersi negli affari economici, in misura di gran lunga maggiore di quanto erano abituati nella vita religiosa; dovettero pensare direttamente alle necessità della vita con quell'economia che era loro imposta dalle misurate pensioni, assegnate loro dal governo, industriandosi in mille modi per cercare altre sorgenti di utili guadagni. In breve: furono costretti a vivere la vita del clero diocesano, ma senza averne avuto la preparazione e senza potersi immettere completamente nel loro ruolo.
Di qui il loro disorientamento e il calo della vita spirituale. Spopolati i monasteri, furono sovrappopolate le rispettive famiglie di questi ex religiosi, che si vennero a trovare in una posizione disagiata sotto tutti i punti di vista.
Da quel fatale 13 febbraio 1807 la storia di Montevergine si viene a restringere al solo monastero, posto sul monte, e al palazzo abbaziale di Loreto.
Intanto, chiusi in tutta fretta i singoli monasteri verginiani, ne vennero incamerati i beni e, troppo spesso, dispersi o distrutti irrimediabilmente gli archivi particolari, situati nelle singole case. In tal modo, al danno incalcolabile causato alla vita religiosa degli individui, alla perdita gravissima dei beni di indole economica, si unì la perdita di quella documentazione che, sola, ci avrebbe permesso di ricostruire la storia completa di ogni monastero della congregazione e, per conseguenza, di far luce più completa sulla storia di Montevergine e della congregazione verginiana.
Per qualche anno rimase ancora aperto il monastero di S. Agata di Roma, col quale si erano rotte le relazioni dal 1790 in poi, e non si erano ricostituite completamente, neppure per il vivo interessamento del cardinale Busca nel 1796. La ragione principale si deve riporre nelle condizioni generali del Regno e nelle relazioni che da allora in poi si ebbero tra il regno di Napoli e la S. Sede.
Intanto, in quel monastero, all'abate Giacinto Normandia, tornato nel Regno nel giugno del 1798, era succeduto l'abate Giovanni Laurenti, nominato direttamente dalla S. Sede.
Dal momento della soppressione, per un po' di tempo, l'abate Morales poté usufruire ancora della presenza a Roma di quei verginiani, stabilendo con essi una corrispondenza epistolare, se non intensa, almeno sufficiente per i bisogni più urgenti di Montevergine. Per mezzo dell'abate Laurenti il Morales fece giungere al papa la lettera in cui annunziava che il governo lo aveva confermato al regime dell'abbazia Nullius; e di questo il papa si era mostrato oltremodo compiaciuto e aveva acconsentito acché i 25 individui addetti alla custodia dello Stabilimento vestissero l'abito del clero diocesano e aveva loro impartito la sua apostolica benedizione.
Una bella notizia comunicò l'abate Laurenti, quando scrisse, il 19 giugno 1807, che era «occupato a celebrare con pompa l'imminente solennità del glorioso S. Guglielmo», aggiungendo «giacché qui solo abbiamo la sorte di vestire il suo abito».
Ma, nonostante questa avversità, proprio in questo tempo doveva come concentrarsi maggiormente in Montevergine il culto verso S. Guglielmo. Da allora in poi, infatti, il santuario, oltre che centro di irradiazione della devozione più sentita del Mezzogiorno d'Italia verso la Madonna, divenne pure fiaccola accesissima per mostrare sul candelabro la figura e l'opera di S. Guglielmo nei secoli. Alludiamo al memorando avvenimento della traslazione del sacro corpo del Santo dal Goleto a Montevergine.
Per comprendere la cosa dobbiamo rifarci al decreto del 26 febbraio 1807, col quale il re fissò la distribuzione degli arredi sacri e delle sacre reliquie, che appartenevano ai monasteri soppressi. Alla pubblicazione di questo decreto, si accese una fiera disputa tra i comuni di Sant'Angelo dei Lombardi, Nusco e Lioni, in quanto ognuno di essi reclamava per se stesso il sacro deposito del corpo di S. Guglielmo, che si conservava al Goleto.
Allora intervenne salutarmente l'intendente della provincia, cav. Giacomo Mazas, il quale, considerando lo zelo indiscreto e riscaldato di quelle popolazioni e temendo un eccesso e una perturbazione della quiete e dell'ordine pubblico, ottenne da parte del governo un decreto reale, perché quel sacro corpo fosse assegnato a Montevergine, già monastero capo della congregazione verginiana e dove erano stati destinati, per ordine sovrano, 25 membri della soppressa congregazione.
La proposta del Mazas venne accolta e, il 5 agosto 1807, Giuseppe Napoleone firmava il decreto col quale ordinava che il corpo di S. Guglielmo venisse trasferito a Montevergine. Il 15 di quel mese la notizia veniva comunicata al Mazas dal commentatore Pignatelli, affinché desse gli ordini convenienti per l'esatto adempimento del decreto. Il Pignatelliapprofittava dell'occasione per suggerire all'intendente che, «nel far eseguire un tal passaggio del nominato Corpo di S. Guglielmo, procuri di fare usare quella decenza e cautela necessaria, onde si eviti ogni disordine che possa mai nascere tra quelle popolazioni, che a gara pretendevano il possesso dell'espressato corpo del Santo» (B 291: a. 1807, f. 10).
Per l'esecuzione di quel decreto, il Mazas incaricò il tenente di gendarmeria reale Lusi, il quale doveva scortare con un conveniente numero di gendarmi il corpo di S. Guglielmo dal Goleto a Loreto. La gara delle popolazioni, che a vicenda lo domandavano, si convertì in rispetto a quel passaggio: «Non seppero che adorare la determinazione di Sua Maestà, ad onta del dispiacere che provavano nel perdere quel prezioso deposito, che lungo tempo avevano tenuto presso di loro».
Giunti ad Avellino, al pomeriggio del 3 settembre, giovedì, andarono incontro al corteo le confraternite, il clero, il vescovo, come pure l'intendente circondato da impiegati e ufficiali, accompagnando il corteggio dalla porta della città alla chiesa di S. Domenico. «Vi fu - riferisce il Mazas - sparo di mortaretti, armoniosa musica, divozione di popolo». Il giorno seguente, 4 settembre, fu trasportato a Loreto (B 291).
Si portò poi prima a Ospedaletto, poi a Mercogliano e di qui a Montevergine, dove giunse il 6 settembre (B 372: 1762-1814, f. 81).
Fattane la ricognizione canonica il 1° ottobre di quell'anno, venne sistemato nella nicchia sul primo scalino dell'altare maggiore della basilica di Montevergine, dove rimase fino al 1831, quando, a devozione dell'abate titolare Luigi M. Valentini, fu preparata un'urna di marmo nella cappella del reliquiario o di S. Guglielmo.
Siccome, poi, nella cassa di piombo, che racchiudeva il corpo di S. Guglielmo, mancava la Testa del Santo, che si conservava a parte nella statua posta sul suo altare al Goleto, e questa, al momento della soppressione, era stata recata a Sant'Angelo dei Lombardi, per l'intervento dell'intendente Mazas si ottenne anche questa.
Il Morales, infatti, rivolse sollecitamente una supplica al Mazas, facendo notare che al Goleto (e di qui a Sant'Angelo dei Lombardi) era rimasta «la parte principale, cioè la Testa» di S. Guglielmo, che si conservava separatamente nella cappella del SS. Sacramento, «e dove esistono ancora la Testa col braccio di S. Luca Evangelista, ed un celebre Crocifisso». Perciò faceva premurosa istanza all'intendente che anche «la surriferita Testa col braccio di S. Luca Evangelista, nonché quel celebre Crocifisso» fossero trasportati a Montevergine.
Il governatore di Sant'Angelo dei Lombardi, Francesco Marinari scrisse subito di ufficio alle dignità e canonici della città, che avessero tenuta a disposizione del direttore dello Stabilimento di Montevergine la Testa di S. Guglielmo; e il 17 settembre poteva assicurare il Mazas che essi erano prontissimi ad eseguire gli ordini ricevuti.
Il 24 di quel mese l'intendente Mazas comunicava la notizia al Morales, il quale, nel ringraziarlo, il 30 settembre, gli comunicava di aver subito inviato a Sant'Angelo dei Lombardi un padre dello Stabilimento per farsi consegnare la venerata Testa del Santo.
