Quando, il 2 marzo 1797, l'abate vicario generale della congregazione supplicò il re per la convocazione del capitolo generale, per la terza domenica dopo Pasqua, fu detto espressamente che, nel capitolo generale, si sarebbe proceduto semplicemente all'elezione dell'abate regio generale, mentre il definitorio rimaneva quello dell'anno precedente, perché il nuovo superiore della congregazione avrebbe dovuto solo completare il triennio del De Martinis. Per questa ragione, anche il nuovo abate generale sarebbe stato assunto dalla provincia napoletana, dalla quale proveniva il defunto.
Intanto era venuto a morte anche l'abate Massimino Del Tufo, definitore visitatore e uno degli abati della stessa provincia napoletana. A sostituire il suo voto fu eletto il priore di Avellino, Tommaso Di Fraia.
In questo stato di cose, mai come questa volta, si vide l'inconveniente del turno delle province per il generalato. Infatti, dei 6 abati che la provincia napoletana doveva presentare come candidati, ne mancavano tre: uno per la morte dell'abate De Martinis (in luogo del quale, solo quanto al voto attivo, era stato nominato il padre Agostino Pagano), un secondo per la morte dell'abate Massimino Del Tufo, avvenuta pochi giorni prima del capitolo generale (e sostituito, solo per il voto attivo, da Tommaso Di Fraia), e un terzo in quanto l'abate titolare Prospero Morales aveva voto in capitolo, ma non aveva i requisiti per essere abate generale.
Degli altri tre candidati al generalato, uno era legittimamente assente, l'abate Massimiliano Del Tufo (ed era quindi escluso dall'elezione, perché - come sappiamo - questa doveva cadere su un candidato presente al capitolo). Rimanevano quindi due soli abati, Tommaso Fiorilli e Gioacchino Cotinelli. Se poi si ricorda che quest'ultimo, l'anno precedente, con la sua condotta di procuratore generale si era reso inviso alla stragrande maggioranza dei capitolari, rimaneva il solo Tommaso Fiorilli. Perciò, praticamente non vi era nessuna possibilità di scelta.
E quest'ultimo candidato era un vecchio di 80 anni. Per conoscere bene questo abate, basta stralciare alcuni brani più significativi da una supplica da lui inviata al re nei primi di giugno dell'anno precedente. Egli, dietro petizione dei suoi congiunti - come lui disse - era stato nominato abate titolare dal re nel 1782 a 64 anni, quando aveva perduto del tutto la speranza di poter raggiungere tale dignità per la via ordinaria delle promozioni successive. Il 20 aprile 1785, alla rinunzia dell'abate Lorenzo Bevere alla dignità di abate decano, inaspettatamente era stato eletto a succedergli.
Pochi mesi dopo, il 26 ottobre, succedeva la morte dell'abate generale Verduzi, e allora il Fiorilli si trovò interinalmente a capo della congregazione. Questo stato straordinario di cose portò pure a ritardare la sua benedizione, che ebbe luogo il 25 giugno 1786, conferitagli dall'abate generale Isidoro Bevere nel monastero di Napoli, alla distanza di 14 mesi dalla sua elezione ad abate di governo, il che era contro le disposizioni pontificie, che la richiedevano durante l'anno dall'elezione (RC VI, 139v).
