Il capitolo generale del 1° maggio 1757 si svolse in una atmosfera e con un ritmo rallentato, che ci riporta all'ambiente indeciso e agonistico del secolo precedente, quando i sei candidati, proposti per l'elezione al generalato, vedevano ripetersi sulle loro teste quei ballottaggi, che, nel capitolo generale del 1656, raggiunsero il numero di 33 scrutini.
Questa volta non si giunse a tanto, ma la cosa non fu meno significativa.
Già nell'elezione del priore vocale per la provincia beneventana sorse fra i priori elettori una vertenza. Fra gli altri, il priore Vincenzo Moscati sosteneva che alla predetta elezione doveva essere presente anche l'abate titolare Bonaventura Ansalone. A questa richiesta si opponevano altri priori, fondati sull'antica consuetudine verginiana, secondo la quale gli abati titolari con voto e quelli renunziatari non partecipavano mai all'elezione dei priori vocali. Per risolvere la questione fu fatto chiamare lo stesso interessato; ma l'Ansalone, forte delle sue ragioni, non volle intervenire a quell'elezione per non recare pregiudizi ai suoi diritti.
Appianata questa prima difficoltà, si poté procedere alla ballottazione del priore vocale. I priori Diomede Gizzi e Girolamo De Nicolais, alla prima ballottazione, ebbero ugualmente 6 voti favorevoli e due contrari. Si procedette ad un secondo scrutinio, che diede l'identico risultato per tutti e due. Allora si dichiarò eletto il Gizzi, come più anziano di professione.
Il preambolo del capitolo generale vero e proprio era molto significativo. Quando, infatti, si procedette all'elezione dell'abate generale, si ebbe una sgradita sorpresa. Secondo il turno delle province, il generalato questa volta toccava alla provincia di Principato Citra.
Alla prima ballottazione, nessuno degli abati di questa provincia raggiunse il numero dei voti favorevoli, richiesti per la valida e lecita elezione. Uno dopo l'altro si susseguirono i nomi di Venanzio Pironti, Vitantonio Santamaria, Pietro Antonio Ansalone, Tiberio Barone e Federico Pisapia.
Per quel giorno non si andò più avanti. Il giorno seguente, 2 maggio, al mattino ebbe luogo il secondo scrutinio con risultato ugualmente nullo; lo scrutinio del pomeriggio non diede un risultato migliore, ma con questo di particolare che il Pironti e il Barone ebbero lo stesso numero di voti: 13 favorevoli e 10 contrari.
Quando il giorno seguente, 3 maggio, i padri si radunarono per il quarto scrutinio, sorse la questione, che abbiamo vista agitata in casi simili nel corso di questa storia, sulla interpretazione di un passo delle dichiarazioni alla Regola, dove si legge: «Se alcuni avranno lo stesso numero di voti, si facciano ulteriori scrutini solo su di essi, sino a quando uno abbia l'unanimità o la maggior parte dei voti» (cap. 64, n. 15).
La questione si presentava netta, perché al terzo scrutinio il Pironti e il Barone avevano riportato lo stesso numero di voti; diveniva invece questione controversa, perché alcuni abati (come Michele Del Re, Vitantonio Santamaria, Federico Pisapia, Marino Antignani e pochi altri) si opponevano al significato immediato del testo. Per risolvere il dubbio sul testo, nello stesso capitolo fu designata una commissione costituita da abati delle due interpretazioni, e cioè da una parte Decio De Nicolais e Bonifacio Del Giudice, e dall'altra Vitantonio Santamaria e Gaetano Moscati. Questi ultimi tacquero quando udirono le ragioni apportate dagli abati De Nicolais e Del Giudice, i quali sostenevano che le riferite parole delle dichiarazioni dovevano intendersi in favore degli abati Pironti e Barone, in modo che solo su di essi dovesse farsi in seguito lo scrutinio, esclusi gli altri. In pratica, però, la parte soccombente non volle stare a questa interpretazione e presentò una protesta in iscritto, firmata da nove abati (Del Re, Anicio, Moscati, Barone, Pisapia, Santamaria, Bartolomeo Ansalone, Batangelo e Antignani), che fu letta in capitolo da Giovanni Crisostomo De Martino. Costoro volevano che, data la predetta protesta, o dovessero rimandarsi i successivi scrutini (il che però era contro le costituzioni) o almeno che dovessero proporsi con nuove schede tutti gli abati della provincia salernitana, senza fare alcuna menzione delle precedenti sessioni e scrutini.
