L'elezione di Vitantonio Pastorale ad abate generale avvenne, al 1º scrutinio del 20 aprile 1698, con quella unanimità di voti, che si era già verificata per gli ultimi due abati generali. Siccome poi il Pastorale era stato scelto, per quel capitolo generale, come scrutatore (insieme con Basilio Ciamillo e Lorenzo Gallucci), appena eletto abate generale, come scrutatore per le altre elezioni subentrò al suo posto Matteo Galdieri.
Al momento dell'elezione, il neoeletto abate generale contava 63 anni di età, ma la sua robusta costituzione gli permetterà di servire la congregazione per altri 27 anni, giungendo, così, più che novantenne, ad una consumata vecchiaia.
Era nato a Preturo di Montoro nel 1635; a 24 anni vestiva l'abito verginiano, il 15 giugno 1659, e, l'anno seguente, il 18 giugno, si legava al Signore coi voti religiosi. Per parecchi anni fu lettore nei vari studentati della congregazione, poi cominciò la sua ascesa alle dignità, iniziando come priore di Palma, nel 1671, e come abate del Goleto, il 10 maggio 1677.
Il capitolo generale si occupò, fra l'altro, di una questione di preminenza, che in quel tempo assumeva una certa importanza. Venne determinato che i lettori, compiuto il corso novennale di lettura, anche cessando dall'ufficio, non solo dovevano precedere gli attuali lettori, ma dovevano essere decorati del titolo di presidenti. Quanto poi ai priori, assolti dal governo, essi dovevano precedere tutti gli altri ufficiali semplici (RC IV, 194).
Essendo nel frattempo giunta l'approvazione definitiva dei decreti del cardinale Orsini, incominciò subito la loro applicazione. Così, noi assistiamo ai discorsi, tenuti davanti al pubblico capitolo da parte di coloro che volevano essere approvati per la predicazione, e alle pubbliche dispute da parte di quelli che bramavano essere decorati del titolo di lettori.
Né si creda che tale esame fosse solo una pura formalità, perché, proprio il primo che si presentò per l'abilitazione alla predicazione, Placido Sparano, non fu promosso e, solo per una grazia dell'abate generale, gli fu permesso di potersi ripresentare l'anno successivo (RC IV, 198). Difatti, l'anno seguente, egli tenne la sua predica in refettorio, durante il desinare, e fu approvato dai padri (RC IV, 203).
Nel capitolo dell'anno seguente, 1700, si discusse se si doveva inviare in Sardegna un padre per ricuperare le reliquie che erano state rubate alcuni anni prima al santuario. Si concluse affermativamente (RC IV, 203), e difatto vi si recò Eustachio Violante, il quale riuscì faticosamente a riportare a Montevergine una parte della refurtiva, come abbiamo avuto già occasione di dire. Nel capitolo dell'anno seguente, 1701, fu costituita un'apposita commissione (formata dall'abate decano, dal padre vicario, padre maestro, padre iconiere e padre sacrista), per procedere alla loro reposizione, facendo rogare un documento pubblico di quest'atto (RC IV, 206v), cosa che, però, si eseguì sotto il successore dell'abate Pastorale.
Un cronista del tempo ci presenta l'abate Pastorale come un uomo al massimo amante della pace. Certo, egli nel suo governo mostrò uno spiccato equilibrio mentale e un acume intellettuale ammirabile. Il suo epistolario come procuratore generale a Roma, negli anni 1695-98, ci dà la possibilità di seguire il periodo più acuto della celebre vertenza per il piazzale dei Tigli in certi particolari, che completano opportunamente il già voluminoso incartamento che ci rimane in materia. E quando giunse al generalato, si trovava nella migliore posizione per avviare decisamente l'incresciosissima faccenda verso la soluzione finale. Difatti, egli poté portare in porto la concordia su questo punto, stipulando con l'Annunziata di Napoli quello strumento di convenzione, sottoscritto il 31 maggio 1700, col quale terminò con soddisfazione delle due parti una annosa lite, dall'interesse limitato, che si era estesa a questione di Stato, impegnando decisamente in essa la Sede apostolica e il viceré di Napoli.
Un altro frutto raccolto dall'abate Pastorale fu quello, a cui abbiamo accennato più sopra, del ricupero di gran parte della refurtiva delle sacre reliquie, asportate parecchi anni prima dal santuario.
Nonostante tutte le buone intenzioni dell'abate generale, per accrescere il decoro del santuario, date le ingenti spese che la congregazione aveva dovuto sostenere nelle sue liti, non si poterono erogare grandi somme per lavori a Montevergine. Ciò nonostante qualcosa si realizzò. Così, nel secondo anno del suo generalato, l'abate Pastorale formò un paliotto d'argento per l'altare della Madonna; fece rifare il pavimento marmoreo della cappella della Madonna. Altri utilissimi lavori furono i nuovi sedili per il refettorio di Montevergine; eresse e consacrò la cappella di S. Giuseppe con l'immagine del Santo e l'altare ornato di colonne. Appartiene all'ordinaria manutenzione la rifazione del tetto della foresteria.