Con grande rammarico, il Fiorilli si vide assegnato, nel 1786, come monastero di governo, l'abbazia di Montefalcione, di cui egli conservava i più tristi ricordi. Difatti di quel triennio non sa tramandarci altro che «fu quasi nel cimento di perder la vita; giacché quell'aere niente salubre, se le mostrò tanto infausto, che le svegliò mille malori, per cui fu nella necessità di doversi per più tempo trattenere nella Capitale in casa dei suoi congionti, e far quelle cure, che dai medici li erano state prescritte». Dopo quel triennio come abate di Montefalcione, si attendeva la residenza in un monastero di Terra di Lavoro, per « poter placidamente menare i suoi giorni » e così essere ricompensato dei lunghi servigi che egli diceva di aver prestato alla congregazione, e invece, « con inaudita barbarie di taluni giovani abati, complottati a suo danno, e a danno della congregazione», fu dapprima «inumanamente» confermato per un secondo triennio in Montefalcione e poi «dispettosamente trasferito nel monastero di Castello, anche sito nelle regioni della Puglia, per cui dové il supplicante determinarsi a farne il cambio col priore del monastero di Palma, benché questo fosse un monastero priorale, e sito nelle alture di un monte, che non permette con commodità pervenirvi, cosa che recò al supplicante dei gravi stenti, trovandosi afflitto non meno dalla podagra» che dalla sua avanzata età, «che li vieta il cavalcare ». Terminato quest'altro triennio «di travagli» - è sempre il Fiorilli che parla -, «si credé necessaria la persona del supplicante pel laborioso impiego di diffinitore visitatore», industriandosi «di mantenere il buon ordine e la pace nella congregazione. Ma siffatto operare, benché avesse meritata l'approvazione della più sana parte degli individui verginiani, ciò non pertanto è rincresciuto non poco a coloro che sempre han bramato il tiranneggiare, e far da assoluti desposti nella loro congregazione, poiché ritrovando un continuo intoppo alli di loro malintenzionati disegni, si sono veduti inabilitati a proseguirli».
A questo punto, non manca un accenno alla sua mancata elezione a generale, nel capitolo del 17 aprile 1796, di cui però si dice privato «con suo sommo ed inesplicabile piacere». Quindi continua: «E poi, come se i monisteri della congregazione di Montevergine fossero beni burgensatici delle loro proprie famiglie, van cercando disporre al meglio che li piaccia, avendo fatto finanche apertamente al supplicante sentire che la sua situazione sarà una delle peggiori, che l'anzidetta congregazione mai abbia».
Dopo questa lunga tirata, ecco i tocchi finali della perorazione: «Ma vi è dippiù, Sua Maestà. Il supplicante trovasi nell'età di circa anni ottanta, acciaccato altresì da podagra, per cui è impossibilitato a far dei lunghi viaggi, e soprattutto cavalcando ... E poiché, Signore, la giustizia non vuole che un abate nella decrepita età di anni ottanta, e carico di meriti e fatiche, per la sola ragione d'aver bramata l'osservanza delle regole, ed il buon ordine della sua congregazione, soffra l'ingiusta oppressione ... a piacere dei despoti della congregazione medesima, che lo desiderano estinto ...» (RC VII, 82v-83).
A queste espressioni fanno eco quelle da lui usate in una rimostranza nella curia del cappellano maggiore a Napoli, il 9 giugno 1796, quando, avendo saputo che gli era stato assegnato il monastero di Palma, si lamentò in questi termini: «La giustizia non vuole che gema il povero ... comparente sotto la gravezza di astiosa prepotenza» (RC VII, 102).
Tutto questo è in perfetta armonia con quanto conosciamo di lui, specialmente quando partecipò, nella misura più attiva, al gruppo dei dissidenti, che fecero annullare il capitolo generale del 3 maggio 1789, continuando poi anche dopo la sua opposizione.
Ecco dunque l'abate Tommaso Fiorilli, eletto a Loreto, il 7 maggio 1797, all'unanimità, come abate generale della congregazione verginiana.
Secondo la prassi verginiana, durante lo scrutinio il candidato veniva segregato nella stanza attigua alla sala capitolare, ad evitare che si potesse anche lontanamente sospettare che egli avesse dato il voto in quella elezione. Perciò, appena avvenuta l'elezione, l'abate vicario generale Di Gennaro, insieme con gli scrutatori, si portò dall'abate Fiorilli per annunziargli l'esito positivo dello scrutinio. Egli allora «con rispettosa sommissione alle disposizioni divine - ci dice il segretario del capitolo – si è sottomesso, qualora però si compiacerà Sua Maestà (Dio Guardi) sovranamente approvare la sua elezione».