Effettivamente il 3 ottobre il governatore di Sant'Angelo poteva assicurare l'intendente Mazas che, in obbedienza degli autorevoli cenni, il capitolo di quella città «aveva consegnata all'esibitore signor Don Adelelmo Di Fraia la Testa di S. Guglielmo, con tutta decenza e devozione». L'8 ottobre questa insigne reliquia era a Montevergine (B 37: 1762-1814, f. 81).
La Testa del Santo, dopo vari progetti di sistemazione, alla fine fu collocata in un'urna d'argento, dove si è conservata sino al 25 agosto 1968, quando, insieme col corpo del Santo, è stata deposta nella nuova urna d'argento sotto l'altare principale della Cripta di S. Guglielmo a Montevergine.
L'abate Morales, insieme coi custodi dello Stabilimento, apprezzando debitamente il fausto avvenimento della traslazione del corpo di S. Guglielmo a Montevergine, ottenne di poter celebrare ogni anno, il 2 settembre, in tutta la congregazione verginiana, la festa commemorativa di quella traslazione, a cominciare dall'anno seguente 1808.
3. Quanto alla vita dello Stabilimento, il Morales, il 13 ottobre 1807, nominò Raffaele Aurisicchio prefetto del gruppo degli individui, che dovevano occuparsi direttamente della classificazione dell'archivio (B 259). L'Aurisicchio, che non considerava la nomina come una pura formalità, lo stesso giorno rispondeva al Morales domandando ulteriori determinazioni in merito all'incombenza che gli si affidava, specialmente riguardo ai nomi degli individui sui quali doveva contare per le opportune ricerche e i necessari lavori da eseguire.
Intanto, dallo stato di cose creato col decreto del 13 febbraio cercarono di trarre vantaggio anche quegli ex verginiani, che avevano spontaneamente ottenuto la secolarizzazione prima della soppressione, pretendendo anch'essi la pensione dei 120 ducati annui. Uno dopo l'altro, costoro si fecero vivi e tempestarono di lettere e di ricorsi l'abate Morales e gli organi competenti del governo.
Già il 7 maggio 1807 il Morales è costretto a mandare una relazione su D. Ignazio Pagano, secolarizzato già da parecchi anni (B 247). Il mese seguente è la volta di D. Giacinto D'Agnese, che sporge ricorso alla reale giurisdizione, per non essere stato compreso nell'elenco degli ex religiosi verginiani in ordine alla pensione. E il Morales deve spiegare che l'elenco, presentato alla reale giurisdizione, si riferiva a coloro che al momento della soppressione del 13 febbraio erano effettivamente verginiani, e non già a quelli che avevano lasciato l'abito precedentemente (B 60).
Nello stesso tono e con le stesse ragioni si dovette rispondere anche all'intendente della provincia, quando rivolse domande di notizie e di certificati di ex verginiani (B 222).
Nell'aprile del 1808 anche D. Paolo Pegnalver pretese la pensione come ex verginiano, ma il 27 aprile gli si fece notare che egli aveva lasciato l'abito da circa dodici anni e che, in quel momento, nella congregazione non aveva ricevuto ancora nessun ordine sacro.
Per quel che si riferisce alla pensione dei religiosi dello Stabilimento, dobbiamo, purtroppo, deplorare che la dotazione corrispondente risultò non raramente contenziosa, in quanto non pochi beni assegnati a Montevergine si pretendevano o erano realmente resi liberi e affrancati. Di qui continue vertenze, interminabili pratiche per la sostituzione di tali beni e aggiornamenti continui del quadro di assegnazione dei censi e dei redditi.
La ragione principale è da riporsi nel fatto che, dei beni assegnati allo Stabilimento il 14 luglio 1807, solo pochi si riferivano a beni già posseduti dalla congregazione verginiana (e questi erano dei due monasteri di Terranova e di Castelbaronia), mentre tutti gli altri erano di altri enti e monasteri soppressi di diversi istituti religiosi (cf. B 44; 84; 39).
Di qui si comprende come dovettero cominciare subito gli atti civili contro i debitori per censi dovuti, e non corrisposti, allo Stabilimento (B 301).
Per la debita amministrazione di questi beni, si redasse, nel 1808, un nuovo inventario per opera del P. D. Tommaso Di Fraia, in verità non molto accurato, e relativo soprattutto ad oggetti di arte esistenti in Montevergine e in Loreto (B 39).
Nonostante il nuovo stato di vita, che gli individui dello Stabilimento erano costretti a menare, si cercò, nella misura del possibile, di non tradire la vocazione religiosa, alla quale essi si sentivano legati dai voti solenni. Perciò, sia per giustificare la loro amministrazione davanti alle autorità governative sia per spirito religioso, costituirono il libro della cassa comune, nella quale il procuratore depositava il denaro proveniente dalla dotazione, fatta allo Stabilimento, per la pensione degli individui e per la manutenzione delle fabbriche e spese suppletorie dello stesso Stabilimento. Furono designati come cassieri Raffaele Aurisicchio e Guglielmo Giustini, come procuratore il padre Raffaele De Cesare.
Date le intime relazioni che si erano stabilite con le autorità governative, si doveva seguire giorno per giorno lo sviluppo della situazione nello stato. Mentre, infatti, l'imperatore Napoleone spadroneggiava in Italia, facendo occupare Roma il 2 febbraio 1808 e poi annettendo al suo impero lo stato pontificio (17 maggio 1809), a Napoli si verificava il cambiamento del titolare sul trono.
A Giuseppe Napoleone, nominato re di Spagna, succedeva Gioacchino Murat, cognato dell'imperatore, e che si firmerà sempre Gioacchino Napoleone. La nomina si ebbe il 15 luglio, ma la notizia fu resa nota il 31 di quel mese.
Il nuovo re fece il suo ingresso in Napoli, a cavallo, il 6 settembre 1808.
Nella politica verso la Chiesa, anche Gioacchino, come il suo predecessore Giuseppe Napoleone, seguiva a occhi chiusi le direttive e l'esempio dell'imperatore, usurpando sempre più la giurisdizione ecclesiastica.
Il 5 giugno 1809 vengono emesse delle disposizioni regie riguardo ai gradi accademici di cui dovevano essere fornite le prime dignità capitolari della diocesi. Costoro, perciò, dovevano portarsi in Napoli per essere ammessi al collegio dei dottori (B 218).
Ma, nonostante tutte le difficoltà, il Morales si diede da fare per rimettere in buone condizioni i vasti edifici di Montevergine e di Loreto.
A Montevergine, l'inconveniente più grave era offerto dalla copertura dei tetti, essendo questa costituita da tavolette di legno e, per allora, non si riusciva a trovare altra soluzione soddisfacente, perché gli embrici non resistevano ai forti venti dell'alta montagna. La conseguenza di quella copertura era ovvia: marcivano le tavolette e lasciavano infiltrare l'acqua, facendo deperire a vista d'occhio le fabbriche, le quali, dopo pochi anni, divenivano vecchie e fatiscenti.
Proseguendo coraggiosamente i lavori, iniziati dall'abate Mauro, rendeva consapevole il direttore del Demanio, che, non senza rammarico, si trovava di fronte a una chiesa e a un monastero, che «avevano bisogno di un grande ed imminente riparo, soprattutto le coverture sì della Chiesa che dell'intero locale, le quali, perché di tavole e molto annose, erano, per l'ingiuria di tempo tutte infradicite» (B 167).
Per i lavori più urgenti si spesero circa 1200 ducati (B 84); però per rimettere l'edificio in uno stato conveniente, si richiedevano non meno di 10.000 ducati.
A Montevergine, perciò, era da poco cominciata quella ripresa di vita, possibile in quel momento, dopo il totale sbandamento del primo tempo, quando un'altra grave scossa giuridica venne a funestare e a rendere più grave l'andamento delle cose: il 21 febbraio 1810, il gran giudice ministro della Giustizia e del Culto, F. Ricciardi, con semplice lettera al direttore del reale Stabilimento di Montevergine, comunicava la volontà del re Gioacchino Murat di sopprimere l'abbazia Nullius, aggregandone il suo territorio ai vescovi viciniori. Quindi, il comune di Mercogliano con la frazione di Valle e il comune di Ospedaletto passavano alla diocesi di Avellino, mentre il comune di San Martino Sannita col territorio di S. Marco a Vico e S. Giovanni a Marcopio erano aggregati alla diocesi di Benevento.
Analoga decisione fu presa, lo stesso giorno, per le abbazie Nullius di Cava e di Montecassino.