Purtroppo, il monastero di Montevergine, nel marzo 1701 fu funestato da un grave terremoto, che fece crollare l'archivio. Estratti i documenti dalle macerie, furono fatti trasportare provvisoriamente a Loreto presso l'appartamento abbaziale, perché non perissero del tutto a causa dell'inclemenza del clima.
Ma la missione dell'abate Pastorale a vantaggio dei singoli monasteri e dell'intera congregazione non si chiude col capitolo generale del 1701, perché egli ritornerà, fra nove anni, al governo come abate generale, e allora riprenderà con maggiore fervore le sue opere, lasciando un profondo ricordo del suo regime tra i verginiani.
Durante questo primo triennio di generalato dell'abate Pastorale, il 3 marzo 1700 se ne moriva a Roma, nel suo palazzo presso i santi XII Apostoli, il cardinale Casanate, all'età di 80 anni e 18 giorni, definito dai contemporanei «uomo a nessuno secondo per dottrina ed erudizione ecclesiastica». Fu sepolto nella basilica lateranense, secondo le sue ultime volontà. La congregazione verginiana perdette in lui un valido protettore, che si era prodigato, per circa 37 anni, nella difesa dei diritti di Montevergine, in circostanze quanto mai critiche per l'abbazia.
Il 15 maggio dello stesso 1700, Innocenzo XII deputava a nuovo protettore della congregazione il cardinale Giuseppe Renato Imperiali, di Genova, che terrà, anche lui, il delicato ufficio per altri 37 anni, sino al giorno della sua morte, che viene registrata il 15 gennaio 1737 (RITZLER-SEFRIN, V, 17).
VITANTONIO PASTORALE rieletto (11 maggio 1710- 7 maggio 1713).
L'abate Vitantonio Pastorale nell'ultimo triennio con rinnovato ardore aveva vigorosamente sostenuto l'onere di procuratore generale presso la curia romana. Naturalmente, anche questa volta il candidato uscì eletto al 1º scrutinio. L'elezione fu salutata con gioia non solo da tutta la congregazione, che aveva acquistato una somma stima per il vecchio abate, ma anche dalle popolazioni soggette all'abbazia, che dimostrarono la loro esultanza «nello sparo dei mortaletti, nel suono delle campane e nel recitamento in prosa ed in verso alle virtù» del neoeletto abate generale (Annali cit., f. 3).
Nonostante i suoi 75 anni di età, l'abate Pastorale poté riprendere il governo dell'intera congregazione con lo stesso spirito che noi abbiamo potuto ammirare in lui nel triennio 1698-1701. Inoltre si dava l'esempio di quelle rielezioni cicliche, che d'ora in poi, si ripeteranno più volte nel corso del secolo XVIII.
Siccome l'abate Pastorale aveva lunga esperienza dei problemi riguardanti Sant'Agata di Roma, di cui era stato abate, fece stabilire dal capitolo generale che l'abate di questo monastero venisse eletto per turno dalle singole province, allo stesso modo come si praticava per i definitori e l'abate generale (RC IV, 268v).
In questo stesso capitolo generale venne pubblicato il decreto del nunzio di Napoli, del 14 marzo 1710, sulla riduzione delle messe, di cui già ci siamo occupati (RC IV, 269v).
Una delle prime cure dell'abate generale fu quella di portare a termine la monumentale Platea dei beni di Montevergine, affidata al notaio Francesco Carosella, coadiuvato dal pubblico e regio agrimensore Bartolomeo Cocchi. Il lavoro fu sostanzialmente ultimato il 26 dicembre 1710 (B 2-3); però, anche negli anni seguenti, si lavorò per le Platee particolari del Feudo e di altri monasteri della congregazione (cf. Annali cit., f. 15v).
Ma, se all'abate generale stava a cuore la consistenza patrimoniale della congregazione, più ancora egli amava nei verginiani lo spirito religioso. Perciò, appena giunse dalla S. Congr. della Disciplina Regolare una circolare sull'osservanza regolare e la recita dei divini uffici, egli inviò subito una sua lettera ai singoli superiori locali per metterli a conoscenza delle disposizioni della S. Sede in materia tanto importante (B 213: luglio 1710).