Presentata siffatta protesta, siccome gli altri capitolari la giudicarono di poca importanza e contraria alla riferita costituzione, si sostenne che si doveva procedere senza dilazione all'elezione del nuovo generale, a stretto tenore delle costituzioni, e che necessariamente l'abate generale doveva eleggersi solo fra i due che avevano riportato uguale numero di voti.
Udita questa soluzione, coloro che avevano protestato uscirono dall'aula del capitolo. Rimasti gli altri capitolari col presidente Fulgenzio Stinca, consigliatisi fra di loro, stabilirono di procedere allo scrutinio e di eleggere il nuovo generale, nonostante l'assenza di 9 padri, perché, essendo essa irragionevole, ingiusta e contraria alle costituzioni, non era di ostacolo all'elezione da farsi. Per procedere nella massima legittimità, fu determinato che agli assenti si dovesse fare una citazione in tutta forma con quattro testimoni e ripetendola per tre volte consecutive. La prima e la seconda volta i nove ricusarono, ma la terza e ultima volta si portarono tutti al capitolo e, genuflessi davanti al presidente, lo pregarono di rinviare lo scrutinio.
Ottenuto ciò, i nove si ritirarono di nuovo, rimanendo ancora in aula gli altri capitolari
Passata mezz'ora, il presidente fece di nuovo suonare la campana per il capitolo. Accorsero tutti, si cantò il Veni, Creaor, e si procedette al quarto scrutinio in cui furono ballottati solo il Pironti e il Barone. Fatto lo scrutinio sul Pironti, questi ebbe 15 voti favorevoli e 8 contrari, mentre il Barone ebbe 7 voti favorevoli e 16 contrari.
Ancora una volta nessuno dei due candidati aveva conseguito i due terzi dei voti richiesti per la valida elezione.
Al pomeriggio di quel 3 maggio, dopo vespro, mentre si stava per procedere al quinto scrutinio, l'abate Marino Antignani disse ad alta voce che non era necessaria l'imballottazione per l'elezione dell'abate generale, perché all'unanimità tutti volevano e dichiaravano abate generale Venanzio Pironti.
Ciò nonostante, si procedette ugualmente a quest'ultimo scrutinio e in esso effettivamente il Pironti ebbe tutti i voti favorevoli. Finalmente si era ricostituita l'unanimità dei consensi. Il neoeletto pronunzia la forma dell'espressa accettazione; suonano le campane e l'eletto viene rivestito degli abiti pontificali. Intonato il Te Deum, si procede processionalmente verso la chiesa. Davanti alla porta viene incensato dall'abate decano Federico Pisapia, pure vestito pontificalmente; si dirige all'altare maggiore, dove, terminato il Te Deum, seduto in trono, riceve l'obbedienza da tutti, abati, priori e religiosi della comunità. Recitate le altre consuete preghiere alla Madonna e a S. Guglielmo e data la benedizione pontificale, deposti gli abiti pontificali, si ritorna al capitolo, per procedere subito alle altre elezioni, che non offrirono più alcun intoppo.
Da quando, in seguito al breve del 1° marzo 1669 di Clemente IX, si era introdotto il turno delle province nel generalato, questa era la prima volta che l'elezione non si era verificata al primo scrutinio. La controversia sorta non fa onore ai capitolari, e soprattutto ai nove dissenzienti. Fortunatamente prevalse la parte maggiore e più sana dell'adunanza.