Quale fu l'occasione prossima di questa decisione regia? Ce lo dirà lo stesso Morales nel 1815, al momento in cui l'abbazia Nullius stava per essere ripristinata, con queste parole, espresse in una supplica al papa: «Ma la sovversione dei tempi, accaduta contro ogni diritto divino ed umano, e l'aver io predicato ed inculcato ai miei figli di non lasciarsi sedurre dai vani nomi di libertà e di eguaglianza, mentre non vi era per i figli di Dio che la sola libertà cristiana, né eguaglianza che l'evangelica provegnente dalla carità, senza di cui non vi poteva essere tra gli uomini eguaglianza, ma tutto diveniva disordine e confusione; e per aver io inculcate tali verità, e soprattutto per essermi opposo ad una lettera speditami dall'espulso governo che rendeva nullo il sacramento del matrimonio buttando giù i divini precetti, e quelli della Chiesa cattolica congregata nel sacro concilio di Trento, e per averne minutamente confutati gli errori e l'eresie, avvertendone il mio clero e popolo: motivi furon questi, Santissimo Padre, perché in un baleno mi vedessi spogliato del mio territorio, giurisdizione, e privilegi, venendomi anche ordinato di deporre le insegne di Pastore, come indegno di esserne fregiato».
A questa decisione governativa seguì una grave crisi dell'abate Morales e un notevole aggravio delle difficoltà in cui si dibattevano i custodi dello Stabilimento. Il Morales, infatti, per protesta, dapprima si ritirò a Napoli, a Monteoliveto, in casa di Giambattista Vecchioni, suo cugino (B 190: 10 maggio 1819), pur rimanendo ancora direttore dello Stabilimento; poi rinunziò anche a questa carica.
Fu subito redatto un nuovo inventario di Loreto (B 170: 12 marzo 1810).
La crisi si estese a qualche membro dello Stabilimento. Così, il padre Luigi Matina, il 29 marzo 1810, scriveva al Morales di aver ricevuto un dispaccio regio del 21 dello stesso mese, col quale gli si accordava la grazia di potersi sciogliere dagli obblighi verso lo Stabilimento (B 160); ma poi ci dovette ripensare, perché, pur essendo rimasto per alcuni anni in famiglia, per ragione di salute, in seguito ritornò a Montevergine, dove morì nel 1838.
Il 16 giugno se ne morì in Sarno, sua patria, uno dei membri dello Stabilimento, D. Giacinto Normandia, mentre il 7 marzo dell'anno seguente lasciava questo mondo anche l'abate Lorenzo Bevere. Venivano subito sostituiti da altri ex verginiani che prendevano il loro posto, tenendo al completo il quadro dei custodi di Montevergine.
Mentre si andava man mano applicando la nuova legislazione, il 31 agosto 1810 si venne alla divisione della montagna di Montevergine tra i comuni di Mercogliano, Quadrelle, Mugnano e Ospedaletto, con diritti per lo Stabilimento (B 298): questi diritti si mostrarono subito quando, il 7 novembre di quell'anno, si dovette procedere al taglio del legname nel luogo Cesine e alle pratiche che si dovettero svolgere (B 14).
Per questi custodi dello Stabilimento si presentò una difficoltà nuova quando il giudice di pace di Mercogliano, il 7 maggio 1811, comunicò loro che se per il giorno seguente non avessero portato una dichiarazione scritta da parte dell'intendente della provincia riguardo alle singole persone a cui era affidata la custodia dei locali di Loreto e di Montevergine, li avrebbe fatti subito sloggiare, murando le porte degli edifici. Si comunicò subito la cosa all'intendente di Principato Ultra. La difficoltà si appianò immediatamente: in parte quel giorno stesso in parte il giorno seguente si affrettarono a presentarsi davanti a quel giudice di pace del circondario di Mercogliano, Giuseppe Saracinelli, tutti gli individui dello Stabilimento con le persone di servizio, obbligandosi a custodire, sotto la propria responsabilità, quei locali, resistendo a qualunque disordine potesse nascere in contraddizione, col «suonare in caso di bisogno le campane all'armi, onde possano accorrere le guardie che si trovano in attività» (B 170).
Il mese seguente, 14 giugno, i componenti lo Stabilimento presero le opportune deliberazioni in ordine alla deputazione annuale della reale cappella della Madonna, cioè per l'ufficio di iconiere e per un turno di servizio al santuario (B 190).
Invece, alle autorità governative stavano a cuore soprattutto due cose: la funzionalità dell'archivio e i beni d'interesse artistico dei due grandi edifici. Su quest'ultimo punto l'intendente della provincia, non soddisfatto dei precedenti inventari o non tenuti da lui presenti, scrisse, il 15 dicembre 1811, al direttore dello Stabilimento, perché si compiacesse di disporre che venisse redatto «un veridico e distinto notamento di tutti i marmi ed altri oggetti di belle arti esistenti nel santuario di Montevergine del Monte» (B 39).
Gli individui dello Stabilimento, presa coscienza della personalità giuridica dell'archivio e dell'ente che lo reggeva, procedettero ad un contratto, il 29 dicembre 1811, comprando due fondi in Formicola, per il rilevante prezzo di 4060 ducati (B 8): denaro proveniente dai 2000 ducati annui, assegnati a disposizione del direttore e per gli scopi che già conosciamo.
Intanto, una volta che il dovere di una continuata protesta imponeva al Morales di stare lontano da Montevergine, si andava in lui di giorno in giorno aggravando una condizione psicologica e morale, che sfociò in un vero e proprio caso di coscienza.
Il 18 giugno 1811, rispondendo a D. Benedetto Giustini, riconosceva che fino allora non aveva provato alcuna difficoltà a firmare le procure, data l'assoluta fiducia che egli riponeva in persone superiori ad ogni eccezione e che negli anni precedenti avevano favorito lo Stabilimento con tanto zelo e onestà; ma ora, dopo la richiesta di due certificati, fattagli dall'intendente, in seguito ad ordini ricevuti dal ministro dell'Interno, egli si credeva in obbligo di dover aprire gli occhi e di pensare alla sua cautela. «Infatti - continua il Morales - io che ho la responsabilità in faccia al governo, dove mi troverò se mi chiamano a render conto del denaro addetto tassativamente al mantenimento del santuario, nel mentre che questo minaccia ruina, ed io su di questo denaro non ne ho approfittato di un bicchiere di acqua, ma che anzi Iddio ne sa il grave dispendio? Questo per lo passato. E pel tratto successivo dove andrò a ripararmi, se non firmerò le procure, se non mi si fa pria pervenire un obbligo giurato dei due procuratori e delli cassieri di separare dalla rendita in grano ed in danaro i ducati 2000 addetti al mantenimento del santuario per tenerli a mia disposizione, cioè per doverli spendere esattamente al mantenimento del santuario ed altre spese straordinarie a norma della legge». Perciò egli il giorno seguente, 19 giugno 1811, costituisce suo procuratore per l'esazione delle entrate Raffaele Di Gennaro (B 166).
Stimolato dal dovere del suo ufficio e volendo impiegare utilmente quanto era assegnato alla manutenzione dello Stabilimento, ebbe cura di far eseguire non pochi dei più urgenti lavori richiesti dai vasti locali, pensò pure alla riattazione dell'acquedotto di Loreto (B 46), altri lavori fece eseguire a Montevergine (B 167: a. 1812); rivolse anche l'attenzione alla manutenzione dei due organi con un contratto del 10 aprile 1812 (B 167).
Le varie spese al 1° maggio 1812 ammontavano a 152 ducati e 78 grana, mentre in cassa rimasero solamente 100 ducati e 50 grana.
Altre spese si ebbero a sostenere il 10 settembre 1812, in occasione della visita del vicario capitolare di Avellino.
Quando al direttore dello Stabilimento si cominciò a domandar conto degli individui che risiedevano effettivamente nei due locali e di quelli che dimoravano fuori, e per i quali c'era bisogno di una speciale licenza, allora la situazione del Morales divenne più spinosa. Così, quando il 2 maggio 1812 venne un dispaccio regio col quale si domandavano informazioni sugli assenti dallo Stabilimento (B 218), il Morales si sentì in difetto. Pensiamo, infatti, che sia stato appunto questo il motivo che diede la spinta finale per le sue dimissioni da direttore dello Stabilimento. Pur avendo egli precedentemente addotto i motivi di salute per dimorare a Napoli, a lungo andare essi potevano non essere più ritenuti validi, e allora fece il gran passo.