A tenore di queste più rigorose disposizioni della S. Sede, gli unici monasteri che si trovavano del tutto in regola con l'osservanza e la perfetta vita comune, e che perciò potevano avere dei giovani professi, erano i monasteri di Montevergine Maggiore, Casamarciano, Aversa e Sant'Agata di Roma. Ora questi giovani professi erano aumentati e si sentiva il bisogno di far dichiarare altri monasteri atti a poterli ricevere. Fu innanzi tutto inoltrata domanda per altri otto monasteri (Napoli, S. Agata di Puglia, Pozzuoli, Ariano, Montefalcione, Arienzo, Airola e Penta) e se ne ebbe rescritto favorevole dalla stessa S. Congr. della Disciplina Regolare il 10 marzo 1711 (RC IV, 275; B 174). Il 24 luglio 1711 si ottiene un analogo decreto per i monasteri di Candida, Avellino, Marigliano, Palma, Lauro (locc. citt.). Per i monasteri di Capua, Goleto e Bagnoli vi furono maggiori difficoltà, ma alla fine, anche per questi monasteri, venne il desiderato decreto pontificio, il 16 settembre 1711. Per Capua, per esempio, la domanda era avvalorata dal fatto che, già altra volta, il monastero era stato casa di professorio e poi si era dovuto smettere, perché, essendo il monastero molto vecchio, si era stati costretti a ricostruirlo dalle fondamenta. Al presente era quasi del tutto compiuto. Ma per questo monastero militava un'altra interessante ragione: i giovani, in una città come Capua, potevano meglio approfittare nello studio per le continue occasioni che vi erano di dispute pubbliche e conferenze in altri monasteri (RC IV, 277v). Per il Goleto si faceva osservare che in quel luogo riposavano le ossa di S. Guglielmo.
Il Federici, nei suoi Annali (f. 4) ci fa conoscere che la domanda per far dichiarare i monasteri di Capua e del Goleto case adatte per giovani professi era stata inoltrata fin dal marzo 1711, ma che allora era stata respinta dalla S. Congregazione della Disciplina Regolare, perché questa S. Congregazione aveva giudicato che i monasteri già approvati fossero sufficienti «per la nostra piccola Religione». E allora si ricorse a un piccolo sotterfugio. Quando, nel settembre 1711, il cardinale protettore Imperiali, che era insieme prefetto della S. Congregazione della Disciplina Regolare, si portò a Milano come legato a latere del papa Clemente XI, allorché Carlo VI d'Austria, re di Napoli, divenne imperatore, durante l'assenza del cardinale si approfittò del favore di Mons. Francesco De Vico, segretario della stessa sacra congregazione, per ottenere la licenza per quei due monasteri.
Per comprendere bene l'atteggiamento precedente della S. Sede riguardo al Goleto, lo stesso Federici ci fa sapere che, nell'informazione segreta presa dalla sacra congregazione, questa si era rivolta al vescovo di Sant'Angelo dei Lombardi, che era allora Giuseppe Mastellone (cf. RITZLER-SEFRIN, V, 85), e questi, già molto mal disposto verso Montevergine a causa delle vertenze giurisdizionali, diede una relazione del tutto sfavorevole e partigiana. Quando poi si affidò una nuova informazione al vescovo di Avellino, Pietro Alessandro Procaccini, questi inviò sul posto il suo vicario generale Giuseppe Colucci, il quale attestò che il monastero era ben capace e degno del professorio sotto tutti i punti di vista. Fu così che si poté ottenere il desiderato decreto per il Goleto, durante il second'anno di generalato dell'abate Pastorale, mentre era vice prefetto della S. Congr. della Disciplina Regolare il card. Carpegna (Annali, f. 4).
In questo ambiente di rinnovamento della vita spirituale e disciplinare nei monasteri della congregazione comprendiamo meglio una piccola pubblicazione di Paolino Sandulli. Si tratta di alcuni inni, da lui composti per l'ufficio di S. Guglielmo, e di certe orazioni per altri santi verginiani, pubblicati con la licenza della curia arcivescovile di Napoli, essendo allora il Sandulli di residenza nel monastero di Napoli come lettore di sacra teologia (B 291).
Sul secondo triennio di generalato dell'abate Pastorale siamo meglio informati, perché, proprio a cominciare dalla sua rielezione, l’ll maggio 1710, il suo segretario, Angelo M. Federici, cominciò la composizione degli Annali della Congregazione di Monte Vergine (B 262), che però si arrestarono appena terminato il triennio di governo dell'abate Pastorale.
Già da quanto abbiamo detto più sopra, sull'interesse dei monasteri per essere dichiarati capaci di poter avere i giovani professi, risulta un certo risveglio nella congregazione, che si estese anche alle grancie. Come precedentemente la casa di Altavilla Irpina, così ora per curare gli interessi della grancia di Deliceto, venne inoltrata alla S. Sede una supplica perché permettesse che il padre Luigi D'Angiola potesse dimorarvi con un compagno. Il 4 settembre 1710 la S. Sede rimise la concessione alla vigile prudenza del card. protettore Imperiali; e questi acconsenti il 19 di quel mese, per un anno: facoltà che in seguito venne ulteriormente prorogata (RC IV, 275v).