Ciò fatto, il Di Gennaro cedette al neoeletto la presidenza del capitolo, perché si potesse procedere agli altri atti capitolari, che si dovevano eseguire secondo le disposizioni del re, specialmente l'elezione del nuovo definitore visitatore, al posto del defunto D. Massimino Del Tufo.
Si trattava del definitore da eleggersi tra gli abati della provincia napoletana. Due soli erano gli abati che potevano essere eletti, Massimiliano Del Tufo e Gioacchino Cotinelli; ma D. Massimiliano, che non aveva potuto partecipare al capitolo, aveva fatto sapere che rinunziava formalmente a questa carica «per i suoi acciacchi, anzianità, ed abituali croniche indisposizioni». Non rimaneva che il Cotinelli, ma questo in tal modo non poteva essere eletto, perché non si dava alcuna libertà di scelta ai capitolari. Allora costoro pregarono tutti insieme l'eletto abate generale che, unito con l'altro definitore visitatore Lorenzo Bevere, coi due definitori capitolari (Falangola e Adinolfi) e con l'abate decano Di Gennaro al posto del defunto Massimino Del Tufo, procedesse all'elezione dei due abati che mancavano nella provincia napoletana.
Allora il definitorio si raccolse nella camera interna dell'appartamento abbaziale, dove tutto era stato preparato, per addivenire all'elezione dei due abati di regime. Furono eletti Agostino Pagano e Prospero Morales: elezioni che furono annunziate e approvate con piena soddisfazione da tutti i capitolari.
Ciò fatto, si procedette all'elezione del nuovo definitore visitatore della provincia napoletana, da scegliersi fra i tre candidati Cotinelli, Pagano e Morales. Risultò eletto Agostino Pagano all'unanimità.
Infine, l'abate gen. Fiorilli propose la necessità della ripartizione equilibrata degli individui per le quattro province della congregazione. Tutti approvarono la proposta a voti segreti.
Il giorno seguente, 8 maggio, si procedette all'elezione per i priorati vacanti e alla distribuzione delle famiglie monastiche, ritornandosi, in tal modo, alla prassi seguita prima del 1789, quando la dieta definitoriale seguiva immediatamente. alla celebrazione del capitolo.
Il 23 dello stesso mese di maggio giungeva l'approvazione degli atti capitolari, che in questo modo si erano snelliti di quegli innumerevoli inceppi, che si erano frapposti negli ultimi sette anni. Anzi con lo stesso dispaccio regio veniva concessa la licenza di poter convocare la dieta annuale per il 29 aprile dell'anno seguente, 1798, a Loreto. Anche questa fu sollecitamente approvata il 5 maggio successivo.
Di qui si vede che il cesaropapismo napoletano, dietro la spinta della rivoluzione francese, cominciava ormai la sua involuzione. Questo si vide ancora meglio il 3 settembre 1798 quando, alla morte dell'abate Filippo M. Siviglia, vicario della giurisdizione di Loreto, si dovette domandare la licenza di poter convocare la dieta definitoriale per la nomina del suo successore. In questa circostanza, infatti, tenuto presente quanto aveva esposto il procuratore generale, che cioè erano previdibili altre vacanze di abbazie, data la vecchiaia e gli acciacchi di salute di parecchi abati, il re permetteva fin d'ora all'abate generale di poter tenere le ordinarie diete definitoriali, quando ne occorresse la necessità, «come atto regolare e solito della congregazione, acciò, accadendo la morte di qualche abate, si proceda subito all'elezione del successore e si eviti qualunque disordine, che potrebbe derivare dalla vacanza» dei governi abbaziali. Rimaneva però ancora in vigore l'obbligo di presentare al re gli atti e le elezioni fatte, per la sovrana approvazione (RC VII, 148).
Abbiamo ascoltato più sopra il linguaggio tenuto dall'abate Fiorilli quasi alla vigilia della sua elevazione alla dignità di abate generale, quando per lui tutti i superiori maggiori della congregazione erano dei despoti, i quali con la loro prepotenza opprimevano i sudditi con un atteggiamento di aperta ingiustizia, facendosi guidare da ignominiosi sentimenti di vendetta e che, in particolare, volevano la morte del Fiorilli.