Il neoeletto contava 42 anni, essendo nato il 6 febbraio 1715. Già per essere ordinato sacerdote aveva dovuto chiedere la dispensa di 13 mesi per l'età richiesta dal concilio di Trento e insieme la dispensa di un biennio d'interstizi, che ancora gli rimaneva secondo le costituzioni verginiane (Reg. 6222). L'11 gennaio 1748 il papa Benedetto XIV lo nominava abate titolare con diritto ad assumere il governo della prima abbazia vacante nella provincia salernitana. La sua nomina era sostenuta dai seguenti titoli: nove anni di insegnamento di filosofia e teologia dogmatica nei monasteri di Casamarciano, Capua, Aversa e Napoli, e l'esercizio del priorato nel monastero di Avellino, mentre in quel momento ricopriva la carica di compagno del procuratore generale a Roma. Finché poi non si fosse verificata la vacanza abbaziale avrebbe goduto dei diritti alla voce attiva e passiva nei capitoli e i privilegi degli abati titolari della congregazione verginiana. Il 24 giugno dello stesso 1748 egli veniva solennemente benedetto, come abbiamo avuto già occasione di far notare (RC V, 318).
Non dovette aspettare a lungo per prendere il governo di un'abbazia, perché già il 3 aprile 1749, alla morte di Luigi D'Auria, era incaricato del governo di Nocera, per passare poi successivamente al Goleto, Airola e Napoli.
Prima di procedere alla distribuzione delle famiglie monastiche e dei superiori dei monasteri della congregazione, fu presentata all'aula dei definitori, a nome dell'ex abate generale Del Re e degli altri vocali, il turno di successione nel governo dei monasteri di Casamarciano, Napoli, Capua e Roma. Esso fu subito accettato dall'abate generale e dal definitorio, perché corrispondeva allo spirito di quella distribuzione di cariche e di dignità a cui si rimaneva ancora fortemente attaccati.
Mentre nel capitolo generale del 1757 l'abate Pironti si limitò semplicemente a confermare gli ordini emanati dal suo predecessore, dopo la dieta del 16 aprile 1758 fu inviata ai superiori locali una circolare con alcuni ordini abbastanza interessanti, che mettono a nudo usi, costumi e deficienze del tempo.
Si ordina che nessun religioso porti abiti colorati, ma che ognuno debba servirsi del colore bianco, anche negli indumenti più intimi.
Per le case di studio, oltre a ribadire la proibizione, per i giovani studenti, di pernottare fuori di monastero, si aggiunge: «affinché i detti giovani attendano allo studio, si è intimato l'esame generale da farsi nel giro della ventura visita». Né si manca di fare una calda esortazione ai giovani, perché attendano con più impegno ai loro studi.
Ancora più importante fu un ordine per i fratelli. Dopo essersi riportata una lettera della S. Sede, del 15 marzo 1758 (B 215), si faceva la dolorosa constatazione che i fratelli verginiani erano poco o nulla istruiti nelle cose necessarie e riguardanti la salute eterna, per cui si inculcò ai superiori locali che dessero opera, perché essi fossero almeno buoni cristiani.
Finalmente, alle costituzioni del 1744 viene concesso il regio Exequatur (10 marzo 1758) e, così, esse possono essere mandate fedelmente e completamente in esecuzione.
Già da questa così tardiva permissione regia, ma, più ancora, da altri documenti che cominciano a infittirsi, si rileva come negli ultimi anni di regno di Carlo VII in Napoli si fa sentire sempre più l'influenza delle idee cesaropapiste, che si vanno rassodando nel Regno. E' molto significativo il fatto che il 12 agosto 1758 con lettera regia si concede all'abate Tolomeo Girardi e al padre Ippolito Angioni di poter ritornare nella provincia di Principato Ultra, dalla quale erano stati esiliati. La regia udienza di Montefusco, il 10 settembre successivo, dà esecuzione a quella lettera (RC V, 427v).