Invece, per quel che si riferisce alla grancia di Mirabella, nonostante gli impegni presi dalla congregazione verginiana fin dal 1692, la fabbrica - specialmente a causa di terremoti - si trovava quasi tutta diroccata con sommo dispiacere e pregiudizio degli abitanti del luogo. Questi, perciò, supplicarono la S. Sede che o ingiungesse ai verginiani di completare quella fabbrica e riaprirla al culto o la cedessero al paese, perché si potesse dare agli alcantarini, che la desideravano per fondarvi una loro casa religiosa. I verginiani, considerati i vantaggi economici che si proponevano per quella cessione, in quanto essi avrebbero ricevuto un canone annuo di 10 ducati, in perpetuo, nell'aprile del 1712 iniziarono le pratiche per quella cessione, che effettivamente ebbe luogo l'anno seguente (RC IV, 281v).
In questo tempo il monastero di Penta fece fondere una nuova campana. Per la solenne benedizione fu invitato l'abate generale, che vi si recò il 30 maggio 1710, eseguendo il giorno seguente la suggestiva funzione.
Passato poi al monastero di Lauro, l'abate generale, insieme coi tecnici e gli esperti, designò dove doveva erigersi la nuova chiesa di questo priorato. Pochi giorni dopo, l'abate definitore procedette alla benedizione della prima pietra «da quella parte che riguarda il monte» (1l giugno 1710) (Annali, f. 5).
La cura degli edifici della congregazione non faceva dimenticare quelle questioni giuridiche sul governo dei superiori locali, che tanto spesso venivano all'ordine del giorno. Ora, già altre volte era sorta la difficoltà nel computare il triennio di governo dei priori di nuova elezione e a questo proposito si era ottenuta una dichiarazione autentica da parte della S. Sede. Senonché, per incuria del segretario generale di quel tempo, un tale decreto non era stato registrato e, perciò, si fu costretti a ricorrere di nuovo alla S. Sede per ottenere un'altra espressa dichiarazione a un testo dei decreti del card. Orsini confermati il 25 gennaio 1697. Il 18 febbraio 1712 la S. Sede stabilì: se la vacanza del priorato si verificava nel primo quadrimestre dopo il capitolo generale, e la nuova elezione si eseguiva nello stesso periodo, il triennio doveva computarsi come se fosse iniziato dalla data del precedente capitolo generale; in caso contrario, il triennio sarebbe decorso dal seguente capitolo generale (RC IV, 277v; B 174).
Il governo dell'abate Pastorale ebbe una notevole importanza per quanto si fece al santuario in quegli anni e per avvenimenti di particolare interesse che ebbero luogo.
Innanzi tutto, l'abate generale volle continuare i lavori eseguiti dall'abate Salerno nel triennio precedente, sviluppando ulteriormente gli abbellimenti del santuario, specialmente per la cappella della Madonna. Questa, infatti, per un furto eseguito negli anni precedenti, si era trovata priva dei suoi candelieri d'argento. L'abate generale pensò bene di provvedervi, tenendo presenti i due candelieri che ora si trovavano nel gradino superiore dell'altare. Perciò, d'accordo con l'argentiere Nicolò Lofrano, ne fece fondere altri quattro, dello stesso peso, impiegandovi quaranta libbre d'argento per la spesa complessiva di 643 ducati, compresa la fattura per l'argentiere. Questi candelieri vennero trasportati da Napoli a Montevergine 18 marzo 1712. Due mesi dopo si ebbero altri sei candelieri d'argento, anche questa volta, prendendo due precedenti candelieri d'argento e aggiungendovi l'argento necessario. Essi giunsero a Montevergine l’1l maggio 1712 e vennero a costare complessivamente 157 ducati e un tari. Finalmente il 6 febbraio 1713 giungevano altri 6 candelieri d'argento, i quali, questa volta, importarono la spesa di 320 ducati.
In quel momento restava, perciò, da rinnovarsi solo la Croce, mentre il resto era stato eseguito, tutto in argento, osservando le esatte proporzioni per i singoli scalini.
Un altro importante lavoro, eseguito a Montevergine in questo tempo, fu la rifusione della campana.
Durante l'invernata 1711-1712, la veneranda campana maggiore, fatta fondere dall'abate Marino nel lontano 1261, si ruppe senza che se ne fosse potuta conoscere la causa. Ridotta in pezzi mediante l'opera di due artefici, fatti venire da Napoli, si riscontrò del peso di 11 cantari e 70 rotoli.
La nuova campana risultò leggermente più grande, perché si era aggiunto un altro cantaro e 50 rotoli di metallo. Essa fu consacrata dall'abate decano Vittorino Piro, il 3 maggio 1712, in onore della Madonna e di S. Pietro e suonò la prima volta il 13 maggio quando giunse al santuario il canonico di S. Pietro Riccardo Howard dei duchi di Norfolk, che veniva, a nome del Capitolo Vaticano, per procedere alla solenne incoronazione della Madonna.
Questa incoronazione fu eseguita il giorno dopo, 14 maggio 1712, fra la gioia indicibile della congregazione verginiana e delle popolazioni accorse al santuario per la straordinaria circostanza.