Si procedette alla designazione del nuovo direttore interino nella persona di Raffaele Aurisicchio, il quale però considerò sempre la sua nomina valida solo fino a quando non fossero cambiate le circostanze e fosse potuto ritornare il Morales a riprendere in pieno il governo di Montevergine (B 39: ag. 1812).
Affinché, poi, tutto fosse debitamente regolato, il 7 ottobre 1812, si procedette all'inventario dell'appartamento dell'abate ge nerale. A quest'inventario tenne dietro quello del santuario, il 14 novembre 1812, con aggiornamenti ulteriori sino al 1815 (B 39).
Per la vita del santuario aveva un'importanza non indifferente la legna, che doveva servire per le necessità quotidiane del combustibile, per il riscaldamento durante l'inverno e, più ancora, per la copertura dei tetti. Perciò, come abbiamo accennato, quando fu divisa la montagna di Montevergine tra i paesi limitrofi, rimase allo Stabilimento (oltre le tre tenute boschive Romito, Trocchio e Tavola) l'uso civico su larghe zone della stessa montagna. Venne poi eseguita una formale consegna dei boschi l'8 gennaio 1814 e, due giorni dopo, un autentico attestato del sottoispettore dell'amministrazione delle Acque e Foreste della provincia di Principato Ultra elencava i boschi spettanti a Montevergine (B 14).
Questa necessità della legna si fece ancora più urgente, quando, proprio in quel 1814, un furioso vento portò via quasi metà della copertura della chiesa e della sala capitolare.
La mattina seguente il direttore dello Stabilimento notificava il danno alle autorità competenti, perché si provvedesse subito coi necessari lavori. Dal resoconto, presentato al vicario capitolare di Avellino e al sindaco di Mercogliano, veniamo a sapere che si spese la somma di 700 ducati.
In questo modo e con queste ordinarie occupazioni per la custodia e il servizio del santuario passarono gli anni sotto il governo dei re Giuseppe e Gioacchino Napoleone.
4. Intanto la colossale guerra, che gli alleati combattevano contro la Francia, finì con la sconfitta definitiva di Napoleone. Vi era stata dapprima, nel 1812, la spedizione contro la Russia e la disastrosa ritirata dei francesi; poi, il 18 ottobre, la sconfitta di Napoleone a Lipsia, la sua abdicazione nell'aprile 1814, la relegazione nell'isola di Elba; finalmente la sconfitta a Waterloo, il 18 giugno 1815.
Il congresso di Vienna si aprì fin dal 22 settembre 1814 con la partecipazione non solo delle potenze che avevano vinto Napoleone, ma anche dei prìncipi, che erano stati da lui spodestati e che ora desideravano ritornare nei propri stati.
Purtroppo, dalla libertà sfrenata dei popoli si passò al despotismo assoluto dei prìncipi.
Caduto il regno di Gioacchino Murat, ritornano i borboni sul trono di Napoli. Il 22 maggio 1815 entra in città il principe Leopoldo, che prende possesso della capitale a nome di suo padre Ferdinando IV; poi, il 2 giugno, il re riprende possesso del trono col nome di Ferdinando I.
Qualunque giudizio si possa formulare sul governo dei Napoleonidi in Italia durante il decennio della loro occupazione, per quel che si riferisce alla congregazione verginiana, esso fu quanto mai esiziale; e il ritorno dei Borboni sul trono segnò per Montevergine la possibilità di un certo rifluire di vita in un tronco ormai schiantato dalla tempesta rivoluzionaria e giacente disteso al suolo.
Appena avutasi la successione sul trono, l'abate Morales subito si mosse per tentare di far ritornare la normalità nella congregazione verginiana e nella diocesi Nullius di Montevergine.
Già il 2 luglio egli supplicò il papa perché si degnasse «far rientrare la congregazione di Montevergine, in conformità delle altre congregazioni benedettine, nella sua diocesi Nullius con tutti i privilegi, onori e prerogative, che un'illegittima imperiosa potenza straniera ha potuto solamente interrompere, ma non mai estinguere o abolire» (B 190). Ecco perché egli si sottoscriveva «abate generale e ordinario Nullius della congregazione e diocesi di Montevergine».
Contemporaneamente scriveva al cardinale Antonio Doria, protettore della congregazione verginiana; e questi, il 15 luglio 1815, in una sua gentile risposta manifestava la sua stima per la congregazione e il suo impegno di essere utile al possibile.
Quale fosse l'animo dei verginiani, addetti alla custodia del santuario e dell'archivio, lo esprime chiaramente Guglielmo Giustini in una lettera del 28 luglio allo stesso Morales: «Questi miei compagni ... vi aspettano a momenti qui col carattere di Ordinario, altrimenti sortendo, che Dio non voglia, tutti usciremo da questo stabilimento, se dovremo stare soggetti ad Avellino (B 190).
Ma il Morales non aveva davvero bisogno di spinte per la riassunzione dell'esercizio della sua giurisdizione spirituale. Egli aveva già inviato al re, appena questi aveva messo piede in Napoli, una lunga supplica, nella quale, rievocando i motivi che lo avevano spinto prima ad accettare e poi a rinunziare alla dignità di direttore dello Stabilimento di Montevergine e ad allontanarsi dalla diocesi «pitoccando un tozzo di pane, glorioso solo di aver serbato la sua fede a Dio e alla Maestà Vostra e dirigendo clandestinamente le coscienze dei buoni suoi diocesani fedeli alla Maestà Vostra». Perciò ora, col ritorno del re, il Morales si augurava «di veder terminate le sciagure di quel santuario, lo scisma nella sua diocesi, cagionato dall'intruso vicario di Avellino, e la repristinazione del suo ordine religioso» (B 218).
A sollecitare la restituzione delle abbazie Nullius, si fecero anche delle esposizioni dottrinali molto sviluppate sui validi motivi che militavano a loro favore.
Di particolare importanza era la dilucidazione del modo come conveniva la giurisdizione all'abate di Montevergine. Si poté dimostrare che l'esenzione completa dagli ordinari dei luoghi, con la giurisdizione spirituale su un territorio separato, era stata data al monastero di Montevergine e al suo abate pro tempore e non già alla congregazione verginiana come tale; per essere più esatti, si distinse acutamente in questo modo: la giurisdizione è data abitualmente («habitualiter») al monastero, attualmente («actualiter») all'abate al quale passa l'esercizio appena è eletto e confermato legittimamente, per cui, soppresso il monastero, la ritiene l'abate al quale era stata conferita. Quindi, la giurisdizione è nell'abate, eletto canonicamente secondo le leggi e le costituzioni del monastero o secondo gli interventi straordinari della S. Sede.
Neppure reggeva l'obiezione che il governo degli abati durava un triennio e che, quindi, scaduto il triennio terminava anche automaticamente la giurisdizione degli abati generali, perché era risaputo che il loro potere durava fintantoché non veniva eletto e confermato il successore.
Sollecitato dalle varie suppliche, il re incaricò la commissione consultiva temporanea a rassegnare il suo parere. Si credette più conveniente aspettare ogni decisione dalla S. Sede (B 190: lu .- sett. 1815).
Il 3 agosto il papa, con lettera apostolica al Morales, «abate generale della congregazione di Montevergine», dà la sua risposta: loda molto lo zelo dell'abate per le anime, la sua devozione verso la Sede apostolica e la rettissima dottrina sulla giurisdizione ecclesiastica; egli stesso desidera ardentemente che vengano restituiti, per quanto è possibile, gli ordini regolari e, soprattutto, i benedettini, e perciò anche la congregazione verginiana, e che il Morales possa essere reintegrato al governo della diocesi. Però, perché la S. Sede possa procedere con la sua solita maturità, è necessario che sia informata su molte cose che riguardano quel gravissimo negozio, e che ha già dato gli ordini per prendere le opportune informazioni in materia, riservandosi di significargli, a suo tempo, le decisioni definitive (B 190).