Ora che costui aveva preso in mano le redini del governo della congregazione, si sarebbe finalmente instaurata l'epoca della giustizia distributiva perfetta, della carità a tutta prova e della pace e serenità per tutti i religiosi verginiani!
Ecco, invece, che alla nomina dell'abate Francesco Adinolfi a successore dell'abate Siviglia, avvenuta l'11 settembre 1798, presentarsi Giacinto Normandia, che sporge un ricorso al re, perché si era creduto leso nei suoi diritti per quella successione. Egli non esita a scrivere: «In vendetta, il P. abate presidente col diffinitorio gli ha spedito ordine», l'8 settembre, di passare dal monastero di Napoli, dove si trovava destinato dalla delegazione della real giurisdizione, in quello di Castelbaronia. «Siffatto ordine - egli continua - pregiudica il decoro e la salut del supplicante e viola anche le providissime e sacrosante leggi, le quali vietano che taluno espongasi alla mutazione della stagione estiva, e molto più per luogo di aria non buona, com'è quello di Castello la Baronia di aria più che pestifera, dal che risulta vieppiù lo spirito di vendetta».
In conclusione, supplica il re perché non venga rimosso da Napoli e frattanto « farlo ... trattenere in altro luogo della stessa Capitale».
Per sostenere queste sue ragioni, il Normandia, il 15 settembre, creò suo procuratore il dott. Luigi Infante (RC VII, 151).
In quel momento era procuratore della congregazione l'abate Eugenio Mauro, il quale aveva la documentazione ben ordinata e aggiornata, e perciò fece un accurato esposto al re sulla condotta tenuta dal Normandia a Roma. Erano circa quattro mesi che il Normandia aveva chiesto di essere riammesso nella congregazione verginiana, da cui si trovava separato. Il 2 dicembre 1786 Ferdinando Pastena, allora procuratore alle liti in Napoli, era stato eletto abate di S. Agata di Roma, ma non si poté portare a prendere possesso del suo monastero, e perciò si pensò bene di mandare colà il Normandia con l'ufficio di vice-abate, cosa che effettivamente egli eseguì. In seguito, nella dieta generale del 17 gennaio 1790, il Normandia fu nominato segretario della congregazione, ma egli, disprezzando questa chiamata, «con una positiva temerità», volle rimanere in Roma, incominciando da quel momento ad esercitare atti di dispotismo, dichiarandosi praticamente refrattario alle disposizioni del capitolo generale, approvato dal re. Peggio fece in seguito quando, essendosi ivi portato il nuovo abate con la famiglia religiosa, che vi era stata destinata dal capitolo generale, non volle riconoscerla, cosicché quei verginiani furono costretti a ritornare nel regno, in discapito tanto della congregazione quanto degli ordini del re (RC VII, 152-173).
A questa relazione fece seguito, il 27 settembre 1798, una lettera dell'abate Fiorilli al Vecchioni. E' interessante notare di passaggio che l'abate generale si risenta che il Normandia abbia parlato di «vendetta per la pretesa badia», e che con ciò «egli ha attentato l'onestà, giustizia e religiosità del mio definitorio per cui merita castigo». Eppure, due anni prima, lo stesso definitorio (ad eccezione di Massimino Del Tufo, ora sostituito con Agostino Pagano) era stato dall'abate Fiorilli gratificato abbondantemente dei titoli di «inaudita barbarie», di «dispetti», «assoluti despoti», «malintenzionati disegni», di «ingiusta oppressione», «astiosa prepotenza», ecc .!
Tornando al caso Normandia, il Fiorilli ricorda la costituzione verginiana, che «ordina e prescrive che, aprendosi la visita all'8 di settembre, nel punto medesimo si possono e devono spedire l'obbedienze per ogni individuo. Questa teoria si è fino a questo momento pratticata dal governo della mia congregazione verso qualunque religioso, senza che niuno avesse ardito avanzare doglianze per qualunque motivo. E' oggi la prima volta, che in persona del padre Normandia si sente il contrario e specialmente per Castello la Baronia, dove l'aria è la più salubre di qualunque altro luogo, perché situato su di una altura, ventilata da per tutto, ed esente da acque stagnanti, che potrebbero corrompere l'aria ...».