Per comprendere bene la cosa bisogna rifarsi un po' indietro.
Il conte Alessandro Sforza-Pallavicini, di Borgonovo (Piacenza), aveva lasciato in legato pio al Capitolo Vaticano una considerevole quantità di beni, perché, ogni anno, dalla loro rendita se ne fossero formate due o tre corone d'oro da donarsi a due o tre miracolose immagini della Madonna, esistenti in Roma, purché non fossero ancora ornate di corona d'oro. Nello stesso tempo, però, si dava facoltà allo stesso Capitolo di S. Pietro di poter formare dalla riferita rendita anche una sola corona d'oro all'anno, incastonata di pietre preziose, donandola o alla miracolosissima statua della Madonna di Loreto o all'immagine dell'Annunziata di Firenze o ad altre immagini della stessa fama e rinomanza di queste ultime, anche se già coronate di corona d'oro.
Venuti a conoscenza di questo legato del conte Sforza, i verginiani, nei primi mesi del 1708 presentarono istanza al Capitolo Vaticano, perché si coronasse solennemente l'immagine della Madonna di Montevergine. A questo scopo essi fecero redigere, il 9 gennaio 1708, un solenne attestato dal card. Orsini, nel quale si mettevano in gran rilievo la venerazione dei popoli, l'antichità e sacra origine dell'immagine e, soprattutto, i miracoli continui che si operavano a Montevergine dal trono di grazie della Madonna.
Nonostante questo autorevolissimo attestato, non si ottenne per allora la desiderata incoronazione, per la gravissima difficoltà che la nostra immagine era già coronata con corona d'oro. Per superare questa difficoltà e per poter applicare all'immagine della Madonna di Montevergine l'ultimo comma del legato del conte Sforza, si lavorò non poco dai procuratori generali a Roma, che in quel tempo furono Vitantonio Pastorale (1707-1710) e Giovanni Battista Brancia (1710-1713). Finalmente furono riconosciute valide le ragioni apportate, per cui non si poteva negare che il santuario di Montevergine doveva considerarsi in linea con quelli di Loreto e dell'Annunziata di Firenze, come risultava dall'attestato del card. Orsini (RC IV, 284), dall'esposizione dell'Atlante Mariano e da altre tradizioni e documenti presentati dai verginiani.
Era perciò da molto tempo che il Capitolo Vaticano aveva decretata la corona d'oro alla Madonna di Montevergine quando, il 24 aprile 1712, ne veniva data comunicazione ufficiale all'abate generale, insieme con la notizia che era stato incaricato l'abate Riccardo Howard, dei conti di Norfolk, di portarsi a Montevergine, per eseguire la desiderata incoronazione (B 290: a. 1712, f. 1).
Il 14 maggio, il notaio apostolico Tommaso Cervarella, di Mercogliano, sul presbiterio della basilica di Montevergine, alla presenza dell'abate generale, dei definitori, degli abati e priori della congregazione e della comunità monastica residente al santuario, come pure alla presenza dell'Howard, redigeva il solenne strumento della consegna delle due corone d'oro, di cui una per la Madonna e l'altra per il Bambino.
L'Howard faceva una dichiarazione sull'obbligo che proveniva al Capitolo Vaticano in forza del legato pio del conte Sforza «di fare pompose corone d'oro e mandarle a quelle effiggie (!), che sono nel mondo di maggior venerazione, grido e concorso». Di qui proveniva l'applicazione per la Madonna di Montevergine, in quanto questa era «una effiggie di una particolare e venerabile venerazione », inoltre «il suo grido e nome» era «percorso da molti secoli alla notizia del mondo tutto, e perciò da fedeli venerata anco da paesi lontani, ove similmente si è avuta la cognizione e la nuova dei continui miracoli che dispensa ai suoi devoti, che con assiduo concorso si veggono comparire in detto sagro Monte per adorarla e venerarla, restando poi esauditi i loro voti con le grazie, che tutto giorno ricevono, e restano anco fermi della credenza e certezza dei miracoli che in ogni tempo in detto sacro e reale Monte si osservano...».
Il Capitolo Vaticano riconosceva che nell'immagine della Madonna di Montevergine concorrevano tutte le condizioni espresse nel legato del conte Sforza, e perciò si poteva e si doveva procedere all'incoronazione.
Ricevuto il mandato, l'Howard si era presentato in udienza privata dal papa Clemente XI e aveva impetrato un breve particolare con l'indulgenza plenaria, in un giorno determinato, dai primi vespri al tramonto del sole del giorno seguente, per tutti immagine della Madonna di Montevergine. Molto opportunamente questa indulgenza fu promulgata per lo stesso giorno dell'incoronazione.