Continuano ad essere creati degli abati titolari direttamente dal sommo pontefice. Il 12 dicembre 1757 veniva datato un breve di Benedetto XIV, col quale creava abate titolare Giovanni Crisostomo De Martino con voce attiva e con diritto di occupare il governo della prima abbazia vacante della provincia di Terra di Lavoro.
Intanto il 3 maggio 1758 era morto il papa Lambertini, lasciando il migliore ricordo di se non solo presso i cattolici, ma anche nel mondo protestante. A lui successe, il 6 luglio, il cardinale Carlo Rezzonico, veneto, che prese il nome di Clemente XIII. La congregazione verginiana non mancò di rivolgere subito al neoeletto sommo pontefice le più vive congratulazioni per quella promozione (B 215).
Il nuovo papa, profondamente pio e di una bontà a tutta prova, mostrò subito le più sensibili preoccupazioni per la disciplina ecclesiastica. Così comprendiamo come, a troncare definitivamente le inveterate vertenze per la precedenza nelle processioni a Napoli, in cui erano coinvolti anche i verginiani, il 19 dicembre dello stesso anno 1758 avocò a sé tale causa (RC V, 430). I verginiani si affrettarono allora a inviare a Roma i documenti comprovanti le loro ragioni in materia (B 215: a. 1758-59).
Fin dai primi tempi del suo pontificato si resero sempre più numerosi i documenti pontifici di Clemente XIII a favore di Montevergine, come avremo occasione di far notare durante il decennio in cui egli sedette sulla cattedra di S. Pietro. Per cominciare, il 2 ottobre 1759 egli concesse all'abate generale di designare nella chiesa abbaziale e ugualmente in ciascuna chiesa e collegiata della diocesi Nullius un altare privilegiato, per il prossimo settennio, per tutti e singoli i sacerdoti regolari e diocesani, che avessero celebrato in quegli altari (Reg. 6286). Passando ora al governo della congregazione dell'abate Pironti, egli cercò subito di venire incontro al monastero di Bagnoli, diminuendo temporaneamente la sua famiglia religiosa, per dar modo di proseguire più speditamente i grandi lavori che si stavano praticando in quel priorato.
Il comune di Bagnoli fin dal 1756 si era appunto rivolto all'abate generale Stinca per la diminuzione della famiglia monastica di quel monastero allo scopo suddetto e si era anche avuto il relativo favorevole rescritto il 19 novembre 1756; ma solo il 6 settembre 1758 si era potuto avere il regio Exequatur (RC V, 427v).
Lo stesso monastero di Bagnoli, il 22 luglio 1758, ottenne dalla S. Sede il riconoscimento dell'esenzione dalla tassa per i seminari, pretesa dalla curia di Nusco. Così, si completava quanto il monastero aveva già ottenuto con un monitorio del 8 settembre 1754. Anche su questo rescritto pontificio si ottenne il regio Exequatur, l'11 settembre di quell'anno (RC, 429v).
Per quel che si riferisce al monastero di Napoli, era sorta una delle tante vertenze con l'arcivescovo di Napoli riguardo all'esenzione. Citati nella curia arcivescovile di Napoli, i verginiani si erano appellati ai loro privilegi di esenzione dalla giurisdizione dell'arcivescovo e avevano fatto avocare alla S. Sede la controversia (B 297: 12 giugno 1758).
In questo triennio richiama in modo particolare la nostra attenzione il monastero di S. Onofrio di Massadiruta presso Petina.
Il 25 febbraio 1758, si ebbe l'approvazione del culto di S. Donato da Ripacandida e l'estensione dell'ufficio proprio e della messa al clero secolare e regolare di Auletta, a tutta la congregazione verginiana e, poco dopo, a Ripacandida e alla diocesi di Melfi e Rapolla.
Il merito principale di questo felice risultato si dovette all'instancabile zelo dei padri Bernardino Izzi e Matteo Iacuzio.