In seguito a tale lettera, il Morales, il 25 agosto, d'accordo con gli altri abati della congregazione, in una successiva replica, faceva presente al Santo Padre, di aver mandato ai suoi piedi l'abate Laurenti, eletto abate di S. Agata alla Suburra con breve apostolico, e vice procuratore generale presso la S. Sede, perché si felicitasse del suo fausto ritorno a Roma e del «glorioso trionfo, che Iddio, per mezzo dell'eroiche virtù di Vostra Santità, ha accordato alla S. Chiesa sopra i suoi numerosi e perfidi nemici», ottenesse l'apostolica benedizione per l'abate e i monaci della congregazione verginiana, e per il clero e il popolo dell'abbazia Nullius di Montevergine, e sollecitasse presso lo stesso Sommo Pontefice la grazia del ristabilimento della congregazione e del privilegio della giurisdizione ordinaria Nullius, che per tanti secoli la munificenza dei sommi pontefici aveva fatto godere alla congregazione.
S'invocava perciò un intervento del papa presso il re di Napoli, intervento che sarebbe stato più efficace, se il papa si fosse degnato di riaprire per i verginiani il monastero di S. Agata di Roma, dove sarebbero stati inviati subito 6 religiosi, in corrispondenza alle rendite che il monastero aveva all'epoca del 1810, quando quell'abbazia fu chiusa (B 190: ag. 1815).
Il cardinale Doria offrì tutta la sua opera per il ripristino di questo monastero e per la reintegrazione della congregazione verginiana e della giurisdizione spirituale. Su quest'ultimo punto la causa era a buon punto e si poteva dire presso che guadagnata, ed era comune anche alle abbazie di Montecassino e di Cava.
La decisione ministeriale, approvata dal re, venne il 27 settembre 1815. Essa fu comunicata il 3 ottobre al vicario capitolare di Avellino dal marchese Tommasi, segretario di stato e ministro di Grazia e Giustizia e degli Affari Ecclesiastici; il 4 ottobre veniva ugualmente spedita la comunicazione all'abate Morales.
In segno di perpetua riconoscenza se ne volle eternare la memoria in una grande lapide, posta nell'atrio che precede la chiesa secentesca del santuario.
L'abate Morales inviò subito al S. Padre copia della decisione ministeriale. Siccome poi le costituzioni verginiane prescrivevano il tempo di un triennio per il generalato, egli domandava di poter continuare nell'esercizio dei suoi poteri sino a che, ristabilita la congregazione, non si fosse potuto procedere alla celebrazione del capitolo generale e all'elezione del suo successore.
Inoltre, siccome la diocesi era stata governata per quasi cinque anni dal vicario capitolare di Avellino, il quale, secondo il Morales, «non solo mancava di legittima autorizzazione, ma oltrepassando le stesse attribuzioni episcopali», si era fatto lecito di conferir parrocchie a suo capriccio, di dispensare negli impedimenti matrimoniali ecc .: perciò egli desiderava istruzioni in proposito.
L'abate Morales esprimeva poi il suo rammarico per lo scacco subìto dall'abate Laurenti, per non essere riuscito a ottenere il ripristino di Sant'Agata alla Suburra, che pure, per quel che si riferiva alla fabbrica del monastero, all'atrio della chiesa e alla procura generalizia, erano stati eseguiti, nel secolo XVIII, «colle contribuzioni di tutt'i monasteri del Regno, e perfino con una tassa sopra il vestiario dei religiosi». E qui una forte puntata contro un anonimo, il quale «privo di ogni qualsivoglia rappresentanza e carattere, ne ha fatta la rinunzia per vantaggiare se stesso; questa non può pregiudicare la congregazione, la quale non possedeva che codesto solo monastero fuori del Regno, ove fino al 1810 vi risiedevano cinque sacerdoti ed un converso». Quindi, il Morales termina con la seguente perorazione: «o supplico la Santità Vostra per le viscere di Gesù Cristo di ordinarne la repristinazione per ora come ospizio, e quindi come monastero di osservanza» (B 190: 1815).
Prima di partire da Napoli, l'abate Morales rivolgeva un solenne ringraziamento al re per la reintegrazione nell'esercizio della giurisdizione spirituale, mentre da Montevergine avrebbe continuato a pregare Iddio, insieme con la religiosa famiglia e col clero e il popolo, «perché ispiri a Vostra Maestà di ripristinare il santuario e la congregazione di Montevergine ... e di farci ripigliare le sagre lane di S. Benedetto e S. Guglielmo».
I verginiani residenti a Montevergine furono particolarmente lieti della bella notizia e attesero con ansia la venuta dell'abate Morales, perché si desse vita nuova al santuario e alla diocesi.
L'abate generale, da parte sua, indirizzò una breve lettera pastorale di saluto ai suoi fedeli, approfittando dell'occasione per richiamarli all'osservanza fedele dei precetti di Dio e della Chiesa e all'obbedienza completa al papa e al re.
Con l'abate Raimondo Morales tornava a Montevergine anche suo fratello l'abate Prospero, che aveva lasciato lo Stabilimento nel 1813.
Con entusiasmo l'abate Morales faceva il resoconto della giornata trionfale, che egli aveva vissuto il giorno dei santi apostoli Simone e Giuda, il 28 ottobre 1815, e ne rendeva le dovute grazie al Signore e al presidente e consultore del cappellano maggiore, che aveva interposta la sua validissima opera per quella restituzione della giurisdizione. Non pochi diocesani gli erano andati incontro sino a Marigliano. Giunto in territorio della diocesi, suono festoso di campane e sparo di mortaretti.
Ma la gioia della famiglia religiosa rimase alquanto raffreddata quando si fu a conoscenza che la grazia del sovrano non si estendeva ancora a riprendere l'abito bianco verginiano. Perciò l'abate Morales pregava il consultore di continuare la sua protezione e potente mediazione per lo scopo suddetto, come pure per il ripristino della congregazione «e particolarmente dell'unico monistero esistente in cotesta città di Napoli, di cui è abate questo mio fratello D. Prospero» (B 190).
La più grave difficoltà per il ripristino della congregazione si riferiva alla dotazione, che si sarebbe dovuta assegnare, mentre la quasi totalità dei suoi antichi beni era stata o venduta o donata.
Il Morales, in una sua lettera al consultore, faceva distinzione tra le vendite legali e le donazioni fatte ai benemeriti e ai più accaniti sostenitori del governo degli usurpatori: queste dovevano dichiararsi nulle, e su di esse basare la restituzione dei beni (B 190: nov. 1815).
Mentre ostavano queste gravi difficoltà da parte dello stato per il ripristino della congregazione, il papa Pio VII inviava, il 16 dicembre 1815, una lettera al Morales, con la quale rispondeva a due suppliche inoltrate rispettivamente il 25 agosto o il 3 ottobre.
Pur non essendo stato risposto alla prima lettera, il papa non aveva omesso di interporre la sua opera, perché la congregazione verginiana fosse reintegrata nei suoi beni e possessi. Riguardo all'estensione delle facoltà e poteri di abate generale fino al nuovo capitolo generale, gliene dà la proroga per un anno dalla data del presente documento, 16 dicembre 1815, se per tanto tempo dureranno le attuali necessità di non poter convocare prima il capitolo generale (B 190). La proroga venne rinnovata ancora per un anno il 14 dicembre 1816.
Invece il sommo pontefice non dava alcuna istruzione riguardo al tempo in cui aveva esercitato la sua giurisdizione sulla diocesi di Montevergine il vicario capitolare di Avellino: evidentemente, giornata trionfale, che egli aveva vissuto il giorno dei santi apostoli Simone e Giuda, il 28 ottobre 1815, e ne rendeva le dovute grazie al Signore e al presidente e consultore del cappellano maggiore, che aveva interposta la sua validissima opera per quella restituzione della giurisdizione. Non pochi diocesani gli erano andati incontro sino a Marigliano. Giunto in territorio della diocesi, suono festoso di campane e sparo di mortaretti.
Ma la gioia della famiglia religiosa rimase alquanto raffreddata quando si fu a conoscenza che la grazia del sovrano non si estendeva ancora a riprendere l'abito bianco verginiano. Perciò l'abate Morales pregava il consultore di continuare la sua protezione e potente mediazione per lo scopo suddetto, come pure per il ripristino della congregazione «e particolarmente dell'unico monistero esistente in cotesta città di Napoli, di cui è abate questo mio fratello D. Prospero» (B 190).
La più grave difficoltà per il ripristino della congregazione si riferiva alla dotazione, che si sarebbe dovuta assegnare, mentre la quasi totalità dei suoi antichi beni era stata o venduta o donata.
Il Morales, in una sua lettera al consultore, faceva distinzione tra le vendite legali e le donazioni fatte ai benemeriti e ai più accaniti sostenitori del governo degli usurpatori: queste dovevano dichiararsi nulle, e su di esse basare la restituzione dei beni (B 190: nov. 1815).