Le due corone, del peso complessivo di 143 scudi d'oro e 2 denari, furono consegnate ufficialmente nelle mani del padre iconiere Atanasio Parisi, che le riceveva a nome di tutta la congregazione. I verginiani presenti «confessano di aver ricevute, siccome ricevono dette due corone d'oro... con giubilo et applauso universale, umiltà e sommissione religiosa, e ringraziamenti infiniti tanto a detto Ill.mo e Rev.mo Capitolo, quanto a detto Ill.mo e Rev.mo Abbate Sig. canonico Owardi», e si obbligano, in virtù del presente contratto «per se stessi e per i loro successori in officio, permanenza di governo e domicilio in questo sagro e real monasterio di S. Maria di Monte Vergine, sempre et omni futuro tempore et in perpetuum fare stare e permanere dette due corone d'oro, dove saranno situate, tanto sulla testa della sagratissima imagine di S. Maria di questo sagro e real monasterio di Monte Vergine, quanto nella testa del sagratissimo Bambino Giesù, e mai quelle estrarre, alienare, amovere, o farle amovere per qualunque capo o causa ancorché sia di ragione, ma le medesime conservare e mantenere nella forma prescritta dal detto Illmo e Rev.mo Capitolo ».
Lo stesso Capitolo Vaticano aveva mandato il testo liturgico per il rito della sacra incoronazione. Accese le candele dell'altare dove si conservava la miracolosa immagine, l'orefice Nicola Lofrano fissò bene le due corone sul quadro (B 290: a. 1712, ff. 5 sgg.).
All'incoronazione era presente il vescovo di Montemarano, Mons. Giuseppe Labonia, in rappresentanza dell’Orsini, impedito da una indisposizione sopravvenutagli.
Il giorno seguente, 15 maggio 1712, l'abate generale Pastorale si affrettava a comunicare al cardinale l'avvenuta incoronazione con una lettera nella quale non mancava di soggiungere che dalla presenza dell'illustre porporato sarebbe stato accresciuto di molto l'onore e la solennità di quella memoranda giornata per il santuario di Montevergine.
Il cardinale rispondeva il 3 giugno, confessando: «Con quanto dispiacere mi son veduto privo della consolazione di poter intervenire alla sagra funzione costà; con altrettanto giubilo odo dal cortesissimo foglio di Vostra Paternità Rev.ma che sia riescita piena di decoro e di divozione».
Anche il Capitolo Vaticano si mostrò molto sensibile agli onori tributati al suo degno rappresentante e alla profonda riconoscenza mostrata dai verginiani. Perciò così scriveva all'abate generale l'11 giugno: «L'haver noi destinato il nostro signor concanonico abbate Ovardo, e l'essersi questo signore portato ad incoronare cotesta santissima e miracolosa loro imagine di S. Maria di Monte Vergine con la solita corona d'oro, è stato effetto di nostro preciso obbligo in adempimento del precetto ingiontoci da benefattore, che ha desiderato opera tanto pia a maggior gloria e veneratione del culto divino, ma la rimostranza di gradimento che ce ne porge per quest'atto la favoritissima di vostra paternità Rev.ma, oltre li tanti riscontri, che in voce ce ne ha dati lo stesso nostro Sig.re concanonico Owardo prende unicamente il suo principio dalla di lei generosità, quali ci obbliga triburarne a vostra paternità Rev.ma ed a cotesta sua insigne congregazione le più distinte gratie».
L'Howard, a quanto riferisce il Federici, volle lasciare un altro prezioso ricordo della sua venuta a Montevergine. Avendo, infatti, osservata la moltitudine dei devoti che accorrevano al santuario ed essendosi informato che, salvo le feste del Signore e della Madonna, non vi erano in quel sacro luogo particolari indulgenze, si assunse spontaneamente l'incarico di procurarle per tutti i giorni dell'anno, ma da conseguirsi per una sola volta da ciascuno. In questo senso ottenne dal papa Clemente XI un breve, in data 1º febbraio 1713, ma per un settennio soltanto.
Un altro avvenimento straordinario, ma di indole diversa, si ebbe in quello stesso tempo al santuario. Nel mese di aprile del 1712 venne a Montevergine un turco di nome Alì Ebraim (o Ibraim), di Alessandria di Egitto. Egli con alcuni compagni si era diretto a Livorno per ragioni di commercio; senonché, lungo il viaggio, erano stati predati da legni spagnuoli e trasportati in Cagliari. Fuggiti su una piccola imbarcazione, erano approdati nel porto di Baia. Di qui, mentre i suoi compagni avevano preso la via di Venezia per rimbarcarsi verso Egitto, egli, ispirato dal Signore e consigliato da una pia persona, si era diretto a Montevergine per farsi cristiano. L'abate Pastorale, prese tutte le precauzioni e consigliatosi col suo ordinario consultore, il signor D. Nicola Rota, lo fece istruire debitamente nella dottrina cristiana e, alla fine, gli amministrò solennemente il battesimo, nella chiesa arcipretale di S. Pietro in Mercogliano, il 24 luglio 1712.