Molto più gravi furono le preoccupazioni dell'abate Fiorilli, provenienti dalle condizioni generali del regno.
Il trattato di pace dell'11 ottobre 1796, concluso con la Francia, non aveva recato nessun miglioramento nelle condizioni nel Napoletano. Gli armamenti procedevano a ritmo affrettato, mentre l'armata francese, vittoriosa su tutti i fronti, si andò sempre più avvicinando alla frontiera. Il 10 febbraio 1798, i francesi, agli ordini del generale Berthier, occupavano Roma.
Dieci giorni dopo, Pio VI, gravemente ammalato, dovette lasciare la sua residenza per recarsi in esilio in Francia, dove morì il 29 agosto 1799.
Intanto, appena i francesi penetrarono negli stati pontifici, una gran folla di profughi si rifugiò nel Regno, particolarmente a Napoli, raccontando le incredibili violenze commesse dalle truppe francesi.
Mentre tutto il Regno fremeva di sdegno contro i francesi, giunse al re Ferdinando, da parte del generale Berthier, l'ingiunzione di espellere l'ambasciatore inglese lord Hamilton, di mandar via il ministro Acton, di esiliare gli emigrati e di concedere alle truppe francesi il libero passaggio attraverso il territorio napoletano, per potersi recare a occupare i presidi di Benevento e di Pontecorvo.
Ferdinando rifiutò e, poco dopo, il 19 maggio 1798, concluse a Vienna con l'Austria un nuovo trattato segreto di alleanza.
Comandato dal generale austriaco Mack, l'esercito napoletano prese l'iniziativa delle operazioni, entrando in Roma nel dicembre di quel 1798, mentre le truppe francesi, agli ordini del generale supremo Championnet, si erano ritirate, solo allo scopo di potersi concentrare per una decisa controffensiva. Questa, infatti, si scatenò il 20 dicembre, dopo 17 giorni da che i soldati napoletani avevano occupato Roma.
Contemporaneamente il re con la famiglia reale, nella notte dal 20 al 21 dicembre 1798, imbarcatosi sul Vanguard, il vacello di Nelson, si diresse alla volta di Palermo, dove però giunse solo il 25 di quel mese, recando con sé non solo i tesori personali, ma anche quelli della città e dello stato.
Francesco Pignatelli, lasciato dal re come vicario generale del Regno, il 12 gennaio 1799 concludeva segretamente un armistizio di due mesi con la Francia, accettando, fra le altre condizioni, l'imposizione di un contributo di due milioni e mezzo di ducati, pagabili metà per il 15 di quel mese e metà per il 25.
Tutto questo, nel vano tentativo di sottrarre Napoli al contatto coi francesi. Ma il 17 gennaio scoppiò in città l'insurrezione popolare contro i francesi. Riprende la lotta. Il 23 gennaio i francesi occupano la capitale e proclamano la Repubblica Partenopea.
Venne la controrivoluzione borbonica, dovuta al cardinale Fabrizio Ruffo, che in giugno giungeva davanti a Napoli alla testa di un esercito di 60.000 uomini, mentre ormai la repubblica napoletana si era ridotta alla sola capitale, perché l'invasione francese si era dappertutto resa insostenibile, tanto più che nell'Italia settentrionale i russi di Souvaroff e gli austriaci di Kray avevano battuto l'esercito francese a Cassano.
L'ultimo attacco del cardinale Ruffo contro Napoli iniziò il 13 giugno. Tre giorni dopo, la guerra di Napoli era terminata. Il 23 cessava definitivamente la Repubblica Partenopea e il re Ferdinando veniva ristabilito sul trono.
In questo stato di cose possiamo ben comprendere le difficoltà eccezionali che sopravvennero per rendere ancora più difficile il governo della congregazione nelle mani del vecchio abate Fiorilli.