Mentre ostavano queste gravi difficoltà da parte dello stato per il ripristino della congregazione, il papa Pio VII inviava, il 16 dicembre 1815, una lettera al Morales, con la quale rispondeva a due suppliche inoltrate rispettivamente il 25 agosto o il 3 ottobre. Pur non essendo stato risposto alla prima lettera, il papa non aveva omesso di interporre la sua opera, perché la congregazione verginiana fosse reintegrata nei suoi beni e possessi. Riguardo all'estensione delle facoltà e poteri di abate generale fino al nuovo capitolo generale, gliene dà la proroga per un anno dalla data del presente documento, 16 dicembre 1815, se per tanto tempo dureranno le attuali necessità di non poter convocare prima il capitolo generale (B 190). La proroga venne rinnovata ancora per un anno il 14 dicembre 1816.
Invece il sommo pontefice non dava alcuna istruzione riguardo al tempo in cui aveva esercitato la sua giurisdizione sulla diocesi di Montevergine il vicario capitolare di Avellino: evidentemente, perché quel regime era considerato legittimo, in forza della lettera del cardinale Antonelli, del 16 marzo 1807. L'abate Morales credette però necessario farsi trasmettere dalla curia vescovile di Avellino le carte relative agli anni 1810-1815, che si riferivano alla diocesi di Montevergine (B 259: 8 lu. 1816).
Terminate le feste del primo incontro e messe a posto le cose essenziali riguardanti il governo spirituale della diocesi, l'abate Morales cominciò a pensare seriamente alle necessità del santuario. Prendendo occasione dalla prossima festa di Pentecoste, che quell'anno cadeva il 2 giugno, già il 10 maggio diede quelle disposizioni che credette necessarie. E così ci fornisce delle interessanti notizie sulle consuetudini e gli usi, sulla destinazione delle offerte, la distribuzione delle sante messe. Sono poi particolarmente preziosi gli accenni agli urgenti bisogni della chiesa di Montevergine, specialmente della sua navata sinistra, e delle cappelle che minacciavano rovina (B 213).
Quando poi egli si recò al santuario per celebrare, secondo l'antico uso, nel modo più solenne, la festa della Pentecoste, poté osservare più da vicino lo stato di abbandono in cui versava la chiesa. Egli ritrovò «quel sacro Real Tempio in un lagrimevole abbandono. Esposto questo all'intemperie delle stagioni, e particolarmente a quelle dell'inverno, il quale rigidissimo per le alte nevi, che vi piombano, rosa ed indebolita la covertura, che di una considerevole estensione vien formata da tante picciole connesse tavolette, il continuo stillicidio delle liquefatte nevi, penetrando nella fabbrica, aveva prodotto un notabile sfacelo allo stucco, che, distaccatosi dalle mura della nave destra del suddetto tempio e delle cappelle contigue, l'aveva tutte denudate, minacciando l'istessa rovina la nave maggiore » (B 167: 16 lu. 1816).
Dato questo stato di urgenti necessità del tempio e del monastero, di regio patronato, l'abate Morales, il 16 luglio 1816, rivolse supplica al re, perché venisse restituita a Montevergine la selva Cerreto, nella montagna di Montevergine, rimasta non ancora venduta e che già prima apparteneva al monastero, «affinché del legname di cui è vestita, possa io formarne una porzione di copertura alla detta chiesa e monastero e così riparare ai guasti maggiori, che vanno a farsi, con sì necessaria rifazione» (B 167).
Per poter agire più liberamente, l'abate Morales ottenne un dispaccio regio, comunicatogli il 24 luglio 1816, per cui, come direttore dello Stabilimento di Montevergine, era reso esente dal dover rendere conto all'intendente della provincia e ad altre autorità civili, di quei 2000 ducati assegnati per la manutenzione dei locali di Montevergine e di Loreto e per le eventuali spese straordinarie (B 39).
L'assolutismo regio, ripristinato con la restaurazione politica e religiosa del congresso di Vienna, continuava a ingerirsi eccessivamente in materia ecclesiastica. Già Gioacchino Murat aveva vietato ai vescovi di pubblicare qualunque editto, disposizione o pastorale, senza il previo permesso del re. Ora il re Ferdinando, il 30 luglio 1816, faceva rivivere quella censura preventiva in tutta la sua estensione; anzi proibiva persino di ricorrere alla S. Sede per dispense e simili, senza preventivo permesso reale. Non si potevano poi mandare in esecuzione i rescritti e le facoltà ottenute, senza il regio Exequatur (B 218).
Questa vigilanza regia sugli scritti che venivano comunicati al popolo, si estendeva anche alle persone, e si domandavano frequentemente informazioni segrete sugli ecclesiastici. Non poteva esimersi da questo gravoso onere l'abate Morales, il quale il 17 settembre, comunicava notizie quanto mai sfavorevoli sulla condotta del padre D. Nicola D'Agostino (B 221), che dal 1813 faceva parte dei custodi di Montevergine; ma in seguito, ad onor del vero, andò sempre più migliorando, tanto che, nel 1834, lo stesso abate Morales poteva applicare anche a lui questo giudizio: «Sebbene nel tempo della soppressione abbia dato motivi da riprendere la sua condotta, pure posteriormente si è richiamato ai suoi doveri, ed ha migliorata la sua vita e riformata interamente la sua condotta».
5. Per ovviare ai mali, che l'abate Morales riscontrava nei suoi religiosi, c'era il richiamo alla Regola, fatto in sordina, dato lo stato giuridico, ancora così poco definito, in cui si trovavano a vivere i custodi del santuario e dell'archivio, ormai ridotti a 22 membri. Poté, invece, intraprendere più sollecitamente e più energicamente la cura pastorale nella diocesi, iniziando subito la sacra visita alle singole parrocchie (B 212: 1816-17).
Nel silenzioso e fruttuoso lavoro che si andava compiendo a Montevergine, venne a dare una solenne spinta il concordato, concluso tra la S. Sede e il regno di Napoli il 7 marzo 1818, considerato il più notevole di quelli stipulati dalla Chiesa in quel periodo.
La religione cattolica fu dichiarata «unica religione del regno delle due Sicilie», e ad essa furono garantiti tutti i diritti e i privilegi che le spettano «secondo l'ordinamento di Dio e le leggi ecclesiastiche». Nella nuova divisione delle diocesi, furono conservate le tre abbazie Nullius benedettine di Montecassino, Cava e Montevergine. A quest'effetto il papa, il 27 giugno, emanò la bolla De utiliori, in esecuzione della quale il cardinale Innico Caracciolo, per speciale delega del sommo pontefice, emise un decreto, inviato in copia autentica all'abate Morales, con sottoscrizione autografa del cardinale, e accompagnato da una lettera di proprio pugno del cardinale, in data 12 agosto.
Così, veniva non solo confermata la diocesi Nullius, ma anche ripristinato il monistero di Montevergine, che cessava finalmente di essere denominato Stabilimento.
Si può ben immaginare la gioia dell'abate Morales quando vide così solennemente appagati i voti del suo animo e quelli dei verginiani, mentre, in forza appunto del concordato, tante altre diocesi erano state soppresse. Perciò egli, il 21 agosto, si affrettò a ringraziare il sommo pontefice e il cardinale Caracciolo (B 190).
Il papa si mostrò molto sensibile ai profondi sensi di riconoscenza dei verginiani, e volle gentilmente rispondere con una lettera apostolica del 2 settembre.
Perciò la data del 27 giugno 1818 fu segnata a lettere d'oro negli annali della congregazione verginiana, come quella che, nella misura possibile in quel momento, riparava l'ingiustizia commessa undici anni prima, col decreto di soppressione di Giuseppe Napoleone del 13 febbraio 1807.
L'abate Morales ottenne subito dal re il permesso di poter affiggere un avviso per invitare gli ex verginiani a far parte, se volevano, della famiglia monastica di Montevergine.