Non meno importante sia per il monastero di S. Onofrio che per tutta la congregazione verginiana fu il breve di Clemente XIII, del 15 maggio 1759, col quale confermò solennemente la qualifica di Nullius per il monastero e il casale di Massa.
Nella sacra congregazione del Concilio era stata portata la vertenza tra l'abate generale e il vescovo di Capaccio riguardo alla giurisdizione quasi episcopale esercitata dall'abate generale sul monastero di S. Onofrio e sul suo territorio, come uno dei luoghi Nullius della diocesi, soggetti alla giurisdizione dell'abate generale di Montevergine.
Il giorno 11 dicembre 1756 quella S. Congregazione rescrisse in questi termini ad alcuni quesiti che erano stati presentati: il monastero di S. Onofrio era Nullius dioecesis; non conveniva che il priore o abate di quel monastero, per udire le confessioni, usasse confessori non approvati dagli Ordinari; i sacerdoti secolari o regolari di altra diocesi, approvati dal proprio ordinario, potevano udire le confessioni delle persone secolari con la licenza del priore o abate del monastero; quanto al fonte battesimale, posto nella chiesa di S. Onofrio, non si doveva rimuovere, però non si usasse, se non consultata la stessa sacra congregazione.
Riproposta la questione dal promotore fiscale di Capaccio, se si doveva stare a quanto era stato deciso, la sacra congregazione, il 30 luglio 1757, rispose che si stesse a quella sentenza e che non si riproponesse più tale causa.
Ora, l'abate generale, per dare maggiore fermezza ai decreti della S. Congr. del Concilio, ottenne una particolare approvazione pontificia il 15 maggio 1759 (RC V, 436v-437v).
Per poter seguire agevolmente lo stato generale della congregazione, si insisteva sugli inventari particolari dei singoli religiosi e, più ancora, sui bilanci dei monasteri (cf. B 37: a. 1758-1801).
Durante il triennio dell'abate Pironti non si eseguirono lavori di rilievo al santuario.
Un avvenimento che ebbe delle gravi ripercussioni nel regno di Napoli fu la morte del re di Spagna Ferdinando VI, avvenuta il 10 agosto 1759, senza lasciare eredi diretti. A succedergli su quel trono fu chiamato il re di Napoli Carlo VII, che volentieri fece il cambio della corona assumendo il nome di Carlo III.
Sul trono di Napoli e di Sicilia veniva designato come erede il terzogenito del re, il principe Ferdinando, un bambino di 8 anni, che diveniva re Ferdinando IV.
Alla fine di settembre arrivò nel porto di Napoli una squadra di sedici vascelli di linea, scortati da numerose fregate.
A dire il vero, i napoletani vedevano con rammarico partire quel loro re, che aveva fatto godere al Regno un lungo periodo di pace, mentre l'Europa era stata in continua ebollizione; aveva realizzato delle riforme e, soprattutto, aveva abbellito la città e il paese, facendo aumentare il prestigio del Regno all’estero.
Nell'atto della partenza si ammirava pure il suo profondo disinteresse, in quanto lasciava nel Regno tutte le ricchezze della corona, restituendo persino un anello d'oro, trovato negli scavi di Pompei e che gli era stato offerto come ricordo. Si notava da tutti l'interesse da lui avuto per il pubblico bene, la sua moderazione e bontà di animo, la sua bonomia di carattere.
Il 6 ottobre 1759 Carlo con la moglie e i figli sulla nave Fenice lasciò il porto di Napoli, presenti gli ambasciatori, i ministri, i destinati alla reggenza, gli eletti della città, i primi tra i baroni del Regno, tra cui il nostro abate generale Pironti.
Il popolo accompagnò il re con forti grida di acclamazione, frammiste a pianti e singhiozzi, come lasciò scritto un contemporaneo.