La patria aveva bisogno di soldati, e tutti quelli che lo potevano dovevano dare il loro contributo. Fu così che venne intimato a fra Giovanni da Santa Anastasia, il 9 maggio 1798, di recarsi al servizio militare, perché non era ancora professo (B 221).
Si dava la possibilità di farsi sostituire nel servizio militare. In questo senso l'abate generale accolse molto volentieri, il 24 maggio, la notizia che gli comunicava dal santuario il padre Giuseppe Piccolo, allora depositario, che cioè erano giunti da Casamarciano due giovani, rispettivamente di 18 e 20 anni, di buonissima aspetto, e che egli aveva persuasi a farsi soldati volontari a carico del monastero, con promessa di 30 ducati per ciascuno (B 222).
Pochi giorni dopo, il 4 giugno, un ordine generale faceva obbligo del servizio militare per tutti i verginiani non professi (B 217). Ancora più stretto e allarmante fu l'ordine, diramato il 14 agosto, col quale si faceva stretto obbligo ai baroni, ecclesiastici, monasteri ecc. di fornire reclute per l'esercito e il necessario per il loro sostentamento. Montevergine doveva corrispondere 25 ducati per ogni soldato che doveva mantenere (B222 e 58).
Tutte queste misure non valsero a nulla. L'invasione del Regno da parte dei repubblicani francesi non lasciò in pace Montevergine, le sue terre e case, e neppure le sue persone.
Una prima vittima, sia pure indiretta, si ebbe nell'abate titolare Nicola Adinolfi, di cui abbiamo avuto occasione di occuparci.
Un'altra vittima si ebbe a deplorare nel giovane padre Gabriele Tomaselli, ucciso nel mese di agosto del 1799 (cf. NV 89v-90).
Non furono risparmiati neppure i nostri fratelli, ma di alcuni di essi, come fra Amato Tarantino, fra Modestino e fra Michele da Palma, avremo occasione di occuparci direttamente in seguito, parlando delle vittime della rivoluzione francese nella congregazione verginiana (cf. Parte II, cap. IV,5).
Come già nel 1794 così ora, nel 1798, il re con un suo dispaccio ordinò l'immediata consegna di tutti gli argenti ancora esistenti, eccetto i vasi sacri e altri pochi oggetti, specificatamente elencati nello stesso documento regio.
Già il 1° giugno 1798 dalla reggia arrivava un rimprovero alla congregazione verginiana, perché, riguardo a una certa somma di 1000 ducati per lo stato, non si sarebbe comportata come tutti gli altri luoghi pii, che in quel caso avevano avuto «molto talento» (B 217).
Il 23 giugno i verginiani residenti a Montevergine si erano raccolti in capitolo di comunità per decidere sull'ingiunta consegna degli argenti. Si stabilì all'unanimità di dare immediata esecuzione all'ordine ricevuto: si prendessero tutti gli oggetti di argento esistenti non solo nel monastero, ma anche nella chiesa, e precisamente: la statua di S. Guglielmo, le teste dei 16 mezzibusti dei santi, con esclusione del solo mezzobusto di S. Gennaro, il paliotto e il baldacchino, nove lampade ed altri oggetti. Quest'argento doveva essere portato a Loreto per essere liquefatto e pesato; quindi si sarebbe portato a Napoli. Dell'importo ricavato, mille ducati dovevano essere destinati a provvedere un nuovo apparato di altro metallo per l'altare della Madonna e per rifare in rame le teste dei santi.
Da uno strumento del 1798 sappiamo che la somma ricavata fu di 7667 ducati, per la quale il monastero avrebbe ricevuto l'interesse annuo di 383 ducati (B 167: dic. 1798).
In questo modo, già il 15 luglio si stipulava un contratto con gli argentieri napoletani Francesco Casolla e Vincenzo De
Magistris, i quali dovevano costruire 18 candelieri di rame dorato e altri 6 più piccoli di rame argentato, per una spesa preventivata non superiore ai 1500 ducati, trovandosi il monastero impossibilitato a sostenere una spesa maggiore. Ma, a lavoro compiuto, la spesa risultò di 2000 ducati per i 18 candelieri, oltre un'altra piccola somma per i sei candelieri più piccoli.