L'abate Aurisicchio fece notare che le costituzioni verginiane, come giacevano, erano incompatibili con la sola badia di Montevergine, ora ripristinata, e perciò domandava che si ottenesse sollecitamente dalla S. Sede e dal re la loro riforma per il governo del monastero. La supplica venne rimessa, il 2 dicembre 1818, all'abate Morales «per l'uso conveniente» (B 190). Ma su questo punto, l'abate Morales, forse temendo remore e lungaggini e forse ancora perché convinto del contrario, scrivendo al cardinale Doria, faceva notare che «non han bisogno di riforma per lo governo del monistero di Montevergine e per la Casa di Loreto repristrinata per lo momento, meno che a sentimento di quei che invocano i lumi del secolo per non osservare alcuna legge ed alcun freno». Però subito soggiungeva che, qualora l'esperienza l'avesse in seguito edotto nella necessità della riforma di qualche articolo, non avrebbe omesso di impetrarla per mezzo del cardinale protettore.
Il nuovo stato giuridico che Montevergine riacquistava e il numero dei religiosi, non più ristretto a 25, imponeva necessariamente un radicale aggiornamento della dotazione del monastero, il che venne riconosciuto con ministeriale del 18 luglio 1818.
Prima che venisse determinata questa nuova dotazione, l'abate Morales fece presente innanzi tutto che a lui, come abate generale e come Ordinario della diocesi, spettavano sia i 180 ducati assegnatigli inizialmente sia i 600 ducati annui determinati come ordinario del luogo; che si riportasse netta la dotazione iniziale di 5600 ducati; e che si tenesse presente che il santuario di Montevergine, «avendo preciso ed assoluto bisogno di esser tutto ricoperto di tavolette, dette volgarmente sternitore, se ne formasse subito la perizia dal sotto-ispettore delle Acque e Foreste della Provincia, per ordine della Direzione Generale».
Si faceva, inoltre, osservare che, aumentandosi il numero dei religiosi, si richiedeva una grande spesa per rifare le celle e per gli oggetti di prima necessità del monastero. Né si ometteva la considerazione che il monastero aveva bisogno di un gran numero di religiosi per l'assistenza spirituale del santuario, per quelli che debbono rimanere a Loreto per la conservazione dell'archivio, per gli affari della curia abbaziale e per l'assistenza degli infermi, perché i religiosi si ammalano facilmente al santuario, «per la rigidezza del luogo e per la vita quaresimale».
Questa stessa dieta quaresimale richiede una spesa altissima sia per il trasporto, che è quanto mai costoso, sia per la qualità dei cibi.
Si fa ancora considerare che i due vasti locali di Loreto e Montevergine, per la loro conservazione hanno bisogno di riparazioni annuali, come si può notare dallo stato attuale dei fabbricati, nonostante che ogni anno si siano spesi 697,57 ducati, come risulta dal conto legale.
Finalmente un'ultima importante considerazione: «dovendosi ristabilire il seminario, vi bisogna molta spesa per la rifazione del locale addetto a quest'uso, il quale fu rovinato col tremuoto di S. Anna nel 1805, e bisogna provvederlo di una rendita corrispondente, giacché quella, che gli fu una volta assegnata sulla badia di Montevergine, passò colla soppressione della stessa al real demanio».
Contemporaneamente a questa Memoria, presentata al ministero degli Affari Ecclesiastici, il Morales inoltrava una dettagliata supplica direttamente al re, espressa nello stesso senso.
Il 26 dicembre l'abate Morales era immesso nel possesso dei beni assegnati in supplemento di dotazione al monastero (B 39); si eseguivano le piante di questi beni per opera dell'architetto fiscale del distretto di Avellino, Sebastiano Lanzetta di Forino (B 6); ma, in seguito, verranno altre assegnazioni (B 39 e 308).
6. Intanto il nuovo stato giuridico di una congregazione ridotta ad un solo monastero non poteva piacere a tutti, e qua e là cominciò a serpeggiare tra i verginiani il pensiero di unire Montevergine con la congregazione cassinese.
Appena a conoscenza della cosa, il Morales, il 16 aprile 1819, rivolse una pressante supplica al papa, perché non seguisse quella voce della tentata unione (B 223).
Poco tempo dopo, nel maggio 1819, scrivendo da Napoli al cardinale Doria, dopo aver ricordato che il papa non aveva formato alcun dubbio, nella conservazione della congregazione verginiana, sia per l'abito che per le costituzioni, continuava con un tono quanto mai duro: «Io quindi ho tutta la fiducia in Dio di vederla conservata dall'ultimo naufragio in cui, appena risorta, han tentato d'immergerla taluni snaturati suoi figli». Di qui prendeva occasione per raccomandare sempre più la congregazione alla bontà e protezione del cardinale (B 190).
Non contento e non ancora tranquillo, l'abate generale, il 25 giugno, scrisse ancora al papa su questa tentata unione. Nella sua lettera di risposta, il 24 luglio, il papa, pur dicendo che l'affare non era ancora risolto, ci teneva a rassicurare l'abate Morales che stesse di buon animo intorno alla proposta unione, perché essa si sarebbe effettuata in modo da non essere di aggravio né per lui né per la congregazione verginiana e, frattanto, tutto doveva rimanere nello stato attuale. Quando poi la cosa fosse giunta al desiderato risultato, ne avrebbe messo al corrente il Morales (B 190 e 223).
In questo stesso tempo l'abate generale indirizzava una lettera molto risentita all'abate di Montecassino per la tentata incorporazione dell'abbazia di Montevergine (B 223).
La cosa andò a monte.
Ma evitata Scilla, la congregazione minacciò di urtare contro Cariddi cadendo sotto un perpetuo delegato apostolico. A sventare questo secondo pericolo, l'abate Morales sporse sollecitamente un'accorata supplica al re, perché impedisse alla congregazione verginiana questa estrema iattura (B 218: a. 1819). E anche in questo si ebbe piena vittoria.
Ora si trattava di preparare il capitolo generale, in modo da dare una spinta più energica al monastero e, possibilmente, al suo dilatarsi in vera e propria congregazione monastica.
Fin dal 20 ottobre 1819, l'abate Morales presentava al cardinal Pacca un elenco di cinque abati di governo e dieci priori, che, secondo lui, potevano comporre il capitolo generale della congregazione; e, insieme, domandava che venisse abilitato come abate perpetuo il priore Luigi Valentini. Il Pacca, con lettera del 28 gennaio 1820, notificava che era stato accolto il suggerimento di formare il capitolo generale con quei 15 padri, presentati nella nota; ma dalla S. Congr. dei Vescovi e Regolari non si era creduto opportuno di abilitare al grado di quinto abate perpetuo il Valentini, rimettendo l'elezione del candidato allo stesso capitolo.
Intanto già prima, il 17 dicembre 1819, il papa, tenute presenti le circostanze di fatto, volendo provvedere alla conservazione e al decoro della congregazione verginiana, ora ripristinata in un solo monastero, e considerate le preghiere presentate da alcuni monaci della stessa congregazione, rimise al cardinal Doria, protettore della congregazione, che ingiungesse all'abate Morales di convocare una dieta per questa volta nel monastero di Loreto e sotto la presidenza dello stesso abate Morales e con l'intervento di quei 15 padri vocali. Vi si elegesse un altro abate perpetuo a voti segreti, scelto tra i suddetti priori; e, dopo la rituale benedizione abbaziale dell'eletto, si procedesse, secondo le regole della congregazione verginiana, all'elezione dell'abate generale, dei definitori e degli altri ufficiali. Questa dieta preparatoria avrebbe avuto anche il potere di stabilire tutto quello che si stimava necessario o conveniente per la retta celebrazione del capitolo generale, con obbligo poi di inviare alla S. Sede tutti gli atti del capitolo, per la loro approvazione e conferma.
Il cardinale Doria, il 6 febbraio 1820, sottoscriveva il suo rescritto o decreto, affidandone la piena esecuzione all'abate Morales, al quale l'inviava, nella forma originale, due giorni dopo.
Al decreto venne dato il regio Exequatur il 28 marzo, a condizione che gli atti della suddetta dieta venissero presentati al re per la sua sovrana approvazione.
Nella lettera convocatoria, l'abate Morales non mancava di far notare che i prescelti abati, priori e lettori, che dovevano partecipare, prima alla dieta e poi al capitolo generale, dovevano essere intenzionati a riprendere l'abito e la vita monastica.
E fu appunto con la funzione della riassunzione dell'abito verginiano, avutasi nella cappella di Loreto il 16 aprile 1820, che venne segnata la data ufficiale della ripresa della vita monastica a Montevergine. Si riallacciavano, così, anche esternamente, le file interrotte dal decreto del 13 febbraio 1807.