La reggenza, pur essendo costituita di 8 membri, in realtà, quanto agli affari da sbrigare, era tutta a carico del solo Bernardo Tanucci, che, così, veniva a costituirsi la mente di essa.
Giova fin d'ora conoscere chi era questo Tanucci per poterci rendere conto della storia, anche di Montevergine, negli anni che seguiranno.
Il Colletta ce lo presenta con queste parole: «Ma quelle riforme partivano dal Tanucci, spinto da due sole comunque generose passioni: contro la feudalità, contro il papismo. Gretto d'animo e curiale egli stesso ..., ignorante di economia politica, di finanza, di amministrazione, avido di potere, e, come straniero, più amante del re che dello Stato. La buona fama che egli ebbe gli derivò dalle resistenze a' pontefici, dallo scuotere la feudalità, dall'onesto vivere, da’ piacevoli costumi; e sopra tutto dalla lunga pace del Regno, benigna velatrice degli errori de' governanti».
Egli « u una specie di viceré, non solo sino al 1767, anno della maggiore età del re, ma sino al 1776, quando la regina Maria Carolina lo eliminò».
Giova perciò tener ben presente l'azione del Tanucci in questi altri 15 anni, che egli starà al servizio del re Ferdinando IV.
Il Colletta ha colpito nel segno quando ha messo in rilievo nel Tanucci la sua avversione alla feudalità e, più ancora, al clero. Eppure con lui furono costretti a trattare, in questo periodo, tre papi: Clemente XIII (1758 - 2 febbraio 1769), Clemente XIV (19 maggio 1769 - 22 settembre 1774) e, per un po' di tempo, anche Pio VI (15 febbraio 1775 - 29 agosto 1799).
Egli fece destinare a lavori di pubblica utilità le rendite delle sedi vacanti; soppresse parecchi conventi; dapprima ridusse e poi abolì le decime ecclesiastiche. Si mostrò particolarmente severo verso i beni di manomorta, facendo proibire ogni nuovo acquisto.
Non contento di questo, decise di diminuire il numero degli ecclesiastici, riducendolo prima al 10 e poi al 5 per mille abitanti.
Fra le altre restrizioni, ci fu anche quella che proibiva ai figli unici di farsi preti; come pure una famiglia non poteva avere più di un figlio negli ordini religiosi.
Ma quello che colpì maggiormente l'autorità pontificia fu il decreto che dichiarava nulla e inefficace qualsiasi bolla o documento pontificio, antico o nuovo, che non portasse l'autorizzazione del re.
Il 3 febbraio 1760 il re, in scritto e per mezzo del cardinale Domenico Orsini, suo legato, prestò il giuramento di omaggio e vassallaggio al sommo pontefice, seguendo in ciò l'esempio dei suoi predecessori.
D'altra parte, anche i baroni, i magistrati e le altre autorità del regno furono convocati per il giuramento di fedeltà al nuovo re. Il 17 marzo 1760, l'abate Pironti, nella sua qualità di barone di Mercogliano, Ospedaletto, Mugnano, Quadrelle, Terranova, San Martino, casale di San Guglielmo del Goleto e di Massa di Petina, come pure di altri feudi del regno, non potendo intervenire personalmente per questo giuramento di fedeltà al re, costituì come suo rappresentante D. Gennaro Lombardi, priore di Pozzuoli e procuratore alle liti in Napoli.
Poco più di un mese dopo, l'abate generale terminava il suo triennio di governo della congregazione per passare al regime di altri monasteri, finché non sarà di nuovo assunto alla suprema carica, che ora lasciava.
Aveva in quel momento 45 anni e nei piani della divina provvidenza doveva continuare a servire, ancora per parecchi anni, al bene dei monasteri singoli e della intera congregazione verginiana.
Le condizioni politiche del regno di Napoli si faranno sempre più difficili per i religiosi e per la vita dei monasteri, e questo stato di cose porrà nuovi problemi ai quali dovranno dare la loro pratica risposta i futuri abati generali della congregazione.