Il rame, comprato ai primi di luglio, era stato mandato a Montevergine, ma per via era stato intercettato. Poi fortunatamente si era potuto riavere (B 221:8 lu. 1798).
In questo stesso anno fra Mariano da Castellammare eseguì l'ultimo suo lavoro, i nuovi artistici schienali in noce per la sala del capitolo a Montevergine.
Come se l'impoverimento da parte dello stato non fosse stato sufficiente, vennero anche i francesi a fare il resto. Agostino Saba, nel parlarci dei francesi, che invasero Roma nel febbraio 1798, dice: «I Francesi si mostravano soprattutto abili a derubare Roma delle sue ricchezze artistiche, come aveva già fatto Napoleone nelle altre città italiane. I Romani videro le statue e i quadri migliori delle pinacoteche papali esulare, e tentarono ribellarsi inutilmente».
Lo stesso sistema si applicò dappertutto. Loreto e Montevergine non furono lasciati indietro, come ci viene largamente attestato da documenti del tempo.
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In questo modo e con questi grandi rivolgimenti nel regno passò il generalato dell'abate Fiorilli. Veramente il termine del suo governo sarebbe dovuto scadere il 14 aprile 1799, terza domenica dopo Pasqua. Ma in quel momento ci si trovava nel periodo della Repubblica Partenopea, e pensare, in quelle circostanze, a un capitolo generale era semplicemente assurdo. Perciò gli abati furono tutti d'accordo nel rimandare a tempo opportuno quella celebrazione.
Quando la burrasca passò e le cose sembravano essersi rimesse alquanto, l'abate titolare Giuseppe Garofalo, il quale si trovava come superiore in Palma e mal sopportava quella che egli giudicava una minorazione al suo «decoro», inoltrò una supplica al re per la sollecita celebrazione del capitolo generale, perché si seguisse in questo le altre congregazioni religiose, che dovevano tenere i loro capitoli nel passato maggio e ora li avevano già celebrati.
Secondo l'abate Garofalo, il ritardo della celebrazione era causa di moltissimi disordini, che egli enumera in questo modo: mancanza di giurisdizione da parte dei superiori locali, avendola essi ricevuta per un triennio ora già trascorso; necessità di mutamento nella famiglia religiosa di Montevergine, data l'osservanza quaresimale a cui è continuamente astretta; dare ordine ad alcuni monasteri, che si trovavano desolati di monaci e di suppellettili a causa dell'occupazione francese.
Il 24 settembre il consultore Michele Vecchioni comunicava all'abate regio generale questa supplica, ingiungendogli di prenderla in considerazione e di riferirgli quanto occorreva sulle cose esposte, nel termine di quattro giorni, «perché non si dia motivo di doglianze, e non si procrastini un affare che non ammette dilazione». Due giorni dopo, l'abate Fiorilli si affrettava a inviare ai superiori della congregazione una circolare domandando il loro parere se desideravano adesso il capitolo generale o al tempo stabilito dalle costituzioni.
Tra il 28 settembre e il 3 ottobre giunsero le risposte dei superiori locali: la prima e più diffusa fu quella dell'ex abate generale Aurisicchio. Il capitolo generale non doveva celebrarsi prima della terza domenica dopo Pasqua del prossimo anno 1800 per tre motivi, che partivano da tre dispacci regi. Il primo motivo, perché il re aveva ordinato, il 27 luglio 1799, che i superiori regolari del regno continuassero a governare «fino alla buona stagione, che dovranno farsi le nuove elezioni», e questa buona stagione, secondo le costituzioni verginiane, per il capitolo generale è la terza domenica dopo Pasqua, mentre una pronta celebrazione si opporrebbe a quel dispaccio regio e creerebbe disordine in quanto è stabilito dalle costituzioni. Secondo motivo, basato sul caso analogo, capitato allo stesso Aurisicchio, quando, nel 1793 terminava il triennio di generalato il 2 gennaio: il re, dietro precedente consulta del delegato della reale giurisdizione, ordinò che l'abate generale continuasse a governare, con tutti gli altri superiori della congregazione sino alla terza domenica dopo Pasqua. Terzo motivo: avendo il re ordinato che si facesse la visita ordinaria dei monasteri, se ora s'introducessero delle mutazioni, in seguito alla celebrazione del capitolo generale, potrebbe capitare l'inconveniente che individui dei luoghi non visitati passerebbero in quelli visitati e viceversa (RC VII, 157).