A questa sacra cerimonia si volle dare la massima solennità. Oltre il vescovo di Avellino, Domenico Novi-Ciavarria, vi intervennero, fra gli altri notabili, il marchese di Sant'Agapito, comm. Giuseppe Caracciolo, l'intendente della provincia, e tutte le autorità giudiziarie, militari e civili del capoluogo (cf. Zigarelli, p. 93).
L'ex abate generale Raffaele Aurisicchio pronunziò un discorso di circostanza, che divenne una calda esortazione a confermarsi in quella stabilità monastica solennemente professata, e riconosceva che le persecuzioni subìte negli anni trascorsi erano dovute alle loro infedeltà.
Due giorni dopo, il 18 aprile, il Morales inviò ai singoli capitolari la lettera convocatoria della dieta definitoriale per il 23 di quel mese, terza domenica dopo Pasqua, e per il capitolo generale, da celebrarsi con inizio il 1° maggio.
Intanto, essendosi avuta nel frattempo la secolarizzazione perpetua dell'abate Giovanni Laurenti, venne a mancare uno dei quindici votanti, di cui doveva essere costituito il capitolo generale. Di qui la necessità di risolvere il dubbio: se poteva celebrarsi legittimamente il capitolo con un capitolare in meno. A risolvere la questione, il Morales convocò i padri presenti a Loreto il 18 aprile. Dei tredici partecipanti, si ebbero 11 voti affermativi e due negativi. Quindi prevalse la sentenza che, a tenore delle costituzioni, non poteva sospendersi la celebrazione del capitolo, nonostante la mancanza di un voto. Ugualmente tutti convennero che il capitolo non poteva procrastinarsi in altro tempo diverso dall'epoca fissata per la sua celebrazione, terza domenica dopo Pasqua.
Altra questione, risolta in questa sessione preparatoria, fu questa: se l'abate generale e i quattro definitori dovevano essere eletti tra i soli abati. Si convenne che l'abate generale dovesse essere eletto tra il numero degli abati per questa volta, mentre per l'avvenire si doveva consultare la S. Sede; invece, per i quattro definitori o consultori, si doveva procedere alla loro elezione dal corpo di tutti gli abati e priori, altrimenti sarebbe mancata la libertà nella loro elezione canonica.
Infine si decise di considerare come due terzi il numero di 9 votanti su quattordici.
Essendo ormai tutto pronto, il 23 aprile 1820, terza domenica dopo Pasqua, nella sala dell'appartamento abbaziale a Loreto, si procedette alla prima sessione, eleggendo a voti segreti un nuovo abate, a maggioranza di voti. Risultò eletto Carlo Giordano, che poi venne solennemente benedetto la domenica seguente, 30 aprile, dall'abate Morales.
Il 1° maggio seguì la seconda sessione del capitolo per l'elezione dell'abate generale. Ma i padri capitolari, considerando che l'abate Morales, eletto nel capitolo del 27 aprile 1806, e sospeso dall'esercizio della sua carica con la soppressione del 13 febbraio 1807, non aveva potuto completare il suo triennio di generalato, come prescrivono le costituzioni verginiane, pur avendo esercitato nel frattempo la giurisdizione sulla diocesi Nullius con speciale facoltà della S. Sede, decisero all'unanimità di confermare il Morales perché potesse compiere il triennio del suo governo.
Nello stesso tempo si ribadisce da parte di tutti i capitolari che «ogni abate generale, finito il suo triennio, non possa essere né confermato né rieletto, se non vacato un triennio o pure per speciale breve pontificio».
Come definitori visitatori furono eletti l'abate Pasquale Bevere e il priore Guglielmo Giustini; come definitori capitolari, Luigi Valentini e Raffaele De Cesare.
Fra le altre questioni, trattate nel capitolo generale, si presentò dapprima quella di domandare alla S. Sede, come deroga alle costituzioni verginiane, di poter ricevere ex religiosi di altri istituti, purché avessero i requisiti prescritti dalle stesse costituzioni verginiane.
Fu poi unanimemente riconosciuto che, allo stato attuale della congregazione, ridotta ad un solo monastero, non si prestava più la loro costituzione XX del 1744, ma poteva ancora ottimamente osservarsi la dichiarazione al cap. 64, secondo il testo del 1599.
Quanto ai padri capitolari, rimaneva fissato il numero di 15, a norma del decreto pontificio. L'abilitazione alle dignità si doveva conseguire secondo l'esercizio degli uffici in monastero. Per ottenere, poi, una certa libertà nella scelta dell'abate generale e dei definitori, si doveva impetrare dalla S. Sede che vi fossero sempre 10 abati perpetui.
Di una particolare importanza fu il richiamo alla dovuta osservanza della Regola e delle costituzioni per quel che si riferisce alla santità della vita e all'applicazione allo studio.
Il capitolo generale terminava con un solenne atto di riconoscenza al papa e al re, i cui nomi sarebbero stati inseriti nella tabella della sacristia, insieme con quelli dei papi e dei re e imperatori maggiormente benemeriti della congregazione verginiana.
Terminato il capitolo, cominciò il lungo lavoro per l'approvazione degli atti e, frattanto, non si poteva eseguire nulla di quello che si era stabilito. Per ben due anni si visse ancora in quel regime provvisorio che si stava già seguendo da 18 mesi, cioè da quando il 4 ottobre 1818 era giunta all'abate Morales la decisione del re del ripristino della congregazione.
A prima vista rimaniamo meravigliati che, pur essendo terminato il capitolo il 5 maggio, solo il 30 di quel mese venissero inviati gli atti al Supremo Consiglio di Cancelleria del Regno, per l'approvazione e per ottenere la licenza di poterne inviare copia al sommo pontefice per l'approvazione ecclesiastica.
Vi era stata una crisi nell'abate Morales, crisi che viene espressa nei termini più chiari in una supplica al S. Padre, datata appunto il 30 maggio, ma che effettivamente non fu mai spedita. In essa, l'abate Morales, dopo aver rievocato che l'unico scopo delle sue sollecitudini era stato «sempre e tassativamente» quello di veder rimessa in piena efficienza quella congregazione per cui, fin dall'infanzia, aveva rinunziato a tutto, ora, «bramando un onesto e santo riposo, dopo tante sofferte vicissitudini», umiliava ai piedi del papa la sua «formale rinunzia al generalato», pregando il papa di prescrivere al definitorio di Montevergine di convocare subito il nuovo capitolo generale, per l'elezione dell'abate generale.
Di questa rinunzia al generalato, parlava il Morales anche nella lettera spedita, lo stesso giorno 30 maggio, al marchese Tommasi, segretario di stato e ministro degli Affari Ecclesiastici, nel momento in cui inviava gli atti del capitolo generale, rimessi per l'esame del Supremo Consiglio di Cancelleria 46.
La ragione della crisi era dovuta al fatto che, nel capitolo generale, non si era proceduto all'elezione dell'abate generale per il solito triennio, ma era prevalsa l'opinione di quei capitolari che, «riguardando l'attuale come l'antica congregazione ripristinata, vollero che io - scriveva il Morales al Santo Padre - avessi dovuto compire il triennio del mio generalato, calcolando il primo anno della mia canonica elezione al momento della soppressione dell'Ordine, e il resto dal giorno della repristinazione in poi». «Ed io - continuava subito dopo - quantunque avessi sempre protestato di voler rientrare assolutamente nella vita di semplice religioso, dovei non solo uniformarmi a tale determinazione per evitare ulteriori e più calde dissensioni per la elezione del generale: lo che avrebbe ritardato il compimento della ripristinazione; ma bensì lasciar correre a mio danno e pel futuro capitolo le proteste che Vostra Santità rileva negli atti che le umilio » (B 190: 2 luglio 1820).
Il 28 giugno 1820, il marchese Tommasi diede la licènza di poter inviare copia degli atti capitolari al S. Padre, mentre egli si riservava di comunicargli la risoluzione del re, dopo l'opportuno esame che ne avrebbe fatto la prima Camera del Supremo Consiglio di Cancelleria. Intanto, anche a prescindere dalle eventuali osservazioni che si sarebbero fatte, gli annunziava che certamente non poteva essere approvato l'articolo riguardante l'elezione che si era fatta dell'abate generale dell'Ordine per soli due anni, « quanti si è detto rimanerle di conto della precedente sua
46 « Come parte integrante degli Atti che rassegno a S.M. e che farò pervenire in Roma si è la mia formale rinunzia al Generalato ».