Si apre perciò anche per Montevergine un capitolo nuovo della sua storia.
VENANZIO PIRONTI
rieletto (16 aprile 1769 - 10 maggio 1772)
A differenza di quando il Pironti fu eletto la prima volta abate generale, nella sua rielezione, il 16 aprile 1769, i capitolari non ebbero alcuna difficoltà a dargli tutti il loro voto al primo scrutinio. Le divergenze e le dissenzioni, manifestatesi dodici anni prima nella provincia monastica salernitana, ora erano del tutto superate.
Nella celebrazione del capitolo generale, vi fu anche una gradita novità: dopo nove anni, la riunione si teneva di nuovo nel «sacro regio archicenobio di Montevergine». E questo fu molto propizio per far accettare dagli abati e priori locali che, per l'abbazia-madre, si corrispondessero quei sussidi che si erano pagati nel triennio precedente e che anticamente erano dati sotto il titolo di pensioni per l'ospedale dell'Annunziata di Napoli e per le decime imperiali (RC VI, 56v).
Invece non richiese alcun assenso da parte dei capitolari (perché riguardava esclusivamente l'abate generale e i suoi definitori visitatori) un indulto o rescritto ottenuto dalla S. Sede. Date, infatti, le difficoltà che vi erano nel doversi recare in sacra visita al monastero di S. Agata di Roma, per il passato spesso si era dovuto impetrare la dispensa da quella visita, demandandola il più delle volte al procuratore generale, che già si trovava di residenza nella città eterna; si era poi ottenuto di poter procedere a quella visita ogni due anni. Ora finalmente si otteneva l'indulto stabile di affidare ai procuratori generali presso la S. Sede quest'incarico. La S. Congr. dei Vescovi e Regolari, seguendo una vecchia prassi, il 4 gennaio 1770, trasmise la richiesta al cardinale protettore Luigi Torrigiani; e questi, dopo maturo esame, il 10 febbraio 1770, emise il suo rescritto favorevole.
Intanto il Tanucci cercava sistematicamente di esautorare la potenza e l'influenza del clero nella vita cittadina. In questo spirito si comprende il dispaccio regio del 27 maggio 1769, col quale si proibisce ai superiori regolari di carcerare i loro religiosi (B 217).
In siffatto ambiente che veniva a crearsi riusciva sempre più difficile a Montevergine il difendere i suoi privilegi, specialmente quelli di esenzioni fiscali. Ciò nonostante, il 29 luglio dello stesso 1769 si ebbe una provvisione della real Camera per le franchigie in ordine al catasto.
Da parte della congregazione si faceva quanto era possibile in proposito. Così, troviamo ribadita l'esenzione dei monasteri dalla tassa per la bonatenenza e per altri oneri sui loro beni (B 58: a. 1769).
Al governo tornava quanto mai utile, per gli scopi che si prefiggeva, l'immischiarsi negli affari dei singoli religiosi; d'altra parte - come abbiamo potuto già constatare - gli stessi religiosi si prestavano mirabilmente a quest'intrusione, pur di conseguire i loro non sempre nobili scopi immediati. Il cappellano maggiore diveniva sempre più potente e dal suo parere si vedeva pendere la bilancia delle cose umane a destra o a sinistra.
Un sacerdote di Mercogliano, D. Francesco Antonio Renna, aveva avanzata la sua offerta per prendere in affitto un territorio di Montevergine; ma il cellerario maggiore non diede peso a tale offerta e affittò ad altri quel podere. Appena se ne accorse il Renna, inoltrò un ricorso al re, e questi diede ordine al cappellano maggiore di dare «quelle provvidenze» che convenivano (B 58: 28 dic. 1769 - 27 gennaio 1770).
Sabino Tozzi doveva riscuotere 14 ducati dal verginiano Melchiorre Sbordone. La via più spiccia è di ricorrere al re per ottenere pronta giustizia (B 56: 1769-71).