Dopo il battesimo, Alì volle restare in Montevergine, «ove vive da buon christiano, e mena in abito vita religiosa» (Annali, f. 8; RC IV, 284).
Una gioia ancora maggiore recò in tutta la congregazione verginiana la traslazione del venerabile padre Urbano De Stadio, avutasi il 28 settembre 1712. Questo padre era morto in Frasso Telesino il 22 aprile 1628 durante un corso di predicazione. Data la fama di santità che circondava il De Stadio, dalla curia vescovile del tempo se ne formò subito un processo ordinario. Siccome poi si temeva che quel corpo fosse preteso dai verginiani, venne sepolto provvisoriamente e come a titolo di deposito in un luogo nascosto, noto solo a pochi del paese.
Senonché, la cosa non poteva durare per sempre in questi termini, e perciò gli eletti di Frasso stimarono loro dovere che non si perdesse la memoria del venerabile padre. A questo scopo vollero porlo in un luogo pubblico. Perciò, il 18 settembre 1712, si rivolsero al vescovo di Sant'Agata dei Goti, perché ogni cosa fosse eseguita a maggior gloria del Signore e a consolazione del popolo, che ha sempre tenuto in gran conto il ricordo del pio religioso e che ora avrebbe potuto manifestare più liberamente le grazie ricevute dal Signore per intercessione del padre Urbano.
Il vescovo fissò il giorno 27 di quel mese di settembre per l'allestimento del processo, nella sacrestia della chiesa del Corpus Domini di Frasso Telesino, destinandovi come notaio il canonico Angelo Vischi, notaio apostolico, e come promotore fiscale il Rev. Domenico Picone U.I.D., preavvisando che tutto si sarebbe svolto alla sua personale presenza, come effettivamente si fece.
I testi dovevano essere esaminati sui seguenti punti: 1°. sulla stessa istanza presentata dagli eletti di Frasso; 2°. sulla morte e la fama di virtù del padre Urbano; 3°. sulla sepoltura in quella chiesa del Corpus Domini; 4°. sul processo eseguito dal vescovo di Sant'Agata sulle virtù del servo di Dio; 5º. sull'utilità della prospettata traslazione.
Furono citati ed esaminati sui singoli punti il Rev. D. Giovanni Celio Canelli, arciprete di Frasso, di 66 anni, e il Rev. d. Nicodemo Canelli, di Frasso, di 75 anni. Essi convennero che erano al corrente della supplica presentata al vescovo; riconobbero la fama di santità e la morte dell'uomo di Dio, citando le persone dalle quali avevano ciò udito.
Si procedette quindi alla traslazione del venerato corpo, dopo 84 anni dalla sua sepoltura, dal piano del coro, dietro l'altare in cui si trovava, ad un sepolcro di pietra, rivestito di piombo, con fuori una figura di cuore, situato nella cappella del Crocifisso, nella stessa chiesa del Corpus Domini di Frasso Telesino, e deponendovi dentro gli atti pubblici della traslazione (Annali, f. 10).
Alla traslazione il vescovo invitò l'ex abate generale Cherubino Salerno, allora superiore in Airola, il quale però era «indispostissimo di podagra, et inabile a poter camminare anche per dentro il chiostro»; eppure, mosso da impulso interno, da lui giustamente stimato ispirazione del Signore, appena avuto l'invito, determinò di recarvisi sopra un placido cavallo, sul quale fu adagiato con l'aiuto dei confratelli. «Nonostante il disastroso viaggio, riputato moralmente impossibile», date le condizioni di salute dell'abate Salerno, egli poté viaggiare senza alcuna pena o fastidio, insieme con altri tre religiosi, tanto che gli pareva di stare comodamente adagiato in letto» (cf. Annali, f. 10).
Nella ricognizione, vi fu l'assistenza di medici, notai e testimoni qualificati. Si fece la numerazione delle ossa, dalle quali, per confessione di tutti, esalava una soave fragranza, non attribuibile a causa naturale. Si trovò tra i sassolini del primitivo sepolcro un dente, che, per comando del vescovo fu avvolto nella bambagia. Fu reputata cosa mirabile quando un religioso verginiano presente fece la prova per adattarlo alla mascella del sacro Teschio in un angolo vuoto della dentatura; ma poi non si poté più smuovere. Naturalmente anche gli atti di questi fatti straordinari furono deposti nella nuova cassa. Essa reca una iscrizione che sintetizza opportunamente la vita e la morte del servo di Dio come pure il fatto della traslazione del nuovo sepolcro.
Il Federici nei suoi Annali (f. 10), completando il racconto, ci riferisce che, giunto nel monastero di Airola l'abate Salerno, ricuperò completamente la salute, venendo liberato del tutto dalla malattia della podagra: « Tutta questa notizia ho avuta dal sudetto P. Abate, di fede degnissimo, e per la sua non mai abbastanza lodata integrità dei costumi e per esser degli huomini illustri della nostra Congregazione, che ne tien la sperienza nel passato triennio pel suo generale governo, senza parzionalità di affetto sregolato, con far prevalere la sola giustizia distributiva, spetialmente nelle promozioni alle superiorità e nella distribuzione degli officii».