L'abate Fiorilli fece suoi i motivi addotti dall'Aurisicchio e, in questo senso, rispose al Vecchioni il 4 ottobre.
La risposta data dall'abate Marcello Maffei ci fa intravedere le gravi conseguenze causate, nei monasteri verginiani dalla rivoluzione e dai cambiamenti di governo durante il 1799.
Egli parla della rovina portata nei nostri chiostri, della desolazione e delle profonde piaghe lasciate. In particolare mette il dito sul lato economico dei monasteri: «Il disordine finalmente, in cui si trova l'economico di ogni monastero, non permette novità di sorte alcuna, finché gli esiti non pareggino gl'introiti, val quanto dire fino al tempo dalla costituzione prescritto» (RC VII, 158).
Una lettera dell'abate Fiorilli al consultore Vecchioni, il 24 novembre 1799, in occasione dell'invio degli atti della dieta per la provvista del priorato di Bagnoli, alla rinunzia di Federico Armenante, ci fa vedere ancora più chiaramente lo stato di emergenza in parecchi monasteri verginiani. Egli riferisce che «alcuni superiori e religiosi di questa mia real congregazione verginiana fin dalle passate rivoluzioni, ... furono costretti fuggire dalle di loro proprie residenze, ed abbandonare» i loro posti e uffici. Ora questi stessi «van ritrovando mille pretesti ed illegittime cause per non ritirarsi ai di loro rispettivi governi con discapito notabilissimo dei monasteri che si trovano privi di questi superiori e monaci». Perciò invocava gli opportuni ordini da parte del re. Di qui si comprende che, pur essendovi i motivi particolari del proprio interesse nell'abate Garofalo, per voler far celebrare subito il capitolo generale, non mancavano altri gravi motivi di ordine generale per quella celebrazione.
Per l'approvazione della dieta del 24 novembre e per gli ordini necessari invocati dall'abate Fiorilli, si ebbe la consulta il 29 novembre 1799, ma la risposta fu data solo il 22 gennaio 1800, e comunicata all'abate regio generale il 28 di quel mese. Il grave ritardo si spiega con le condizioni generali del Regno e della Chiesa.
Le sconfitte, subìte dagli eserciti repubblicani in Italia nel 1799, portarono alla restaurazione di tutti i governi, che, poco prima, avevano dovuto abbandonare i propri stati; essi ora ritornavano sotto la protezione delle armi austro-russe e col favore di una gran parte del popolo. Il 30 settembre uscivano da Roma le milizie francesi e vi entravano le napoletane.
Intanto il 29 agosto 1799 era morto a Valenza Pio VI. Il 1° dicembre i cardinali si poterono raccogliere in conclave nel monastero benedettino di S. Giorgio Maggiore di Venezia, dal quale finalmente il 14 marzo doveva uscire eletto il cardinale Barnaba Chiaramonti, che prese il nome di Pio VII.
Quando, perciò, venne l'atteso dispaccio regio, il 22 gennaio 1800, il re, ad ovviare al grave inconveniente deplorato dall'abate Fiorilli, incaricava anche i rispettivi ordinari dei luoghi di procedere all'arresto di quei religiosi, che, dopo questi ordini sovrani, non si fossero recati subito nei loro rispettivi monasteri (RC VII, 161).
Con queste difese giuridiche ci si apprestava al restauro della disciplina nei monasteri e alla celebrazione del capitolo generale del 1800.