Abbiamo già accennato altre volte che il Tanucci considerava suo dovere opporsi ad acquisti di beni che andassero alla manomorta. Nell'agosto del 1771 giunge anche all'abate generale un dispaccio regio contro i nuovi acquisti dei luoghi pii e sull'uso dei capitali restituiti agli stessi luoghi (B 58: 7-23 agosto 1771).
Siccome il Tanucci aveva stabilito che ci voleva il regno Exequatur anche per quei decreti e disposizioni della S. Sede precedenti, non sempre si fu accorti nell'ottenerlo. Così, il 26 ottobre 1771 ci fu bisogno di una sanatoria regia riguardo alle aggregazioni dei novizi alle singole province, effettuate in forza di un rescritto della S. Congr. della Disciplina regolare, del 1749 (B 174), e nello stesso anno si ebbe un'altra sanatoria per la convalidazione degli atti del procuratore generale fatti sino a quel momento, con l'avviso che la cosa non passasse in esempio (B 217).
L'ingerenza regia incomincia a penetrare nelle elezioni dei superiori locali della congregazione. Finora avevamo assistito alle nomine di abati, eseguite direttamente dai sommi pontefici e qualche volta dalle sacre congregazioni romane; ora, nel 1771, troviamo dei dispacci regi per il priore Gennaro Lombardi, perché sia preferito agli altri in caso della prima vacanza abbaziale. La novità della cosa fece scalpore nella congregazione, tanto che il Lombardi dovette scusarsi davanti all'abate generale, dicendo che quel dispaccio era stato «tutto lavoro» di suoi parenti (B 221).
Comunque, la cosa fu grave, e un'altra porta si apriva conciò nelle mura già tanto indebolite della fortezza della congregazione, che, in tal modo, cedeva di fronte all'irrompente e prepotente intromissione delle autorità laicali negli affari ecclesiastici, segnando e accentuando la decadenza spirituale della congregazione.
Qualche volta si approfittò della necessità dell'Exequatur per ottenere quello che non si era potuto conseguire per altre vie. Col celebre breve del 23-30 aprile 1762 si era ottenuta la estinzione di tutte le vertenze giurisdizionali riguardanti la diocesi Nullius di Montevergine, con particolare riferimento, fra le altre, alle questioni in atto con Sant'Angelo dei Lombardi, breve pontificio, che poi era stato rimesso nelle mani del cardinale protettore, e quindi praticamente ritirato. Siccome però per quel breve si era già ottenuto il regio Exequatur, esso nel Regno aveva pieno valore. Nel frattempo il vescovo di Sant'Angelo aveva ottenuto dai tribunali della S. Sede una sentenza sfavorevole alla giurisdizione di Montevergine nel territorio del Goleto. Montevergine cercò allora d'impedire che se ne concedesse il regio Exequatur (B 297: a. 1771).
Una volta tanto poteva volgersi anche a proprio vantaggio l'indebita ingerenza dello stato. Ordinariamente, purtroppo, si verificava il caso che tale intervento fosse indesiderato. Lo ebbe a sperimentare a suo danno il padre Leone Forte, il quale, però, ebbe almeno la fortuna di avere una buona difesa, in modo che fu riabilitato pienamente.
I lavori eseguiti in questo triennio a Montevergine furono di lieve entità. E' appena il caso di segnalare l'indoratura agli stucchi della chiesa, affidata al maestro battitore Aniello Garzillo per una spesa di 50 ducati (B 124).
Dopo il generalato, il Pironti passò per un triennio al monastero di Casamarciano e poi a quello di Nocera, dove morì l'11 luglio 1776, all'età di 61 anni.
Alle sue esequie intervenne il clero nocerino al completo e la truppa regia.
Nel Necrologio verginiano si dice di lui che aveva acquistato un tale ascendente nella congregazione «che nessuno aveva ardire di contradirlo», pur usando tali maniere da essere amato da tutti (f. 67v).