Purtroppo, non doveva passare il 1712 senza un luttuoso avvenimento nella congregazione. Nella notte del 27 novembre alcuni ladri penetrarono nella chiesa del Goleto e operarano un furto sacrilego, rubando due coppe di calici, due patene e sei pianete, mentre lasciarono le particole consacrate su una carta gloria. Al momento che stavano per allontanarsi, recando con loro anche la testa di argento di S. Guglielmo e quella di S. Giovanni Evangelista, senza però le sacre reliquie, che avevano lasciato sull'altare, scoperti dai fratelli conversi, abbandonarono quelle teste di argento, portando via il resto che avevano preso.
All'allarme che ne seguì, tutti i monaci si misero al loro inseguimento. Temendo allora di essere raggiunti, abbandonarono in un cespuglio l'involto con le pianete, che fu ritrovato alcuni giorni dopo.
Da una parte l'abate generale, come barone con giurisdizione totale sul luogo, dall'altra la regia udienza di Montefusco si diedero alla ricerca dei ladri, che vennero alla fine individuati e catturati il 6 febbraio 1713.
Perché poi il Goleto non avesse nulla a soffrire da quel furto, l'abate Severino Pironti, superiore in quel monastero, rifece ogni cosa con maggior magnificenza di prima (Annali cit., f. 11v).
Uno degli ultimi atti importanti dell'abate Pastorale, come generale della congregazione fu la benedizione della prima pietra della chiesa della Torretta, avutasi il 9 marzo 1713. In questa cerimonia l'abate Pastorale fu assistito dal definitore Gallo Gal-lucci, dall'abate vicario Sorrentini e da Severino Pironti, abate del Goleto (Annali cit., f. 12; RC IV, 284).
Terminato il suo secondo generalato, l'abate Pastorale passò a reggere il monastero di Napoli. Senonché, egli era ormai desideroso di una vita più tranquilla e serena, e perciò, il 5 aprile 1714, si presentò davanti al nuovo abate generale e al suo definitorio con una supplica, in cui, dopo aver esposto che si trovava in età quasi decrepita, di 74 anni, e avendo « indegnamente governato li monasteri abbatiali per lo spatio d'anni 37, conoscendo dalle sue debolezze di forze di non poter più governare con la debita attenzione monasteri di numerosa famiglia», in forza dei privilegi, concessi dal papa Urbano VIII agli abati sessagenari verginiani, rinunziava al governo delle abbazie, senza pregiudizio alle dignità e prerogative, espresse nel riferito breve pontificio, eleggendosi per il resto della sua vita il monastero di S. Giovanni Battista di Avellino, del quale avrebbe preso possesso al tempo del prossimo capitolo generale.
La supplica venne accolta il 6 aprile 1714, emettendosene il relativo decreto. E in questo monastero di Avellino, l'abate Pastorale chiudeva gli occhi alla luce terrena il 19 gennaio 1726, in tale venerazione presso il popolo, che questo si divise le sue vesti come sacre reliquie, e non permise assolutamente che quel corpo venisse trasportato a Montevergine, ma impose che si seppellisse nella chiesa monasteriale di Avellino.
Due anni dopo, in una prima ricognizione, fu trovato mirabilmente intatto, e allora sulla sua tomba fu incisa una bella epigrafe commemorativa.
Il Necrologio verginiano tesse di lui il più lusinghiero elogio. Dopo aver messo in luce le sue benemerenze, acquistatesi nella congregazione, specialmente come procuratore generale e come abate generale, parlando delle sue virtù, dice: « Usava tutta la carità verso dei religiosi, compassionando i difetti in maniera che la correzione non esacerbava il delinquente, e perciò chiamavasi per antonomasia Padre dei Monaci. Per la carità verso dei poveri soleva insinuare ai religiosi suoi sudditi, che la porta aperta ai poveri non porta mai eccesso al monastero...
Morì penitente e carico di meriti, essendoli stata rivelata la sua morte, all'età di 90 anni, da Giesù Christo in forma di Bambino, conforme egli spesso diceva, il che poi si è veduto dall'esito di sua morte, appunto in età di anni 90, entrato nel giorno di S. Stefano, secondo di Natale. Morì in concetto e fama di santità non solamente appresso dei nostri religiosi, ma eziandio dei secolari, e la città d'Avellino, il giorno appresso la sua morte, dopo fatti i funerali, sul sospetto che il cadavere si trasferisse in Montevergine Maggiore, si sollevò da per tutto per impedirlo, minacciando i monaci, se osassero far questo attentato, dicendo che volevano in città il corpo d'un santo huomo religioso, colà morto, e molti se ne provederono delle sue vesti per tenersele come reliquie» (ff. 7v-8v).